Non dimentichiamo le proteste in Iran 

Le notizie che sono arrivate a inizio gennaio dall’Iran sono state terribili, migliaia di morti, tante giovani ragazze come Rubina Aminian, studente di moda, uccisa con colpi di pistola sul viso. E tante giovani che abbiamo visto accendersi sigarette dalla fotografia in fiamme di Khomenei. E poco importa se la foto diventata simbolica della ragazza con la sigaretta non sia stata scattata in Iran perché, in pochi giorni, il gesto è diventato un emblema. Rubina non c’è più, ma le altre? Quella che regge il cartello con su scritto “quando ci muoviamo la paura si scioglie” o “per anni abbiamo bruciato in silenzio senza fare fumo” o “non basta respirare per vivere”, saranno ancora vive?
Sappiamo poco perché, ogni volta che scoppia una rivolta, in Iran viene posto il blocco di Internet e delle comunicazioni, pare che tra l’8 e il 9 gennaio le persone uccise dai soldati del regime siano state oltre trentamila, senza contare quelle ferite e morte in seguito e poi molte altre migliaia di persone arrestate. Abbiamo visto immagini sfocate di familiari accalcati in una stanza dove venivano proiettate le fotografie delle persone morte e che da lì dovevano riconoscerle.
E poi ci sono le persone ferite gravemente, molte delle quali non sono potute andare in ospedale perché sarebbero state riconosciute. E infatti, secondo Iran Human Rights non solo si sono viste negare l’assistenza medica, ma in alcuni casi sono state deliberatamente uccise all’interno delle strutture mediche, o arrestate dai loro letti d’ospedale e trasferite in luoghi non rivelati. Allo stesso tempo, il personale medico e infermieristico che ha cercato di salvare le vite delle persone ferite è stato minacciato, convocato e in alcuni casi detenuto. Mahmood Amiry-Moghaddam, Direttore di Ihr, ha dichiarato: «Le testimonianze dei medici dimostrano che la Repubblica islamica ha calpestato anche i principi umani e medici più basilari e ha sistematicamente utilizzato gli ospedali come strumenti di repressione e di uccisione. L’arresto deliberato dei ventilatori, l’impedimento delle cure per i feriti e l’arresto dei pazienti dai letti degli ospedali costituiscono crimini contro l’umanità e dimostrano il completo collasso di qualsiasi standard etico o legale in questo governo».
I motivi della protesta non sono gli stessi per tutta la popolazione perché, alla privazione delle più elementari libertà, soprattutto per le donne, si aggiungono i prezzi alle stelle, la valuta che crolla, la corruzione crescente. La protesta infatti questa volta è cominciata nei bazar (come già era successo nel 1979), a causa della gravissima crisi economica, ma si è velocemente estesa nelle università e in varie città del Paese.
Il regime di Khomenei non è nel momento di maggior forza anche perché regimi e movimenti amici sono caduti (Assad) o indeboliti (Hezbollah e Hamas) e quindi si potrebbe sperare che le rivolte abbiano maggiori possibilità di trasformarsi in una rivoluzione. Secondo alcune osservatrici iraniane che seguo, ad esempio la giornalista Masih Alinejad, la popolazione rivoltosa ha tratto speranze e quindi forza da quel che è successo in Venezuela, contando dunque in un eventuale aiuto di Trump, che in effetti nei giorni precedenti aveva detto che sarebbe intervenuto se ci fossero state morti, se la popolazione avesse dimostrato di chiederlo. 
Trump non è intervenuto. Difficile dire se sia stato meglio o peggio, ma non ho mai creduto che lo avrebbe fatto, gli serve di più la Groenlandia, gli serve di più il controllo sotto casa, forse non gli conviene complicarsi le cose con l’Iran, perché farlo renderebbe problematici i rapporti con Cina e Russia e inciderebbe negativamente su quello che ci sembra un loro terribile piano, anche se solo sottointeso, di spartizione del pianeta. 

Intanto ogni fibra del mio corpo è con le giovani e i giovani che protestano, in Iran. La mia, la nostra speranza, è che possano farcela senza Trump, così saranno davvero liberi e libere anche se si sta già facendo avanti il figlio sessantacinquenne dello Scià, cacciato nel 1979, Reza Pahlavi (ricordo bene la sua fotografia pubblicata allora dai giornali, il volto di un ragazzo appena più grande di me), il quale si sta avvicinando ai Maga e a Trump e che pare essere sostenuto da parte della popolazione in rivolta. Nei giorni scorsi c’è stata una manifestazione in suo favore anche a Milano. 
Ma le notizie che ci giungono sono così scarne che è davvero difficile saperne di più, per cui non possiamo dire quanto sia sostenuta questa ipotesi. Trump si è accontentato di dire che il regime iraniano ha sospeso le esecuzioni e delle proteste in Iran si è smesso di parlare anche perché in questo terribile, gelido, tempestoso (in tutti i sensi) gennaio pare che stia accadendo di tutto e non ci riesce facile restare sul pezzo. Alle folle manifestanti in Iran si sostituiscono quelle di Minneapolis, alle violenze della polizia di un regime barbarico si sostituiscono quelle di un Paese che abbiamo fino a ora considerato democratico. Hanno lo stesso peso le vittime di un organo di polizia che reprime i manifestanti? Sicuramente no, sbagliato o no che sia, per tanti motivi. Certamente ha un impatto emotivo forte il vedere il video dell’esecuzione di un uomo bloccato a terra, conoscere il suo nome, la sua storia, sapere che fosse inerme; e altrettanto impattante sulle nostre coscienze è sapere che non è successo in Iran ma negli Stati Uniti. E qui ci sarebbe anche da discutere su quanto diversamente faccia presa su di noi un evento drammatico di cui sentiamo vagamente parlare e uno che vediamo ripreso da mille angolazioni. Ma anche di come ci colpiscano diversamente la violenza in un regime totalitario da quella di un governo che abbiamo ritenuto democratico. 

E dunque delle donne iraniane, dei giovani iraniani, dopo un po’ di giorni non se ne parla più, eppure continuano a morire, ogni giorno. La Hengaw Organization ogni giorno pubblica sul suo sito e i social volti, nomi, storie di tante altre persone uccise o rapite. Particolarmente sotto attacco sono gli avvocati e le avvocate che si occupano di diritti umani e soprattutto il personale sanitario che cerca di dare assistenza ai feriti. 
Siamo a inizio febbraio e numerosi video che circolano online mostrano una ripresa delle proteste in Iran, stavolta a partire dalle università, e soprattutto dalle facoltà di Medicina, in seguito all’arresto e alle esecuzioni di personale medico e infermieristico, accusato dal regime di aver curato le/i manifestanti feriti durante le proteste, represse nel sangue con migliaia di persone morte e ferite, di inizio gennaio 2026. Questa nuova ondata di manifestazioni fa seguito, oltre che alla repressione verso il personale sanitario, anche al diffondersi di notizie raccapriccianti su come le persone ferite siano state lasciate morire o addirittura uccise negli ospedali. 
Tutto ciò succede tutti i giorni, non ha mai smesso di succedere. Forse però noi abbiamo smesso di preoccuparcene. 

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Articolo di Donatella Caione 

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Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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