Pasta al tonno vegana 

La pesca intensiva sta gravemente minacciando l’ecosistema marino.
A causa di vari fattori, come il riscaldamento climatico, l’acidificazione delle acque causata dagli scarichi delle industrie e degli allevamenti intensivi e la pesca industriale, oggi il 60% dei pesci è già estinto e il 90% di queste estinzioni è avvenuto negli ultimi sessant’anni. Stando alle statistiche dell’ONU, entro il 2050 le specie marine potrebbero essere del tutto scomparse, se non cambiamo immediatamente produzione e consumi.
Il metodo di pesca industriale più usato e più dannoso è quello detto “a strascico”, ovvero effettuata con enormi reti da pesca che, oltre a danneggiare il fondale marino (quando l’acqua non è profonda), raccolgono molto più del pesce commestibile e vendibile sul mercato (per esempio, in un peschereccio che pesca gamberi, una quantità che oscilla tra l’80% e il 90% del pescato è in eccesso e viene quindi rigettata in mare dopo essere stata uccisa di fatto per niente). Così facendo, il danno apportato alla biodiversità marina è enorme.  

A causa della pesca, anche il 30% delle specie di squali rischia l’estinzione. Di questi animali, la pinna superiore è usata per la famosa zuppa cinese (che però miete vittime anche mediterranee) e il fegato è usato in cosmetica. La pesca dello squalo è particolarmente cruenta: per prendere la pinna da mettere in brodo, si cattura la preda e la si rigetta in acqua mutilata, ancora viva ma incapace di sopravvivere e destinata a morire di stenti. Molti squali, come tantissime altre specie marine, sono anche vittime “collaterali” delle reti delle tonnare, pescherecci che teoricamente pescano tonno, ma in realtà, usando il metodo del “trascinamento”, raccolgono sul fondale marino tutto ciò che trovano.  
Nonostante alcune specie siano protette (come il pesce spada e il tonno rosso del Mediterraneo), l’Unione Europea ha autorizzato la pesca in quantità tripla rispetto a quanto suggerito dalla comunità scientifica e poi chiuso un occhio sul fatto che attualmente venga pescato il doppio della quantità consentita.
Si può pensare che il pesce da allevamento costituisca forse una valida alternativa a quello pescato? Ebbene no: quasi metà del consumo ittico umano viene da allevamenti, ma i pesci allevati si nutrono di pesce pescato (per esempio, per produrre un chilo di salmone d’allevamento occorrono cinque chili di pesce “selvatico”, il che non aumenta la quantità di pesci disponibili ma solo il prezzo di ognuno), quindi allevare pesce richiede di aumentare anziché di diminuire lo sfruttamento marino.  
È impressa nella memoria collettiva la campagna che rese famosa Greenpeace nel mondo, quella contro la caccia alla balena, ovvero l’attività più cruenta che l’umanità svolga in mare. Si parla di caccia e non di pesca poiché tutto ciò avviene con un’enorme industria galleggiate — detta “baleniera” — che trasforma immediatamente un animale in carne e grasso e perché la vittima non è un pesce bensì un mammifero pacifico e con una struttura sociale altamente sviluppata (le balene hanno un linguaggio e un sistema familiare simile a quelli umani). Spesso, le baleniere attaccano la balena femmina con i cuccioli affinché il maschio intervenga a loro difesa e così sia colpito l’intero nucleo familiare. La crudeltà di questa caccia è tale che il Giappone ne ha vietato la diffusione di immagini. Tutto ciò non ha niente a che fare con i bisogni alimentari umani. Leggendo fra le righe, quello che l’umanità sta applicando nel mare è una vera e propria guerra di sterminio di massa con mezzi industriali.  
Dopo anni di rischiose ed eclatanti azioni dirette, sempre all’insegna della nonviolenza, in cui Bob Hunter (fondatore di Greenpeace) a mani alzate si metteva con il gommone tra i mammiferi marini e le baleniere per impedire ai cacciatori di sparare con gli arpioni, l’associazione ecologista riuscì ad ottenere una moratoria internazionale, varata nel 1982 e ratificata nel 1986, che rese illegale la caccia delle balene a scopo commerciale. I principali Paesi cacciatori erano Norvegia, Islanda, Cile e Giappone; quest’ultimo ha ripetutamente violato la moratoria con la menzogna di praticare una caccia con finalità scientifiche anziché commerciali. L’intelligenza e la bontà di questi animali sono testimoniate nel romanzo del cileno Luis Sepúlveda Il mondo alla fine del mondo, in cui a dar loro la caccia è una nave “fantasma”, ovvero non registrata in nessun porto proprio per aggirare il divieto.  
La nave rompighiaccio Artic Sunrise di Greenpeace, che ho avuto modo di visitare lo scorso anno nel porto di Pozzuoli, è dotata di un idrofono atto ad ascoltare e registrare le vocalizzazioni emesse dai cetacei, i quali sanno capire e comunicare l’avvicinarsi di un pericolo (di solito umano).  
Oggi la principale associazione antispecista e che difende gli animali marini è Sea Shepherd, il cui fondatore Paul Watson (cofondatore di Greenpeace ma uscitone in quanto in disaccordo sul tema della nonviolenza) è stato di recente incarcerato in Groenlandia su richiesta giapponese per aver fisicamente impedito la “guerra al mare” illegale (a volte Sea Shepherd agisce anche affondando baleniere pirata, ma non era questo il caso al momento dell’arresto arbitrario del capitano Watson, poi rilasciato su pressioni internazionali).  

Sappiamo già che mangiare animali non è una necessità umana. L’alternativa allo svuotamento dei mari è dunque una dieta vegana o estremamente selettiva.  
A volte il cibo vegano, che non arreca alcun danno ecologico, ha identico sapore e consistenza di quello che invece richiede morte e distruzione.  
Eccone un esempio. 

Ingredienti

  • aglio; 
  • soia in granuli;
  • alga Nori (la si trova nel supermercato, purtroppo imballata in plastica, nei reparti di prodotti orientali, dove è venduta come ingrediente per il sushi giapponese; una volta aperta la busta, l’alga si presenta in forma di fogli);
  • passata di pomodoro;
  • prezzemolo;
  • pasta. 

Preparazione

Prendere un “foglio” o due di alga Nori (le quantità da usare dipendono dall’intensità che si desidera dare al prodotto finale, un foglio è già abbastanza salato e saporito ma aggiungerne un altro può arricchire il piatto), sminuzzarlo a coriandoli e mischiarlo ai granuli di soia. Mettere a bagno il tutto per una mezz’ora. La miscela si ammorbidirà e si gonfierà. 
Fare un soffritto di aglio in un tegame o una padella e versare la passata di pomodoro. 
Frullare la miscela di soia e alghe (senza farla diventare completamente una poltiglia) con l’aggiunta dei pochi capperi e versarla nel sugo. 
Lasciar cuocere, come si farebbe con un classico sugo di pomodoro. 
Finire di cuocere la pasta nel sugo, che avrà acquisito un forte odore marino. 
Spegnere il fuoco e aggiungere prezzemolo a piacere. Di solito, non è necessario aggiungere sale nel sugo, le alghe sono già riccamente salate. 

Il palato sarà soddisfatto, e di certo anche l’ecosistema marino.  
Buon appetito! 

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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