«Una delle libertà più difficili a conquistare è la libertà dal timore e non basta che essa sia inscritta sulla Carta atlantica. Il lungo periodo della dittatura e la struttura paternalistica della società italiana hanno creato un tipo di italiano che difficilmente osa esprimere a fondo il suo pensiero. Nelle donne, poi, questa riserva è anche maggiore, perché interviene un atavico istinto di soggezione all’autorità, sia quella dello Stato o del datore di lavoro, della famiglia o della Chiesa», così scriveva la giornalista Anna Garofalo nel volume L’Italiana in Italia (1955), rendendo note quelle che erano le sue paure circa il destino della donna italiana nel secondo dopoguerra.

Credeva infatti che, nonostante la dittatura fascista fosse finita da tempo, la controparte femminile si sarebbe trovata ancora per molto tempo schiava di una concezione che la supponeva prigioniera della mentalità patriarcale e maschilista, ormai radicata nel Paese.
Ma chi era Anna Garofalo? Nata a Roma il 21 febbraio del 1903 da una famiglia aristocratica, è stata una giornalista femminista e antifascista di matrice laica e liberale. A soli quindici anni, durante la Prima guerra mondiale, assistette i soldati mutilati come infermiera volontaria. Al riguardo disse: «Fu lì che nacque il mio profondo orrore per la guerra. I segni di quel tempo non si sono più cancellati in me e hanno avuto influenza sulla mia formazione spirituale che — data l’età — era ancora incompleta. M’ero buttata nel lavoro a capofitto, con l’entusiasmo generoso e con l’idealismo che tutti portavamo allora nel cuore. Ricordo le mie caviglie gonfie dopo il servizio e quell’alone di malinconia che mi restava attorno, anche quando tornavo a casa. Mi avevano affidato un certo numero di soldati ciechi. Il mio compito doveva essere quello di mettere gli occhi di vetro nelle loro povere orbite raggrinzite, al mattino, e di toglierli la sera, prima di lasciare l’ospedale. Di notte, i piccoli globi di vetro riposavano in scatole di cartone contrassegnate ognuna dal nome del soldato. Io non so come potessi scrivere senza tremare terribili frasi come questa: occhi di Silvestrini (era un alpino di venti anni a cui mancavano anche le mani). L’operazione di togliere e mettere gli occhi era delicatissima, un lavoro di precisione nel quale mi ero specializzata. Ricordo che una volta venne una missione sanitaria francese a visitare l’ospedale e i medici entrarono nell’infermeria mentre io tenevo aperta con una mano l’orbita di un cieco e con l’altra cercavo di innestare l’occhio nel cavo vuoto. Gli ufficiali mi guardarono stupefatti e si guardarono tra loro. Doveva esserci un certo contrasto fra la mia estrema giovinezza e quel macabro compito».
Dopo aver concluso le scuole superiori, si avvicinò agli ambienti di orientamento laico e decise di dedicarsi al giornalismo affrontando temi scomodi per l’epoca, quali: divorzio, adulterio e prostituzione. Nello specifico, scrisse perIl Mondo di Giovanni Amendola, collaborazione che ebbe però vita breve poiché, nell’ottobre del 1926, il periodico venne soppresso e il suo fondatore ucciso.

