Per chi soffre di acrofobia, la montagna è un incubo; solo a sentir parlare di scalate, strapiombi, sentieri scoscesi, seggiovie sono invasa da vero terrore. Non posso neppure percorrere un ponte, un viadotto, una via panoramica, pur guidando l’auto un’altra persona, senza essere presa da un senso di panico, che parte dal formicolio agli arti inferiori e attanaglia il cuore. Tuttavia più volte mi sono fatta coraggio: sono salita (udite udite) sulle terrazze della Torre Eiffel e dell’Empire State Building, rimanendo aggrappata alla parete, mentre tutte le persone ammiravano la splendida vista, sono entrata in stupefacenti ascensori esterni in vetro, ho preso la funivia per arrivare sul Monte Bianco, ho passeggiato lungo facili sentieri dolomitici. Riesco persino a utilizzare l’aereo, tanto non sono io la pilota! Ma nella mia esperienza di giovane supplente, in una provincia come quella di Pistoia con presenza di località montane sulle falde appenniniche, ho dovuto sfidare le mie paure, se volevo raggiungere le sedi più scomode, lontane, sgradite, pur di lavorare e fare punteggio.
Mentre al paese di Pracchia si arriva con il treno, da Pàvana, frazione minuscola ma dotata di scuola media, nota per essere la residenza di Francesco Guccini, la stazione dista due o tre chilometri, quindi l’auto è praticamente indispensabile; lo stesso vale per Cutigliano e Piteglio. Magari ci sarà qualche corsa giornaliera di autobus dal capoluogo, ma per chi viene dall’altra parte della provincia è una vera impresa. Allora, appena arrivava la temuta chiamata dalla segreteria, via con la mia Fiesta, senza gomme da neve e senza catene, naturalmente, come usava alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Una preside particolarmente antipatica ricordo ancora che, alla mia timorosa domanda se, essendo pieno inverno, avrei trovato la neve, mi rispose tagliente: «Certo, per fortuna! Qui viviamo di turismo montano!». Detto fatto partii con sprezzo del pericolo, e con l’incoscienza della gioventù. Per strada trovai di tutto: nevischio, “bruscello” (ovvero gelicidio, un fenomeno bellissimo e poetico, volendo, di sottili ricami sulle fronde degli alberi), curve ghiacciate. Mentre mi arrampicavo nel nulla, a un certo punto, in una vera bufera, vedo spuntare una presenza umana: era un uomo coperto di neve che si affannava in mezzo alla via per chiedere un passaggio. Io mi fermai e lo feci salire, prima che diventasse un ghiacciolo; mi spiegò che il collega con cui aveva appuntamento non era passato e lui era da tempo sulla strada, invano. Facemmo insieme l’ultimo tratto, finché l’ignoto signore giunse al suo lavoro e io ce la feci a trovare la scuola in quell’angolo sperduto, dove mi sarei fermata qualche giorno nella casa di due signore simpaticissime che davano ospitalità alle insegnanti fuori sede. Era l’epoca di Happy days che la sera guardavamo con divertimento, mentre l’anziana padrona preparava la cena e una collega sferruzzava davanti al caminetto. Per fortuna, l’avventura si era risolta felicemente.
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).
