Una città tutta per noi. Una passeggiata a Barletta

Lunedì 9 febbraio 2026 si è svolta a Barletta “Una città tutta per noi”, una passeggiata urbana aperta alla cittadinanza che ha proposto una rilettura dello spazio pubblico attraverso il patrimonio storico e la memoria delle donne. L’iniziativa, progettata da Lucia Anna Rutigliano insieme all’architetta Rosanna Rizzi e sostenuta da Toponomastica femminile nell’ambito del progetto Cosmopolita, si inserisce fra le attività del progetto di ricerca in corso Arte e Natura su Prescrizione, che sperimenta a Barletta un modello di Prescrizione Sociale sensibile al genere.
La Prescrizione sociale è un approccio innovativo di welfare che collega le persone, su indicazione di professioniste/i della salute o dei servizi sociali, ad attività culturali, artistiche o legate alla natura per promuovere benessere psicofisico e inclusione sociale.

Nel caso di Arte e Natura su Prescrizione, le attività sono rivolte a donne vittime di violenza o in condizioni di vulnerabilità psico-sociale ed economica e prevedono percorsi di ecoterapia, arteterapia, yoga, pratiche meditative, visite guidate e passeggiate urbane. Tutte le attività utilizzano il patrimonio come bene comune relazionale, favorendo esperienze condivise di cura, osservazione critica e riappropriazione simbolica dello spazio. In linea con l’approccio salutogenico e con il quadro dei determinanti sociali della salute, la passeggiata urbana è stata pensata come esperienza situata di partecipazione culturale, capace di sostenere empowerment, senso di appartenenza e costruzione relazionale.
Il titolo richiama esplicitamente Virginia Woolf e il suo Una stanza tutta per sé: se Woolf rivendicava uno spazio materiale e simbolico per pensare e creare, oggi quel diritto si estende all’intera città come luogo di presenza, relazione e possibilità in chiave trasformativa. Il titolo riprende la campagna di comunicazione rivolta alle donne del territorio e fa riferimento alla Delibera della Giunta comunale che ha sostenuto il progetto di ricerca, segno di un riconoscimento istituzionale del patrimonio culturale come risorsa sociale. Lo stesso titolo sarà anche quello dell’evento conclusivo di restituzione pubblica del progetto, durante il quale verranno condivisi i risultati del percorso e distribuite simbolicamente le “Capsule del benessere”, concepite come piccoli archivi di esperienza e cura da portare con sé oltre la durata della ricerca.

Quando la città non è neutra
La città non è uno spazio neutro. Come osserva Kern, lo spazio urbano riflette rapporti di potere che rendono alcuni corpi più riconosciuti e altri meno legittimati. In questa prospettiva risuona la celebre affermazione di Darke: «Le nostre città sono l’iscrizione in pietra, mattoni, vetro e cemento del patriarcato». La pianificazione urbana ha storicamente separato pubblico e privato, lavoro e cura, producendo ambienti poco attenti alla complessità delle vite quotidiane, soprattutto delle donne. Gli spazi pubblici, inclusi quelli culturali, sono stati progettati assumendo implicitamente come riferimento un utente standard — adulto, maschio, abile, lavoratore — escludendo una pluralità di esperienze e bisogni.
Queste configurazioni riflettono relazioni di potere spesso invisibili, che producono disuguaglianze ed esclusioni urbane e possono essere comprese attraverso le lenti della violenza strutturale e della violenza simbolica, che naturalizzano gerarchie e norme sociali escludendo alcune vite ed esperienze. L’analisi intersezionale mostra come queste esclusioni si sommino e si intreccino: essere donna, anziana, migrante o precaria comporta ostacoli specifici nella fruizione dello spazio urbano. In questo contesto, il diritto alla città non riguarda solo l’accesso fisico, ma anche la possibilità di contribuire alla costruzione simbolica e materiale degli spazi che abitiamo.

