Politiche di integrazione, parità di genere e motori termici. Parte prima 

Ho conosciuto Sara Pinzi quando era “dietro il banco”. Ero la sua insegnante di fisica, all’Istituto tecnico Avogadro, di Abbadia San Salvatore. Lei era molto brava, una di quelle alunne che non si dimenticano, sempre piena di entusiasmo, con quella lucina in fondo agli occhi che nasce da una grande curiosità, dalla voglia di imparare, che poi è il requisito indispensabile per dedicarsi alla ricerca. 

L’Istituto tecnico Avogadro di Abbadia San Salvatore

E alla ricerca si è dedicata, con grande orgoglio di tutto il paese, oltre che di noi insegnanti. Aveva tutti i requisiti necessari: passione, determinazione, perseveranza, oltre naturalmente alle sue grandi capacità. Ma per riuscirci, come spesso succede, è dovuta andare all’estero. 

Abbadia San Salvatore

L’ho rivista poco prima di Natale, quando l’Amministrazione comunale di Abbadia San Salvatore le ha consegnato una targa, come riconoscimento per i suoi meriti, durante l’annuale Festa degli auguri. In quell’occasione ho scoperto che, oltre a dedicarsi alla ricerca scientifica e all’insegnamento, Sara, che oggi ha 47 anni, si impegna con grande determinazione e competenza per l’uguaglianza e l’inclusione nella sua Università di Cordova, e che è una vera e propria paladina della parità di genere.  
Ho subito pensato che sarebbe stato bello rivederla e farmi raccontare la sua esperienza di donna e di scienziata per i lettori e le lettrici di questa rivista. Così, dopo quasi trent’anni dal suo diploma, ci siamo incontrate e le ho chiesto di raccontarci la sua storia e le sue idee. Ne è nata una lunga intervista, di cui questa è la prima parte. 

Sara Pinzi

Ci puoi raccontare quello che è successo dopo che hai finito la scuola? Eri proprio brava. Mi ricordo perfettamente di te! 
Anch’io non mi sono dimenticata gli anni dell’Istituto, dove ho imparato tantissimo! Eravamo poche ragazze, ma a me è servito molto, soprattutto per la chimica e la fisica. All’università erano tutti terrorizzati da queste materie, ma io non ho avuto bisogno di studiarle quasi per niente. 
E poi… ci andavo proprio volentieri! L’Istituto mi ha dato moltissimo, mi ha permesso di creare dei legami che sono ancora importanti, ma soprattutto è stato un ambiente formativo anche dal punto di vista dei valori. Mi ha sviluppato quelle abilità di stare in gruppo che poi mi sono sempre servite. 

Sono davvero felice di sentirtelo dire! La scuola per questo paese è sempre stata una grande ricchezza, gli appartiene! Negli anni in cui ho avuto la responsabilità di guidarla, ho cercato di fare del mio meglio per valorizzare il suo essere “scuola di comunità”. E… dopo il diploma? 
Dopo il diploma mi sono iscritta all’Università di Firenze, dove ho studiato agraria. Nel 2001 sono andata in Spagna con Erasmus, a Cordova, e poi ho scritto la tesi di laurea in Honduras, dove sono stata sei mesi, con una borsa dell’Unione Europea. Studiavamo l’impatto di un progetto di sviluppo dedicato ai piccoli coltivatori di caffè. Era la realizzazione di un sogno, quello di lavorare nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, qualcosa che mi faceva sentire utile! È stata un’esperienza molto bella. Dopo la laurea in Scienze e tecnologie agrarie, nel 2003, ho ottenuto una borsa Leonardo e sono stata sei mesi in Irlanda del Nord, a Derry, dove fra le altre cose ho migliorato un po’ il mio inglese.  
Poi sono andata in Bolivia, dove sono rimasta due anni. Inizialmente a La Paz, presso un’associazione che faceva formazione online, poi ho lavorato nel Chapare, sulle coltivazioni alternative alla coca e infine mi sono spostata nella provincia di Santa Cruz della Sierra, nella Chiquitania e a San Ignacio de Velasco, alla frontiera dell’Amazzonia, dove lavoravo sui sistemi agro-silvo-pastorali cioè sull’allevamento estensivo. Sono stati anni molto interessanti! 

Poi sei rientrata in Europa? Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? 
Sono rimasta incinta. Il mio compagno era spagnolo, anche lui lavorava nella cooperazione allo sviluppo. Lì era troppo complicato: eravamo molto giovani, lontani dalle rispettive famiglie, lontani da tutto. Così abbiamo deciso di tornare. Antonio, che ora ha 20 anni, è nato in Italia. Poi, quando lui aveva due mesi, siamo andati in Spagna. Il mio compagno aveva una borsa di dottorato. Avevamo un bambino, una borsa di studio di circa mille euro e nient’altro! 

