Trump e il trumpismo. Dove va l’America? Parte prima

Roma, martedì 3 febbraio 2026. La sala Santi della sede nazionale della Confederazione Generale Italiana del Lavoro accoglie il seminario Trump e il trumpismo: dove va l’America? organizzato dal comitato scientifico di La Rivista delle Politiche Sociali dell’organizzazione sindacale.
L’idea da cui nasce il convegno — come esplicitato dalle dottoresse Rossana Dettori e Laura Pennacchi, rispettivamente direttrice e coordinatrice seminari della Rps — nasce dalla volontà di interrogarsi sul “fenomeno Trump” e sulla complessità della situazione americana, indagando i pilastri ideologici del cosiddetto trumpismo, quali si dimostrano essere la riduzione degli spazi democratici, il nazionalismo economico, le politiche migratorie basate sulla repressione e sull’espulsione, il ruolo delle Big tech come agenti di trasformazione e di indottrinamento della popolazione, il disprezzo rispetto alla cultura e a tutte le strutture che si occupano di formazione, l’attacco alle lavoratrici e ai lavoratori pubblici e, di conseguenza, degli spazi pubblici.

Il quadro complessivo che si intende disegnare implica necessariamente di tener conto di almeno tre coordinate generali fondamentali: la semplicistica interpretazione del trumpismo come fascismo — da cui invece si discosta, citandone una, per il ricorso a un simbolico tradizionale di tipo religioso —; la relazione esistente tra le misure che l’amministrazione Trump assume verso l’esterno e quelle assunte verso l’interno e le ripercussioni che le azioni adottate dal governo americano hanno sull’Unione Europea, percepita non solo come ostacolo per quanto concerne gli aspetti di geopolitica e di commercio internazionale ma anche per quanto riguarda la costruzione del modello sociale trumpiano.
L’intento suddetto ha informato la scelta dei diversi interventi, il primo dei quali è stato La mentalità autoritaria e l’erosione della democrazia, la relazione sul tema dell’autoritarismo — quale etichetta più idonea a descrivere l’amministrazione trumpiana — di Roberto Mordacci, professore ordinario di filosofia morale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele.

Roberto Mordacci

In termini politici l’autoritarismo è uno stile di governo caratterizzato da un progressivo e spesso impercettibile svuotamento delle tutele democratiche relative alla rappresentanza, all’eguale dignità dei cittadini e delle cittadine, alla loro libertà, alle procedure politiche di deliberazione e alla divisione dei poteri. In questo sistema il governo e le élite a esso collegate indeboliscono e depotenziano sistematicamente i contropoteri (l’opposizione, i sindacati, la magistratura, le università, le scuole, le manifestazioni artistiche che non siano di propaganda, la stampa, i media, le associazioni) attraverso la negazione implicita e indiretta degli stessi: formalmente nel governo autoritario le strutture dello stato democratico liberale sono ancora vigenti ma gli spazi di effettivo esercizio dei diritti e delle potenzialità trasformative del sociale sono ridotti quanto basta per renderli inefficaci, tramite azioni legislative, sottrazione di risorse e di accesso ai canali di comunicazione e di azione.
Questo avviene nel contesto del capitalismo come sistema — non solo economico — dove il potere politico-economico si esercita attraverso gli organi statali ma spesso anche al di sopra e fuori da questi organismi istituzionali, eludendo le tutele che i regimi democratici mantengono in azione proprio per limitare il potere dei governanti.
L’autoritarismo non dispone di un’ideologia unificante, compatta e strutturata e per questo preferisce utilizzare come retorica legittimante quella delle libertà garantite. In questo senso, l’autoritarismo si differenzia dal totalitarismo per il fatto di avere meno tratti radicali e omogeneità culturale, una visione meno totalizzante e per non presupporre la totale assenza dell’opposizione. Ciò considerato, attualmente, in Occidente siamo in presenza di situazioni autoritarie che si basano non solo sullo stile di governo ma anche sulla società e sul modo in cui le persone pensano e agiscono, ovvero in condizioni connotate da una mentalità autoritaria. Con quest’ultima si definisce un modo di pensare, di agire, sentire e comunicare che cancella l’idea che le decisioni pubbliche debbano essere prese in maniera concertata e coordinata tra le varie parti della società, ritenendo più efficace la concentrazione del potere in uno o in pochissimi punti. La mentalità autoritaria non è né un tratto di personalità — perché non è soggettiva e individuale ma culturale e comune — né un atteggiamento quanto piuttosto un certo modo di praticare le istituzioni, uno stile di esperienza cognitivo, emotivo e pratico iscritto nel linguaggio, nei modi di apprendere, nella sensibilità morale e politica. I fattori di costituzione della mentalità autoritaria si rinvengono nella rinuncia a un orizzonte oggettivo per la prassi e la teoria — l’idea è che non ci siano idee di giustizia o libertà obiettivamente condivisibili e che per questa ragione il Governo dovrà poggiarsi piuttosto su un esercizio anche arbitrario dell’autorità —; nella frustrazione, potente e diffusa, e per l’impotenza individuale e collettiva di fronte alle sfide complessive del mondo contemporaneo; nella profonda polarizzazione identitaria della società; nell’abbandono dell’idea che ci sia una ragione politica, sociale e morale distinta da quella tecnica; nell’identificazione della libertà con l’arbitrio.
La diffusione di una mentalità autoritaria è compatibile, allo stato attuale, con una democrazia debole e liberista ma non con quella sociale; la sua alternativa non è lo stato liberale ma il socialismo con tutto quello che lo stesso ha di tradizione relativamente alle tutele democratiche.

