La canzone d’autrice 

Per chi, come me, è stata una ragazza degli anni Settanta, Guccini e De Andrè, coi loro testi, sono stati Maestri insuperabili di riflessione e pensiero. Della canzone d’autrice sapevo ben poco, ascoltando, ma solo negli anni universitari, la grande Giovanna Marini. Chissà che cosa sarebbe stato della mia formazione femminista incontrare da giovane i Canti di protesta femminista di cui scrive Patrizia Danieli nel suo saggio, denso e profondo, La canzone d’autrice. Antropologia, potere e narrazioni femministe. Siamo immerse nel mare invisibile del patriarcato, come scrive Marianna Di Gioia e ce ne accorgiamo sempre troppo tardi. 
«La musica circonda la nostra vita. Non è difficile immaginare diversi tipi di canzoni e associarli a tempi, luoghi, periodi vissuti. Alcune canzoni hanno il potere di evocare in noi ricordi, mondi, relazioni che oggi probabilmente si sono trasformate. La musica è evocativa ma anche formativa […]» 

Queste parole di Patrizia Danieli, contenute nel suo libro denunciano l’intento pedagogico che ne ha ispirato la scrittura. Come lei stessa afferma nell’introduzione: «I testi delle canzoni veicolano messaggi e scegliere quale musica ascoltare significa avvicinarsi a un preciso sistema di valori, idee sul mondo e sui rapporti tra le persone…», mentre Sveva Magaraggia nella prefazione ribadisce che «Le canzoni sono più che intrattenimento: sono testi culturali, archivi emotivi, mappe di potere…». 

Il libro è diviso in tre parti, che si possono sfogliare in ordine libero.
La prima è un excursus che ricostruisce brevemente sia la storia delle donne nel Novecento sia la storia del Movimento femminista in Italia, per inquadrare il contesto storico e sociale in cui è nata la canzone d’autrice. Lo sguardo della storica Patrizia Danieli è quello di genere, con un approccio intersezionale. Antropologia e potere autorale percorre le tappe principali della storia europea, con un’attenzione particolare al contesto italiano e a come è cambiato il rapporto di potere tra i sessi nel tempo. Incontriamo Olympe De Gouges, Mary Wollstonecraft Godwin, Harriet Taylor e Stuart Mill, la Società nazionale per il Suffragio femminile, Emmeline Pankhurst, Anna Kuliscioff, Annamaria Mozzoni, Maria Montessori e naturalmente Virginia Woolf. Un approfondimento importante è dedicato al patriarcato fascista, «un episodio particolare e distinto di dominio patriarcale, perché politicizza la differenza tra uomini e donne motivandola dalla natura». Questa visione purtroppo continua a caratterizzare una parte della classe politica italiana attualmente al governo e tanta parte della società. 
Una sezione riguarda la storia del movimento femminista in Italia, con un’analisi approfondita delle tre fasi del femminismo italiano individuate da Fiamma Lussana, docente di storia contemporanea dell’Università di Sassari.
I capitoli Pioniere. Le donne scrivono la cultura e Teorie femministe, parzialità della conoscenza e agentività sono pura ricerca, prodromica alla piena comprensione delle parti dedicate alla vera canzone d’autrice e sono particolarmente interessanti per chi, come chi scrive, si approccia per la prima volta agli scritti e al pensiero delle antropologhe. Attraverso la lente delle loro teorie sarà molto più facile capire la canzone d’autrice nel tempo. 