Arte e Natura su Prescrizione: pratiche situate di conoscenza incarnata
La passeggiata urbana si ispira alle women’s heritage walk e si colloca in un continuum di pratiche di decostruzione con lente di genere che attraversano tutti i luoghi della ricerca. A partire dal primo incontro, ovvero la visita alla Pinacoteca De Nittis del 13 gennaio 2026, è stata messa al centro Léontine Lucile Gruvelle De Nittis, una figura troppo spesso dimenticata. Léontine è stata anche discreta scrittrice che pubblicò sotto pseudonimo maschile e, dopo la morte del marito, donò alla città di Barletta l’intera collezione delle opere di Giuseppe De Nittis, rendendo possibile la nascita della Pinacoteca. Eppure il suo nome resta tuttora ai margini o viene ricordata passivamente solo come musa e moglie dell’artista. Riportarla al centro significa riconoscere il ruolo attivo che ebbe nella gestione, nella promozione e nella mediazione culturale delle opere di De Nittis, valorizzando un lavoro spesso invisibilizzato dalla letteratura e dalla storiografia artistica.

Visita alla Pinacoteca De Nittis, Opera “Giornata d’Inverno (Ritratto di Léontine De Nittis)”, 1882, Barletta

Le partecipanti hanno poi interrogato le opere stesse di De Nittis e dei Macchiaioli. Quanti e quali corpi sono visibili e quali no? Come vengono rappresentate le donne dell’epoca?
Da questi interrogativi e dal loro intreccio con la storia è stata costruita la passeggiata del 9 febbraio, che ha accompagnato e coinvolto le partecipanti attraverso una costellazione di luoghi in cui donne vissute nel passato hanno intrecciato guerra, cura e spostamenti forzati. Dal Castello al porto, dal Palazzo delle Poste sino al cimitero, la città mette in scena una memoria al femminile che unisce la Resistenza del settembre 1943 e le rotte adriatiche di chi è fuggita dalla Jugoslavia in cerca di salvezza.
Le attività sono partite dal Castello di Barletta: nella piazza d’armi, insieme al prof. Luigi Di Cuonzo, responsabile dell’Archivio della Resistenza e della Memoria, vi è stato il primo contatto con la Storia, necessario per inquadrare gli eventi che sarebbero stati narrati durante la mattinata.

Settembre 1943: una città sotto attacco
Nei giorni successivi all’8 settembre 1943 Barletta venne travolta dall’aggressione della Wehrmacht, che rispose all’armistizio con bombardamenti, occupazione e rappresaglie contro militari e civili. Tra l’11 e il 24 settembre la città visse una vera e propria battaglia: capisaldi difensivi lungo via Andria e al Cittiglio, sul fiume Ofanto, tentarono di bloccare colonne corazzate tedesche, mentre obiettivi sensibili come porto, stazione e caserme vennero colpiti duramente. In quelle stesse ore, nei pressi di casa sua in via Miale da Troia, la piccola Rosaria Cannito, di undici anni, venne uccisa dalla cieca violenza nazista, oggi ricordata da una targa sulla facciata del palazzo.
Questi giorni segnarono anche il volto civile della Resistenza: interi quartieri si trasformarono in rifugi, i sottopassi ferroviari e i ricoveri antiaerei ospitarono famiglie intere, e le donne diventarono mediatrici di sopravvivenza, organizzando fughe, assistenza ai feriti, protezione di bambine, bambini e anziani. La città appariva come un corpo collettivo ferito ma non passivo, un soggetto che resisteva attraverso una trama diffusa di gesti quotidiani.

Castello, capisaldi e Archivio della Resistenza
Il Castello di Barletta, allora sede del Comando del Presidio militare durante la Seconda guerra mondiale, è uno dei luoghi simbolo della difesa cittadina: tra l’11 e il 12 settembre giunsero prigionieri tedeschi catturati ai capisaldi, mentre gli ufficiali italiani cercarono di coordinare la Resistenza agli attacchi di fanteria e carri armati. Quando le truppe naziste irruppero nel Castello, catturando il colonnello Grasso e gli altri ufficiali, la città perse il suo centro militare, ma non il proprio tessuto civile di resistenza.