L’intervento Il disprezzo per la cultura, la riscrittura della storia, il ruolo della scienza della professoressa di filosofia politica Giorgia Serughetti (Università di Milano Bicocca) si sostanzia in una riflessione sul rapporto tra potere e verità, accertamento dei fatti e costruzione dei saperi delle scienze naturali e sociali.

Giorgia Serughetti

L’idea di partenza è che tra il primo e secondo Trump abbiamo assistito non solo al ritorno del suo modello di potere e all’esacerbazione di patologie classiche di potere personale ma anche a un vero e proprio cambio di fase, segnato dal passaggio da un progetto politico di stampo populista a un tipo di potere personale e post-democratico. Lo slittamento ha riguardato la progressiva sparizione del popolo come soggetto del discorso e referente reale dell’azione politica, con la costituzione di quello che i politologi definiscono un regime ibrido caratterizzato dalla combinazione di forme democratiche e autocratiche in cui le prime vengono progressivamente svuotate dall’interno. Questo passaggio ha investito in modo diretto anche il rapporto oggetto della riflessione: in questo senso, il 6 gennaio del 2021, il giorno dell’assalto a Capitol Hill, rappresenta una data spartiacque, configurandosi quale punto di emersione di una trasformazione profonda della relazione tra politica, menzogna e verità. In quell’occasione, le/i rivoltosi hanno agito a sostegno di Trump, smettendo di assegnare rilevanza allo statuto di verità o falsità delle sue affermazioni.
La disinformazione diventa il dispositivo strategico di una più ampia strategia di subordinazione della realtà al potere. Ne deriva un clima di confusione epistemica (post-verità) in cui vengono meno gli stessi criteri per distinguere il vero dal falso. In questo contesto di erosione di ogni distinzione valida tra realtà e finzione i leader hanno la possibilità di veicolare messaggi menzogneri e manipolatori anche attraverso un uso distorto dei dati statistici o facendo appello a controverse teorie scientifiche per indurre l’elettorato a dare il proprio favore a candidati/e o scelte di policy che rispondono alla rappresentazione dei problemi generata dai messaggi stessi, soprattutto in riferimento a temi profondamente polarizzanti che si prestano a suscitare forti reazioni emotive (l’immigrazione, la criminalità, le relazioni tra uomini e donne, i diritti civili). Al fondo di queste dinamiche vi è la pretesa che sia la stessa reazione emotiva del pubblico a determinare il cambiamento della realtà.
Nel raggiungimento dei propri intenti tale meccanismo si avvale anche della scienza, mettendo in discussione teorie che godono del consenso degli/delle scienziate e proponendo, all’opposto, delle pseudo teorie che mancano della validazione della comunità scientifica. Così facendo, si corrompe il processo stesso attraverso cui i fatti sono raccolti in modo credibile e utilizzati in modo affidabile per plasmare le proprie credenze sulla realtà: se ogni affermazione può essere resa vera o falsa dalla sola forza numerica di coloro che la sostengono allora siamo in un tornante della storia delle moderne democrazie in cui il legame che i/le cittadine intrattengono con la realtà è e può essere reso sempre più incerto e precario. La conseguenza è la compromissione della democrazia come potere in pubblico, come ordinamento in cui i e le governanti devono prendere le loro decisioni alla luce del sole; senza un accordo su alcuni fatti fondamentali i/le cittadine non possono formare la società civile che permetterebbe loro di difendersi da ciò che sembra vero e ciò che lo è veramente.
La diffusione della menzogna, in un contesto comunicativo come quello in cui siamo immerse/i, non avviene più soltanto dall’alto verso il basso ma multi-vettorialmente grazie al contributo di attori e attrici non statali alla creazione di un ecosistema informativo in cui ogni falsità può diventare virale. A ciò si aggiungono poi le possibilità aperte dalla manipolazione tecnologica di dati e immagini e dal diluvio informativo che rendono obsolete la censura e l’eliminazione dei fatti e delle testimonianze ritenute “scomode”. La distorsione della verità a cui assistiamo torna ad assomigliare alla menzogna moderna che descrive Arendt, intesa non solo come confusione tra vero e falso ma anche come cancellazione attiva e rimozione delle voci dissenzienti.
La resistenza a tutto questo è possibile solo a patto che esistano dei soggetti disposti a testimoniare in una relazione discorsiva con altri/e, difendendo la verità contro la pretesa di modellare la realtà in base agli interessi del potere.