La seconda parte è dedicata alla canzone di protesta femminista e si apre con una citazione di Philippe Martel: «La canzone è oggetto di scienza nel momento in cui è vettore di un messaggio di carattere politico, identitario o sociale, nel momento in cui il canto è segno di raduno, assemblea o espressione artistica delle aspirazioni di una società o di una frazione di questa società. Il canto merita allora di essere messo in discussione, sia nella forma (testi e musica) sia nel contenuto». Vi troviamo le canzoni sulle donne: L’uccellin della comare (di cui ricordo lo sguardo malizioso di alcune delle mie amiche guide scout quando le cantavano insieme ai maschi, mentre a me provocavano un fastidio di cui non riuscivo a riconoscere la causa), La mi morosa vecchia, E dalle un altro pettolo, Hai ben ragione se piangi, in cui la donna è considerata un corpo da usare o se incinta anche “giustamente” da lasciare, come dimostra bene il film di Pietro Germi Sedotta e abbandonata, o addirittura da sottoporre a percosse, violenze e stupri; ma anche le canzoni delle donne, come le ninne nanne e le canzoni delle donne delle risaie.
Tra le prime cantautrici si ricordano Rosa Balistreri e tra i testi delle donne anche quelli di Cantacronache, del Nuovo Canzoniere italiano, i tanti gruppi che si avvicinano alla canzone popolare nelle varie parti d’Italia e la Nuova compagnia di canto popolare di Eugenio Bennato. Oltre a Balistreri troviamo Giovanna Daffini, Sandra Mantovani, Caterina Bueno e Giovanna Marini, che attraverserà la storia della canzone d’autrice fondando la scuola di musica popolare Il Testaccio. Un posto particolare tra le cantautrici occupa Margot, che denuncia la violenza sulle donne con canzoni che immaginano una migliore relazione tra i sessi: «Soffierà sulla vita coniugale/un bello spirito morale/le madri chine sulle creature/la pregiata carne partorita con dolore/mai timore d’aborto/mai più marito accorto/picchierà la moglie ingravidata/mai più, mai più legnate/ma carezze innamorate/come per le cavalle impregnate/come per le cavalle impregnate». Tra le canzoni “sulle donne” spicca Chiedo scusa se parlo di Maria di Giorgio Gaber che parla d’amore in un modo più vero e più dolce, come sottolinea Caldirola ed è scritta per tessere legami di solidarietà tra i due sessi: «Se sapessi parlare di Maria/se sapessi davvero capire la sua esistenza/avrei capito esattamente la realtà/la paura la tensione la violenza/avrei capito il capitale e la borghesia/ma la mia rabbia è che non so parlare di Maria […] Maria, Maria la realtà».
Le canzoni di protesta femminista sono raccolte per tematiche: Amore e politica, Maternità, Aborto e Sessualità. Tra i molti bellissimi testi mi piace citare Alle sorelle ritrovate di Antonella Laterza:«[…] Simona la nostra amicizia d’infanzia finisce qui/Simona devo avere un marito una casa ingrossare la pancia./Ti ricordi quante volte ci siamo stordite con i nostri sogni/e quando con le mani gelate ci piaceva pettinare i capelli./Simona due donne non possono smarrirsi negli occhi/Simona un uomo col cappello c’è sempre e ci trascina con sé./Impressioni d’infinito abbandono mi pesano sulla testa/vorrei che questo impossibile mondo non ci dividesse./Simona cos’è la forza che ci allontana Simona tu sei bella sei cara/ma lui stringe la realtà.» Quanta verità e struggimento in questi versi perché è vero: il tesoro dell’amicizia tra donne improvvisamente perde valore quando una delle due amiche si sposa e ha meno tempo per i confronti e gli scambi di riflessione. Se poi nascono figli/e, sarà ancor più complicato ritagliarsi del tempo per alimentare questo rapporto. Esperienza personalmente provata più volte nella mia ormai lunga esistenza di donna non madre per scelta. 