E tu, non avevi lavoro? 
No. Tutto quello che avevo erano i miei buoni voti e l’esperienza fatta all’estero. Ho mandato un po’ di curriculum e ho ottenuto anch’io un dottorato. Ho cominciato a lavorarci quando Antonio aveva sei mesi. 
Nel frattempo dovevo omologare il titolo di studio perché in Spagna non ne esiste uno equivalente alla laurea in scienze e tecnologie agrarie. Il titolo corrispondente è quello di ingegnere dell’agricoltura. Per poter cominciare la carriera universitaria, ho dovuto fare due anni paralleli di ingegneria, con questo ragazzino che era piccolino, era proprio piccolo… Andava al nido, ma il sabato dovevo portarlo con me al laboratorio… 
Eravamo proprio soli, perché anche il mio compagno non era di Cordova. È stata dura! È sempre così che funziona, dopo tutto! La responsabilità di crescere i figli ricade quasi esclusivamente sulle donne. Le persone che mi hanno aiutata di più sono state la mia mamma e la mamma del mio compagno. Loro venivano, stavano lì in casa, che ne so, 15 giorni, un mese… quando il bimbo stava male o quando avevo bisogno, e mi hanno sempre aiutata tantissimo. Qualche volta veniva anche mia sorella, o le mie amiche. È scattata una vera e propria solidarietà fra donne, una rete al femminile, e Antonio era un po’ il bambino di tutte noi. Senza di loro non ce l’avrei potuta fare.  
Alle due nonne ho dedicato la mia tesi dottorale. Era uno studio sulla possibilità di produrre biocombustibili a partire da biomasse, residui di biomasse e prove sui motori.  
Anche Antonio è stato bravo! Aveva fatto un disegno con dei fiori grandi grandi e una macchinina, e quel disegno è diventato la copertina della mia tesi dottorale. Tutte le tesi dottorali hanno la copertina nera scura, invece la mia è tutta colorata e spicca in modo particolare in mezzo a tutte le altre. 
Però poi è andato tutto bene, la mia laurea italiana è stata omologata dal Ministero spagnolo dell’Istruzione e della scienza, nel 2008, con il titolo di Ingegnere Agronomo e nel giugno 2011 ho discusso la tesi di dottorato, intitolata Biocarburanti per motori diesel da vari grassi vegetali, con menzione europea con lode in Ingegneria e tecnologia presso l’Uco, Premio straordinario per la tesi di dottorato, anno accademico 2011-2012. 
Ero molto giovane, avevo solo 27 anni, ma non mi sono mai sentita sola. Mi ritengo fortunata! 
Però, nel mio ambiente di lavoro, che era soprattutto maschile, vedevo i miei colleghi che potevano pensare alla carriera, anche quando avevano famiglia. Mi è sempre sembrato un po’ ingiusto. Fortunatamente, la mia relatrice della tesi dottorale era una donna, si chiama Maria del Pilar Dorado Pérez ed è stata la prima a diventare professoressa ordinaria. Lei capiva le mie difficoltà. 

Dopo il dottorato hai cominciato la tua carriera accademica: ho visto che dal luglio 2022, sei vicerettrice per l’uguaglianza, l’inclusione e l’impegno sociale dell’Università di Cordoba e nel febbraio 2024, a soli 46 anni, sei diventata professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Chimica, fisica e termodinamica applicata, nell’area Macchine e motori termici. 
Sei stata proprio brava, ma… in Italia sarebbe stato ancora più difficile, o no? Da noi si dice che se non hai un santo protettore questo lavoro non lo fai… 
Molto più difficile. In Italia non solo devi avere un santo protettore, ma il tuo santo protettore deve anche essere sufficientemente forte, questa è la verità… Sono d’accordo con quello che dice Crisanti sull’Università italiana! 
Avevo partecipato al concorso per il dottorato anche in Italia, all’Università di Firenze, e lo avevo anche vinto. Ma era senza borsa di studio, e dovetti rinunciare! 

Ho molto apprezzato, durante la festa degli auguri, il tuo intervento in dialetto. È stata una cosa molto carina, quasi — come dire — una dichiarazione d’amore a questo paese. Ma quanto è importante per te il fatto di essere nata qui, in questa montagna, quanto contano le tue origini e come vivi la nostalgia?  
È molto importante. Dopo quell’intervento, molte ragazze e ragazzi di Abbadia, che come me vivono all’estero, mi hanno detto di provare esattamente le stesse cose e questo è importante, no?  
Perché come tutti, ai tempi di scuola non vedevo l’ora da andar via da Abbadia, di scappare. Però poi, quando sei lontana, capisci che fai sempre parte di una comunità, che appartenere a un paese è diverso che crescere in altri posti. 
Ovunque sono andata, ho sempre cercato di ricreare una piccola comunità, un piccolo gruppo di persone e ho sempre pensato che un giorno sarei tornata, perché qui è casa mia. Anche se in Spagna vivo bene, ho i miei figli che sono cresciuti là e quindi magari non potrò tornare, il legame resterà per sempre…  
Qui c’è la mia famiglia, che mi ha sempre aiutata, anche da lontano. I miei genitori, mia sorella sono sempre venuti da me quando ho avuto bisogno di loro. Non mi sono mai sentita sola, però è vero che gli anni in cui mi sono formata, quelli più importanti per me, sono quelli vissuti ad Abbadia. Sono molto orgogliosa di questo.  

Che effetti ha avuto la tua condizione di “straniera” sul tuo lavoro di ricercatrice e docente? 
La mia condizione di “straniera” mi ha reso certamente più tollerante verso il fenomeno dell’immigrazione. Vedo le ragazze marocchine… appena arrivate al primo anno d’università… che indossano il velo. E poi la maggior parte di loro, quando giungono alla laurea, lo hanno tolto, e vedo i conflitti che hanno con le famiglie di origine per questo. Per me è facile comprenderle, perché ricordo quanto è stato complicato, senza lavoro, con un bambino piccolissimo, senza conoscere nessuno, e quanto è stato importante sentirmi accettata… 

Nella seconda parte dell’intervista, che sarà pubblicata la prossima settimana, ragioneremo sui motivi per cui, anche se le donne hanno ormai ottenuto il pieno accesso agli studi, al punto che attualmente in tutto il mondo occidentale il numero di laureate è decisamente superiore a quello dei laureati, tuttavia sono ancora in netta minoranza quelle di loro che si dedicano a carriere scientifiche o tecniche. 

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Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 al 2024, è stata dirigente scolastica. Dal 2024 è in pensione. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.

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