Visita all’Archivio della Resistenza e della Memoria

Oggi il Castello ospita l’Archivio della Resistenza e della Memoria, luogo comunale dedicato alla raccolta di fotografie, documenti, testimonianze orali e percorsi didattici sull’occupazione nazista avvenuta tra il 12 e il 24 settembre 1943. Nella Sala della Resistenza sono esposte anche immagini scattate dai tedeschi stessi, che raccontano la città dal punto di vista dell’occupante, creando un contrappunto potente alle memorie dal basso.
Il Castello e l’Archivio propongono una pedagogia del vedere e del nominare: guardare insieme le fotografie, leggere i documenti e le voci delle testimoni, interrogare le assenze femminili tra le immagini e nei manuali scolastici. Questo luogo, popolato di storie di uomini, militari o vittime, restituisce una mancanza di rappresentanza delle donne, tranne due, coraggiose protagoniste di quello che avvenne il 12 settembre davanti al Palazzo delle Poste.

Due donne per salvare un uomo

L’eccidio del Palazzo delle Poste e il coraggio di due donne
Quella mattina davanti al Palazzo delle Poste, altra tappa della passeggiata, soldati tedeschi radunarono undici vigili urbani e due netturbini e li fucilarono contro il muro, in una rappresaglia esemplare contro la Resistenza italiana. Tra loro c’era anche il vigile aggiunto Francesco Paolo Falconetti, che invece sopravvisse, gravemente ferito, nascosto dal groviglio dei corpi dei colleghi.
La sopravvivenza di Falconetti è irriducibilmente femminile: Addolorata Sardella e Lucia Corposanto, due popolane di Barletta, attraversarono la piazza ancora segnata dai colpi e si avvicinarono ai caduti, udirono la voce del ferito, lo sollevarono e organizzarono il suo soccorso. Quel gesto di cura ostinata, compiuto in un paesaggio di morte, valse alla prima la Medaglia di Bronzo al Merito Civile alla memoria e iscrisse i loro nomi in una genealogia di cittadine che scelgono la vita nel cuore della violenza.

La lapide che ricorda l’eccidio del 12 settembre

L’eccidio del Palazzo delle Poste è stato riconosciuto come uno dei primi grandi massacri nazisti in Italia dopo l’armistizio, e ha portato anche alle Medaglie d’Oro al Merito Civile e al Merito Militare conferite alla città di Barletta, grazie alla tenace volontà di un’altra donna, Maria Grasso Tarantino. Nonostante il grande gesto di coraggio di Addolorata e Lucia, le pietre dell’edificio di Piazza Caduti in guerra, non riportano però i loro nomi. Pronunciarli insieme a quelli dei dodici barlettani trucidati dai nazisti significa restituire volto e voce a due donne a lungo rimaste ai margini della memoria pubblica.

“Mamma Vitrani” e il murale di viale Giannone
Tra le figure che legano Barletta alla Resistenza nazionale c’è anche Angela Degno Vitrani, nata in città il 25 giugno 1902, divenuta partigiana con il nome di battaglia “Mamma Vitrani”. Insieme al marito Michele e ai figli Ruggero e Pietro, combattenti nella 43ª Divisione autonoma “Val Sangone – Sergio De Vitis” in Piemonte, formò una vera “famiglia partigiana”, pagando un prezzo altissimo con la morte dei figli e diventando per molte e molti combattenti un punto di riferimento affettivo e politico.
A Barletta la memoria della famiglia Vitrani è oggi richiamata da un murale antifascista in viale Giannone, dedicato ai fratelli Ruggero e Pietro, più volte vandalizzato e poi ripristinato, che permette di intrecciare la storia della Resistenza combattuta lontano da casa con le biografie di donne del Sud, come “Mamma Vitrani”, che hanno sostenuto, organizzato e tenuto insieme la lotta partigiana, pur restando a lungo ai margini della memoria pubblica.

Uno sguardo al di là dell’Adriatico: memorie di fuga e di salvezza
Dagli spalti del Castello le partecipanti alla passeggiata hanno conosciuto anche storie che vengono da lontano. Il porto di Barletta, bombardato come obiettivo militare nel settembre 1943, è infatti una soglia di mare in cui si incrociano guerre diverse e memorie di migrazioni in cerca di salvezza. Dopo l’armistizio, i porti pugliesi dell’Adriatico diventarono approdi per feriti, malati e profughi provenienti dalla costa dalmata e da altre zone della Jugoslavia occupata, trasportati da unità alleate — in particolare britanniche — e smistati verso ospedali e campi nel Mezzogiorno.
Le storie di donne, bambine, bambini e anziani sbarcati feriti o malati dalla Jugoslavia, alla ricerca di cure e protezione, risuonano con i percorsi contemporanei di chi fugge da violenza, povertà, conflitti, portando nel corpo i segni di traumi che chiedono ascolto. Il porto assume così un doppio profilo: scena bellica e approdo di corpi vulnerabili, spazio in cui emergono alleanze transnazionali e pratiche di cura che attraversano il mare.