La terza parte è la più vicina a noi ed è intitolata Nuove narrazioni. Nel Capitolo Canta fino a dieci l’autrice ci ricorda, con ricchezza di dati, che c’è un gender gap anche nella musica, italiana e internazionale. Secondo uno studio di Sveva Magaraggia tra il 2018 e il 2020 su 119 canzoni, 89 sono scritte da uomini 4 da donne e 29 da gruppi misti, ciascuno composto da un numero uguale o maggiore di uomini. Su 119 canzoni, 91 sono cantate da uno o più uomini, 10 da ragazze o donne e 18 da gruppi di uomini e donne. Questa sproporzione può esistere senza bisogno di scuse perché «la forza dell’ordine maschile si vede nel fatto che fa a meno di giustificazioni: la visione androcentrica si pone come neutra e non ha bisogno di spiegarsi in discorsi volti a legittimarla» (Bourdieu, 2001). 
Le differenze rispetto alla canzone di protesta femminista degli anni Settanta sono molte e dovute alla trasformazione del nostro mondo. Scrive Danieli: «Il decennio settanta è la fase storica in cui il bisogno di uguaglianza si sviluppa al massimo grado. Cresce la politica, cresce la società. Negli anni Ottanta, però, il solco tra sistema politico e gente comune diviene una frattura». Ci saranno poi Mani pulite e il berlusconismo. E tutto questo segnerà l’immagine delle donne veicolate dai media e dalle canzoni. Il femminismo si concentrerà sui Women Studies e nasceranno i molti luoghi delle donne. Canta fino a dieci, una rete di cantautrici che comprende Anna Castiglia, Rossana De Pace, Francesca Siano, in arte Francamente, Valeria Rossi, in arte Cheriac Re e Irene Buselli è oggetto di studio approfondito di Danieli, che fa parlare queste donne resistenti e ne racconta la storia, così come farà con alcune cantautrici contemporanee, tra cui Giulia Mei, che intervisterà insieme alle altre verso la fine del libro. Molto istruttivo è il capitolo Cambiamo musica. Canzoni per educare alle differenze, in cui si cita, tra le altre, anche la potenza dei testi trasgressivi rispetto all’ordine comune di Gianna Nannini. 

Nelle nuove cantautrici troviamo un’idea di amore che è in primo luogo conquista di quell’amor proprio a lungo negato e soffocato dall’idea di devozione e cura disinteressate imposta alle donne per troppo tempo e l’importanza dello studio, della cultura e l’impegno per la pace. Commovente il riconoscimento tributato da Giulia Mei a una maestra della scuola primaria che usava i testi delle canzoni dei cantautori nelle sue lezioni. Di Giulia Mei la canzone Bandiera è un inno resistente che tutte e tutti dovrebbero conoscere. 

Patrizia Danieli è pedagogista e antropologa di formazione e il suo sguardo attraversa tutto il libro, soprattutto laddove così si interroga: «Come possiamo “cambiare musica”? Come possono i testi delle canzoni aiutare giovani e meno giovani a pensarsi in modo autentico nel mondo?» 
Ed ecco la risposta: «Essendo le canzoni specchio del proprio tempo, insegnanti di ogni ordine e grado possono usare i testi di più canzoni per comparare diversi momenti storici, con un approfondimento legato al genere. Un percorso di questo tipo potrebbe essere utile nell’ottica della costruzione di un pensiero critico attraverso l’analisi dei prodotti culturali…». Per decostruire gli stereotipi si possono persino ascoltare testi dai contenuti sessisti ma occorrerà puntare soprattutto sulla canzone d’autrice. Ho provato questa esperienza nei miei ultimi anni di docente, in occasione di attacchi sui social da parte di alcuni studenti nei confronti delle loro compagne che erano stati portati all’interno del consiglio di classe. Sono stati molto più utili delle sospensioni a far crescere la consapevolezza di ragazze e ragazzi. 

Il libro di Patrizia Danieli, che è docente di scuola secondaria di primo grado, è un invito all’ascolto di voci di donne che scrivono la cultura, «che risignificano il privato come politico, che trasformano il canto in atto di resistenza…». Un libro intenso e profondo, che dà spazio anche alla filosofia queer, raccoglie le riflessioni di molte pensatrici e rappresenta una lettura necessaria. Un testo che ci fornisce le lenti per scovare il patriarcato che ha attraversato e ancora attraversa la produzione dei testi delle canzoni ma invita al contempo a scoprire la nuova resistenza delle cantautrici contemporanee e la natura “formulaica” di tante canzoni delle donne. 
Grazie a Patrizia Danieli per questo libro e grazie a tutte le donne che vi sono ricordate. Le donne che tracciano strade sono le strade per le altre donne. 

Patrizia Danieli 
La canzone d’autrice. Antropologia, potere e narrazioni femministe in Italia 
Ledizioni Ledi Publishing, Milano 2025 
pp. 234 

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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