È importante sottolineare che Anna ha sempre discusso le tematiche menzionate senza mai nascondersi, combattendo a favore dell’emancipazione femminile. Infatti, nella trasmissione radiofonica da lei condotta, Parole di una donna, andata in onda per la prima volta nel settembre 1944 e durata fino agli inizi degli anni Cinquanta, era solita intrattenere gli ascoltatori e le ascoltatrici con argomenti come il diritto di voto alle cittadine e le condizioni del lavoro femminile; trasmissione che diede voce a tutte le Italiane, a prescindere dalle loro origini e dalla loro età. Stiamo parlando di madri, mogli e figlie che, durante la Seconda guerra mondiale, attendevano il ritorno dei loro mariti e dei loro figli, fratelli, padri. Lei stessa visse con angoscia questi anni temendo per suo figlio al fronte, il quale, in seguito, le consigliò di scrivere In guerra si muore (1945).
Tra le varie tematiche che le stavano più a cuore c’era quella del suffragio femminile che venne, difatti, più volte affrontata in Parole di una donna, dove si preoccupò di illustrare anche gli obiettivi e la petizione del Comitato pro-voto dell’Udi (Unione Donne Italiane); tra le prime ospiti ci fu l’ex senatrice Rita Montagnana. Sicuramente, possiamo asserire che il principale merito di questo tipo di comunicazione è stato il permettere alle cittadine di rivendicare la loro volontà e la loro indipendenza, scevre da ogni tipo di controllo maschile e da qualsiasi stereotipo di genere.
La giornalista e scrittrice romana, troppo presto dimenticata, commentava in questo modo l’appuntamento alle urne del 2 giugno 1946: «Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari».
Nello stesso anno, Anna aderì all’Aimu (Associazione Italiana Madri Unite), ovvero un’unione di donne per la pace indipendente, internazionalista e basata sui valori della cura e della protezione della vita. Arrivò, poi, anche il 1947, anno estremamente cruciale in quanto non solo si pronunciò nell’Assemblea Costituente per riferire dell’impari condizione di diritto di accesso femminile alla magistratura, ma recensì anche, per il periodico L’Italia socialista, Il pianto di Ecuba di Maria Bajocco Remiddi, opera che metteva al centro le questioni (maternità e guerra) che anche lei, da fervente riformista, aveva trattato nel suoIn guerra si muore.
Con il trionfo della Democrazia Cristiana, avvenuto nel 1948, il suo programma subì la censura di stampo cattolico e reazionario. Come prima cosa fu spostata durante le ore pomeridiane o vespertine. Inoltre, i dirigenti trovarono inconcepibile che questa trasmissione fosse scritta e presentata da una donna e, proprio per tal motivo, che venisse posta accanto al discorso dell’uomo politico o al giornale radio. Tuttavia, Garofalo proseguì con la conduzione della sua rubrica — continuando a occuparsi di divorzio, di violenza sulle donne, di adulterio, di prostituzione, di disuguaglianza dei coniugi nel codice civile, di dramma dei figli illegittimi, di sperequazione salariale e delle discriminazioni di genere sul lavoro — fino alla morte, avvenuta a Roma il 21 febbraio 1965.
Tra le sue opere più importanti il già menzionato romanzo autobiografico In guerra si muore, testo caratterizzato da frasi brevi, scarsa aggettivazione e parole fittamente ripetute a mo’ di metafora della guerra. Ciò che emerge da questo libro è la passionalità dilagante, inesistente invece nelle inchieste dove Anna utilizzava uno stile asciutto, razionale, incisivo, con un totale controllo delle emozioni. Tali indagini furono raccolte in Cittadini sì e no (1956) e in L’Italiana in Italia (1956), volumi caratterizzati da una minuziosa analisi dei fatti con cui intendeva far comprendere la realtà di quella che era (ed è tuttora) la società italiana; inoltre, per quanto riguarda il secondo lavoro, al suo interno sono contenuti anche estratti del suo programma radiofonico.

Questa è la biografia di una donna visionaria che, tra le prime, ha affrontato, senza veli ideologici, problematiche scottanti. Ha combattuto a favore dei diritti femminili e si è battuta contro ogni guerra.
Anna Garofalo fu, dunque, una personalità importante e rappresentativa tanto che la città di Lanciano (Chieti), a seguito della campagna di Tf 8 marzo, tre donne, tre strade, con una delibera di giunta del 22 aprile 2025 le ha ufficialmente dedicato il Larghetto Anna Garofalo.
«Stringiamo le schede come biglietti d’amore», scrisse Anna, parole che hanno ispirato la regista e attrice Paola Cortellesi nella realizzazione del suo film C’è ancora domani (2023), un vero e proprio meritato successo, arrivato sugli schermi al momento giusto.
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Articolo di Ludovica Pinna

Classe 1994. Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, editoria, giornalismo presso L’Università Roma Tre. Nutre e coltiva un forte interesse verso varie tematiche sociali, soprattutto quelle relative agli studi di genere. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura e l’arte in ogni sua forma. Ama anche viaggiare, in quanto fonte di crescita e apertura mentale.
