Niscemi, la terrazza che crolla

Ci siamo di nuovo. La frase rimbalza nei bar di Piazza Vittorio Emanuele, tra un caffè e un’imprecazione soffocata, mentre si guarda verso sud ovest, verso quello squarcio che si è aperto a fine gennaio 2026. È stata l’acqua, ancora una volta, a ricordarci che Niscemi — Sicilia meridionale, un altopiano della piana di Gela — è una bellissima terrazza sulla Sicilia, sì, ma una terrazza appoggiata su un castello di carte geologico.

Veduta di Niscemi. Di Alessandro Federico. CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons


Parlare della frana di Niscemi oggi, a pochi giorni dal disastro che ha costretto centinaia di persone a lasciare le loro case, non è semplice cronaca. È un esercizio di memoria e di geologia applicata, un racconto che mescola la rabbia dell’«avevamo detto» con la fascinazione scientifica per le forze che muovono la terra sotto i nostri piedi.
Chi ha memoria storica, o chi ha vissuto qui negli ultimi trent’anni, ha sentito un brivido lungo la schiena quando la notizia ha iniziato a circolare: la terra si muove a Sante Croci. Di nuovo.

Centro storico di Niscemi. Di Fabior1984. CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Era il 1997 quando lo stesso quartiere fu sventrato da un movimento franoso che si portò via la chiesa antica e decine di abitazioni. Le immagini che arrivano dalla Strada Provinciale 10 sono surreali: l’asfalto non è solo crepato, è esploso. Sembra che un gigante abbia preso i due lembi della strada e li abbia tirati fino a spezzarli, creando un canyon dove prima passavano le macchine.
Oggi, però, ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso, di più inquietante. Come ha evidenziato il geologo Fausto Guzzetti — Accademico dei Lincei e figura di spicco della neo-costituita Commissione di studio voluta dalla Protezione Civile — l’elemento che lascia stupiti gli esperti è l’estensione del fenomeno. Guzzetti, commentando i dati satellitari e i rilievi sul campo, ha sottolineato come le dimensioni di questa frana siano un’anomalia, anche per un territorio fragile come quello siciliano.
Si è anche ipotizzata una causa antropica — condutture idriche rotte — che si è andata a sommare alle cause naturali. Perché non stiamo parlando di uno smottamento localizzato. Siamo di fronte a un fronte di frana che si estende per circa 4 chilometri. Ancora più impressionante è la scarpata di distacco — ovvero il “gradino” che si è creato dove la terra si è staccata — che in alcuni punti ha superato i 50 metri di dislivello. Per intenderci: è come se un palazzo di quindici piani fosse sprofondato nel nulla. Questa vastità rende le operazioni di contenimento incredibilmente complesse: non basta più “tappare un buco”, bisogna ripensare l’intero assetto di un versante che sembra aver deciso di cambiare geografia.

Dettaglio della frana nel quartiere Sante Croci. Da Regione siciliana. Dipartimento della Protezione Civile
Tecnici della Protezione civile al lavoro. Da Regione siciliana. Dipartimento della Protezione Civile

Per capire cosa sta succedendo dobbiamo togliere l’asfalto, le case (troppe, e forse troppe dove non dovrebbero essere) e guardare cosa c’è sotto. Niscemi sorge su quello che i geologi chiamano un altopiano collinare.
Immaginatelo come una gigantesca torta a strati, preparata da un cuoco distratto.
Lo strato inferiore, la base della teglia, è costituito da argille. Sono le classiche argille pleistoceniche siciliane: grigie, azzurre, impermeabili. Quando arriva l’acqua, non passa. Si ferma lì.
Sopra questo strato impermeabile, la natura ha depositato, nel corso di millenni, uno strato di sabbie. Sabbie gialle, poco cementate, molto permeabili. Sono quelle su cui è costruita la città.
Cosa succede quando piove tanto, come ha piovuto in questo inizio di 2026? L’acqua piovana cade sulle sabbie e le attraversa velocemente. Scende giù, indisturbata, finché non incontra il “piatto” di argilla.
Lì si ferma. Non può scendere oltre.
L’acqua si accumula all’interfaccia tra la sabbia e l’argilla, creando una superficie scivolosa, si impasta con lo strato superficiale dell’argilla trasformandolo in sapone. Annulla l’attrito. E il pacco di sabbie sopra, con tutto il suo carico di case, strade, piazze, scivola via verso valle, attratto dalla gravità. Se il terreno è saturo, la stabilità è impossibile. L’acqua, riempiendo tutti gli spazi vuoti tra i granuli di sabbia, esercita una pressione interna (detta interstiziale) che contrasta il peso del versante, facendolo quasi ‘galleggiare’. Finché questa pressione non diminuisce, la frana continuerà inesorabilmente a muoversi, a meno di interventi strutturali profondi.
I tecnici definiscono questo movimento come una frana traslativa o rotazionale. Ma cosa significa in parole povere?