Il porto di Barletta visto dagli spalti del castello

Il limitato tempo a disposizione non ha consentito di visitare un altro luogo simbolo della memoria locale ed internazionale, ma a Barletta, nel cimitero comunale, a poca distanza dal centro, sorge lo Spomen-kosturnica — l’Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi — progettato da Dušan Džamonja e Hildegard Auf-Franić e inaugurato nel 1970, che raccoglie le spoglie di oltre 800 militari e partigiani jugoslavi morti nel Sud Italia tra il 1943 e il 1945, per prigionia, ferite, malattie e permanenza nei campi. Il monumento, voluto in accordo tra le autorità italiane e jugoslave, porta incisi anche i nomi di altri caduti di cui non è stato possibile recuperare le spoglie, trasformando Barletta in un luogo di memoria adriatica collettiva.
In questa prospettiva, la città di Barletta appare come nodo di una geografia adriatica della memoria in cui l’Italia e la Jugoslavia, l’occupazione e la liberazione, la deportazione e l’accoglienza si intrecciano in forme complesse. L’Ossario jugoslavo, con il suo linguaggio monumentale astratto, invita a interrogare la persistenza del lutto e la possibilità di una memoria condivisa capace di includere anche le storie delle donne jugoslave rimaste sullo sfondo, come Ivana Haler, giovane partigiana jugoslava internata dai fascisti italiani, deportata in Italia e, dopo l’armistizio, divenuta infermiera e parte integrante delle Brigate d’Oltremare.

La città femminista è la città della cura
Durante tutto l’itinerario si sono svolte pause di riflessioni condivise e momenti di scambio di saperi tra le partecipanti. In questi spazi è emerso un ricco patrimonio narrativo sulle donne, spontaneo e coerente con gli obiettivi del progetto: storie e memorie sui diritti delle donne e di bambine e bambini durante la Seconda guerra mondiale; sul lavoro di cura non retribuito; sul lavoro nei campi e nelle fabbriche; sul sacrificio personale delle donne che lasciarono spazio occupazionale agli uomini rientrati dal conflitto; sul sostegno psicologico a reduci traumatizzati; e sulle strategie informali messe in atto per proteggersi dalla violenza, non solo dai nazifascisti, ma anche dalle forze alleate. Si tratta di storie condivise, diffuse e raramente presenti nei manuali scolastici, che costruiscono una memoria alternativa rispetto alle narrazioni centrate su uomini soldati e leadership politiche.
Dai riscontri raccolti tra le partecipanti è emerso che molte non conoscevano la storia delle donne di Barletta e hanno riconosciuto in queste biografie esempi di coraggio e forza da trasmettere alle generazioni future.
Questo processo di co-costruzione narrativa conferma quanto sostenuto da Kern: la città femminista non è una città solo per alcune, ma una città della cura per tutte e tutti. L’urbanistica femminista propone, infatti, di superare il modello centrato sull’utente standard attraverso una progettazione inclusiva basata su prossimità, riconoscimento e relazioni.
In questa prospettiva, camminare insieme diventa pratica politica e conoscitiva: davanti al Palazzo delle Poste la cura che sfida la violenza; al Castello e all’Archivio il lavoro sulle immagini e sulle parole; al porto e allo Spomenik l’apertura alle dimensioni transnazionali del trauma e della solidarietà. Attraversare la città con consapevolezza, occupare spazi attraverso il corpo, nominare assenze e presenze, condividere memorie, restituisce al patrimonio culturale una funzione sociale e trasformativa. Dalle donne partecipanti, insieme a responsabili della Pinacoteca e studiose della vita e delle opere di Léontine Lucile Gruvelle De Nittis, è emersa una proposta concreta di giustizia spaziale: intitolare il corridoio antistante al giardino di Palazzo della Marra a Léontine. Un gesto simbolico che rappresenta un primo passo verso una più equa distribuzione della memoria urbana. Allo stesso modo si sta costruendo una richiesta concreta da rivolgere all’amministrazione comunale: dedicare nuovi spazi pubblici — vie, piazze, giardini — ad alcune delle donne “incontrate” lungo il tragitto, da Addolorata Sardella e Lucia Corposanto a Maria Grasso Tarantino, da Angela Degno a Rosaria Cannito fino alle partigiane jugoslave. Così i loro nomi entreranno stabilmente nella toponomastica e nel paesaggio quotidiano, diventando parte della memoria condivisa delle generazioni future.
“Una città tutta per noi” ha mostrato come queste pratiche possano favorire la partecipazione, il riconoscimento, il senso di appartenenza e la costruzione di identità collettiva, indicatori di benessere individuale e comunitario, e possono trasformare la città in un luogo condiviso, in cui le memorie femminili emergono e le narrazioni marginalizzate trovano finalmente voce.

