«A volte, la morte di una solo essere fa suonare le campane a morto per l’umanità intera», inizia così l’editoriale di Edwy Plenel sul quotidiano francese Mediapart della scorsa settimana.
Il 18 febbraio, nella sua casa nel Sud della Francia, si è suicidata Leila Shahid, eccelsa donna palestinese, dopo una vita spesa a lottare per i diritti del proprio popolo. L’indomani si sarebbe tenuta la prima riunione del cosiddetto Consiglio di pace di Donald Trump, in concomitanza con il piano di annessione della Cisgiordania voluto da Benjamin Netanyahu e non ostacolato da nessuno.
Nata nel 1949 in Libano, dove la sua famiglia era fuggita a causa della Nakba (la “Catastrofe”, ovvero la nascita di Israele e il conseguente spostamento forzato di centinaia di migliaia di persone: quelle sopravvissute), Leila Shahid è stata una delle rappresentanti in Europa dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina un tempo guidata da Yassir Arafat, deceduto a Parigi in circostanze mai chiarite nel 2004, poco dopo la fine della seconda Intifada. Uno Stato che rivendica il diritto al ritorno in Terra Santa per un popolo che per la maggior parte non vi abitava più da millenni ha varato una legge che confisca le case “abbandonate” per mesi da chi è stato sfollato per far nascere il nuovo Stato. Favorevole in un primo momento agli Accordi di Oslo, in quanto potevano portare alla nascita di uno Stato arabo in Palestina, Leila Shahid ha presto constatato il tramonto di quell’illusione, che peraltro non conteneva affatto le parole «Stato arabo». Tutt’altro che intransigente, credeva nella pace e nel riconoscimento reciproco tra i due popoli, cosa mai accaduta a causa dell’integralismo sionista e della complicità europea e americana. Delegata di una nazione mai riconosciuta, ha poi lasciato il posto di ambasciatrice della diaspora palestinese in Francia e in Europa in quanto ostile tanto al fanatismo religioso di Hamas quanto alla corruzione di Al Fatah, che ha accettato talmente tanti compromessi con l’occupante da esserne divenuto quasi complice. In seguito alla morte di Arafat, Leila Shahid ha aspramente criticato la deriva autoritaria del suo successore Mahmoud Abbas.
Nel corso dei decenni David Ben Gurion, Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu si sono succeduti nella distruzione e nello svuotamento della Palestina con il sostegno europeo. In una recente intervista al quotidiano il manifesto, commentando il mancato arrivo degli aiuti umanitari promessi dall’Unione Europea, Leila Shahid ha dichiarato: «Non c’è da sorprendersi. L’Unione Europea sa che tutte le porte di Gaza sono sigillate […]; l’aeroporto (finanziato anche con fondi europei) fu distrutto dagli israeliani nel 2000, il valico di Rafah, tra Egitto e Gaza, dove gli europei erano i controllori ufficiali del passaggio, è chiuso ormai da anni. […] Come possono gli europei immaginare che gli aiuti filtrino, se hanno permesso a Israele, dopo i massacri di “Piombo fuso” [come l’esercito e il governo israeliani hanno chiamato i massicci bombardamenti su Gaza che hanno ucciso 1417 persone (inutile dirlo, quasi tutte civili inermi) tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 dopo la vittoria elettorale di Hamas e il lancio di missili rudimentali che colpirono dieci soldati israeliani, ndr] di assediare completamente la Striscia? Quello dell’Europa è un atteggiamento ipocrita: non ha nemmeno chiesto un’indagine su quanto accaduto durante Piombo fuso e ora è complice dell’assedio».
Dopo aver lavorato in Irlanda, Paesi Bassi, Danimarca, Belgio e Francia, si è dimessa in quanto non credeva più nell’Autorità nazionale palestinese che doveva rappresentare.
Per chi ha origini arabe, non è facile vivere in Francia. Dopo il 7 ottobre 2023 il già presente sionismo delle istituzioni è vertiginosamente aumentato e gli atti di solidarietà verso la popolazione di Gaza sterminata dalle bombe e dalla fame sono costantemente tacciati di antiebraismo (erroneamente chiamato “antisemitismo”). Oggi una proposta di legge della deputata sionista francese Caroline Yadan, uscita dalla coalizione presidenziale quando Emmanuel Macron ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina, vorrebbe vietare gli slogan contro il colonialismo scanditi nei cortei. Depressa, sfiduciata e portata alle dimissioni a causa di un clima politico diventato irrespirabile, Leila Shahid ha assistito impotente al genocidio che Israele porta avanti indisturbato nella Striscia di Gaza e alle aberranti dichiarazioni dei ministri francesi. Fino al suicidio.
Invitata da Mediapart, Leïla Shahid, settantaseienne, aveva tenuto nel settembre 2025 il suo ultimo intervento pubblico dedicato alla Palestina. In quell’occasione, prima di parlare della propria terra, ci ha tenuto a ringraziare la parte (minoritaria) della stampa occidentale che si dà da fare per dare voce al popolo palestinese, oppresso da decenni con la complicità di gran parte dei media europei e statunitensi. Durante quell’ultimo incontro, Leila Shahid ha affermato che «il consenso all’assassinio della Palestina segna il crollo della moralità [occidentale]». Dopo una vita passata a combattere la mancanza di moralità del mondo, il suo suicidio chiude il sipario su un Occidente marcio che non ha più valori da trasmettere né da insegnare.
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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.