Immaginate di avere un libro appoggiato su un tavolo inclinato. Se il libro scivola giù tutto intero, rimanendo piatto e parallelo alla superficie del tavolo, quella è una frana traslativa. Il blocco di terra (il libro) si sposta lungo una superficie piana (il tavolo bagnato/scivoloso) senza ribaltarsi troppo. È uno scivolamento puro.
Una frana rotazionale, invece, è un po’ diversa. Immaginate di scavare con un cucchiaio in una vaschetta di gelato. Il movimento che fate col polso è curvo. La porzione di gelato (la terra) si stacca seguendo una linea curva, concava, simile a un cucchiaio. Mentre scivola giù, il blocco di terra tende a ruotare all’indietro, un po’ come se si sedesse su sé stesso. Ecco perché spesso, nelle frane rotazionali, la parte alta del terreno (la “testa”) sprofonda, mentre la parte bassa (il “piede”) si solleva e si gonfia verso l’esterno.
A Niscemi, la dinamica complessa e le dimensioni enormi del fenomeno suggeriscono un mix di questi movimenti, guidati dall’acqua che lubrifica il contatto tra sabbia e argilla. Per il geologo è questione di “superfici di rottura”; per chi abita lì, è la sensazione che il pavimento di casa non sia più orizzontale.
L’ironia è che Niscemi è nota come la “terrazza di Sicilia” per il panorama mozzafiato che offre sulla piana di Gela e sui monti Erei. Ma una terrazza, per definizione, è qualcosa di sospeso. Abbiamo costruito su questo bordo panoramico con l’arroganza tipica della nostra specie, convinti che il tempo geologico fosse troppo lento per riguardarci. Invece, i fenomeni geologici a volte accelerano di colpo.

Il versante ovest e sud-ovest è sempre stato instabile. Le mappe del rischio idrogeologico coloravano questa zona di rosso acceso già da anni. Stavolta la frana ha portato via non solo la strada, ma la sicurezza psicologica di un’intera comunità. Vedere una frattura che si allarga di metri in una notte è qualcosa che scuote le menti forse prima delle fondamenta.
Mentre scrivo, i droni della Protezione civile sorvolano il fronte della frana. I sensori laser scanner monitorano ogni millimetro di spostamento. La scienza sta facendo il suo dovere: misura, quantifica, prevede. Ci dicono che il fenomeno è “retrogressivo”, una parola che significa che la frana mangia il terreno risalendo verso monte, verso il centro abitato.
Niscemi oggi è una città ferita nel suo orgoglio urbanistico. C’è una lezione di umiltà in tutto questo. Abbiamo riempito i valloni, regimentato le acque in modo spesso maldestro, appesantito i versanti con il cemento armato. Abbiamo dimenticato che l’acqua, alla fine, vince sempre. Se le togli la strada in superficie, lei se la cerca sottoterra. E se sottoterra trova l’argilla, trasforma la collina in uno scivolo.

Mappa della zona rossa e della fascia di sicurezza nel quartiere Sante Croci. Dipartimento della Protezione Civile – Presidenza del Consiglio dei Ministri
Casa pericolante. Da Regione siciliana. Dipartimento della Protezione Civile

Non sappiamo ancora quando la terra smetterà di muoversi. Potrebbe assestarsi tra settimane, o mesi. Nel frattempo, camminiamo in punta di piedi, rispettando il respiro della terra. E ricordandoci che siamo solo ospiti temporanei su una crosta planetaria inquieta, che ogni tanto decide di muoversi, ignorandoci.
Le sabbie sulle argille non perdonano e dover lasciare casa è un dolore che nessuna spiegazione geologica può lenire, ma capire perché accade è il primo passo per non farsi trovare impreparati la prossima volta.
Perché con la geologia, come con la storia, chi non impara è condannato a rivivere gli stessi scivoloni.

In copertina: visione aerea del fronte della frana di Niscemi.

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Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.

Un commento

  1. Un articolo che rispetta sia il dolore degli abitanti che i bisogni della struttura fisico-geologica. Conoscendo quanto è avvenuto in passato ( e questo certamente riguarda non solo Niscemi ma molti altri luoghi suggestivi) occorre agire razionalmente pensando a una sicurezza a lungo termine. Tenendo ben presente quanto scritto a fine articolo “Perché con la geologia, come con la storia, chi non impara è condannato a rivivere gli stessi scivoloni”

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