Non è il trumpismo una sfida alle categorie “classiche” di neoliberalismo e neotradizionalismo?  È questa la domanda che informa Il mix di neotradizionalismo e neoliberismo nelle politiche economiche-sociali, l’intervento del ricercatore di filosofia morale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele Alessando Volpe. La risposta non si fa attendere: il trumpismo è allo stesso tempo miscela e tentativo di surclassamento dei due approcci.

Alessando Volpe

Fin dall’inizio del suo secondo mandato, l’amministrazione Trump ha mostrato la sua caratterizzazione personalistica: all’indomani dell’assunzione della sua carica, con l’One Big Beautiful Bill Act il leader ha offerto una sintesi rappresentativa — espressione massima dal punto di vista normativo — di rivoluzione dello Stato americano, della sua economia e della sua cultura. In questo atto — sorta di leva politica che impone di essere accettata così come si presenta — il neoliberalismo e il neotradizionalismo sono rappresentate nelle loro forme più radicali, con il primo che si sostanzia nella deregolamentazione e smantellamento dello Stato e il secondo nel taglio delle tasse per le corporation, la riduzione delle progressività fiscali, la riduzione dell’agenda climatica, la detrazione degli interessi sulle auto “tradizionali” e l’abbandono delle politiche green. L’organizzazione normativa delineata si regge su una deregolamentazione che, alla luce della prospettiva autoritaria delineata da Mordacci, viene interpretata non come eliminazione ma piuttosto come negazione dei vincoli amministrativi e legislativi e intesa come intervento massiccio dello Stato negli affari della società americana; questo soprattutto attraverso una riaffermazione della supremazia nazionale nell’ambito della difesa, dell’energia e della sicurezza insieme a elementi neo-protezionistici.
Sebbene il mix tra neoliberalismo e neotradizionalismo si ponga in continuità con la tradizione conservatrice, il trumpismo se ne discosta per il fatto di non essere definibile nei termini di un “capitalismo della frammentazione”: il leader, infatti, si pone tanto contro quel tipo di globalismo caratteristico della fase neoliberale che, proponendosi con un’ideologia, era suscettibile al dibattito pubblico, quanto al capitalismo che si instaura a partire da alcuni nuclei economici in cui i flussi finanziari possono espandersi. Piuttosto, l’amministrazione Trump miscela i diversi elementi secondo un orizzonte di capitalismo politico segnato da una commistione di elementi classicamente capitalistici ma indirizzati strutturalmente da apparati dello Stato o orbitanti intorno al potere dell’amministrazione. Nel contesto così delineato, le politiche economiche, lungi dall’essere delle dottrine, assurgono a dispositivi di potere che riflettono e promuovono la forza del personaggio e del suo entourage (autoritarismo economico).
Il surclassamento delle categorie “classiche” non può prescindere, tuttavia, dal carattere personalistico del fenomeno e dal legame di quest’ultimo con il macro-elemento del disegno autoritario più ampio il cui minimo comun denominatore è la concentrazione di potere.
(continua)

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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