Per saperne di più:

– Bourdieu, P. (2001). La domination masculine. Paris: Seuil
– Booth, C., Darke, J., & Yeandle, S. (Eds.). (1996). Changing Places: Women’s Lives in the City. London: SAGE Publications.
– Colaprice, G. G. (2025), La Resistenza dimenticata del Sud Italia. I fatti di Barletta. Bari: Grecale.
– Collins, P. H. (2019). Intersectionality as Critical Social Theory. Durham, NC: Duke University Press.
– Carrera, L. (2025). Women’s Wise Walkshops: co-creating alternative urban narratives. Social Sciences, 14(10), 609. 
– Collins, P. H. (2019). Intersectionality as Critical Social Theory. Durham, NC: Duke University Press.
– Crenshaw, K. (1991). Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence Against Women of Color. Stanford Law Review, 43(6), 1241–1299.
– Darke, J. (1996). The man-shaped city. In C. Booth, J. Darke & S. Yeandle (Eds.), Changing Places: Women’s Lives in the City. London: SAGE Publications.
– Galtung, J. (1969). Violence, Peace, and Peace Research. Journal of Peace Research, 6(3), 167–191.
– Grasso Tarantino, M. (1995), 8 settembre 1943. L’armistizio a Barletta, Margherita di Savoia: Santobuono.
– Kern, L. (2020). Feminist City: Claiming Space in a Man-Made World. Verso Books.
– Lefebvre, H. (1968). Le droit à la ville. Paris: Anthropos.
– Makiedo, S. (1963), Prva partizanska misija, Belgrado: Sedma Sila (traduzione italiana: Capanna, A., Martocchia, A., Rizzi R. (2025). La prima missione partigiana. StreetLib).
– Martocchia, A. (2011), I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana: storie e memorie di una vicenda ignorata. Roma: Odradek.
– Woolf, V. (1929). A Room of One’s Own. London: Hogarth Press.
– World Health Organization. Regional Office for the Western Pacific. (2022). A toolkit on how to implement social prescribing. WHO Regional Office for the Western Pacific.

In copertina: La targa che commemora Rosaria Cannito in via Miale da Troia.

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Articolo di Lucia Anna Rutigliano e Rosanna Rizzi

Dottoranda in Medical Humanities and Welfare Policies presso l’Università di Foggia, è laureata in Storia e Scienze Sociali e in Scienze pedagogiche e della progettazione educativa, con un master in Copywriting. Si interessa di scrittura e lettura, arte e design, geopolitica. Le piace abitare il confine tra rigore scientifico e dimensioni mistiche e simboliche, alla costante ricerca di senso e significati. È cittadina attiva sui temi di genere.

Architetta e docente di scuola secondaria di primo grado, i suoi interessi di ricerca intrecciano urbanistica, paesaggio e progettazione architettonica. Coordinatrice OpenStreetMap per la Puglia, collabora con associazioni e realtà militanti, realizzando progetti didattici. Ama abitare gli spazi di confine tra ricerca, attivismo e pratiche quotidiane di resistenza, alla ricerca di nessi tra memoria, corpi e territori.

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