Continua l’intervista con Sara Pinzi, ingegnera, professoressa ordinaria all’Università di Cordova, in Spagna. In questa seconda parte ci chiediamo il perché della scarsa propensione delle ragazze ad affrontare studi scientifici: si tratta di un problema assolutamente da risolvere, un vero e proprio spreco di risorse, oltre che una questione di parità.
Qual è la materia che insegni all’università? E quale è il tuo ambito di ricerca attualmente?
Sono docente di Chimica, fisica e termodinamica applicata, area macchine e motori termici. I miei ambiti di ricerca sono l’economia circolare, le biomasse e i biocombustibili per motori diesel.

In Italia non sono molte le donne a occuparsi di queste materie. Alla facoltà di ingegneria, ad esempio, solo poco più del 25% sono ragazze. Come certamente sai, anche se dal ‘92 il numero delle laureate ha superato quello dei laureati, ancora oggi solo il 30% di coloro che fanno ricerca scientifica nel mondo sono donne. Secondo te perché sono così poche?
In Spagna non è molto diverso. Negli ultimi quattro anni ho cominciato a occuparmi attivamente di queste tematiche, perché sono la prima vicerettrice che si occupa di parità di genere a provenire da una disciplina scientifica e quindi ho provato a fare uno studio per capire come mai le ragazze sono poco attratte dalle Stem.
Un’indagine che abbiamo condotto in diverse facoltà di ingegneria in Spagna ci suggerisce una prima risposta, perché dimostra una differenza fra le aspirazioni dei ragazzi e delle ragazze: i ragazzi mettono al primo posto fra le motivazioni delle loro scelte il fatto di poter guadagnare di più. Le ragazze, invece, si chiedono che impatto potranno avere nella società, quanto potranno cambiare le cose. Nella comunicazione riguardo alle discipline scientifiche spesso si fa un errore importante, che non aiuta a superare il gap orizzontale: quello di non mettere in risalto l’impatto sociale che hanno la tecnologia, la matematica, le scienze.
Ma il motivo principale che allontana le giovani studenti dalle Stem è che loro sono convinte che la tecnologia o la fisica siano riservate alle eccellenze e temono di non essere abbastanza brave.
Succede anche in Italia: i dati dimostrano che, già alla fine delle medie, sono in netta minoranza le ragazze che scelgono indirizzi tecnici o scientifici. Non li considerano adatti a loro. Questo poi condiziona le loro scelta future, perché quando arrivano all’Università hanno effettivamente una preparazione meno adeguata a frequentare facoltà scientifiche.
Purtroppo gli stereotipi di genere si formano molto precocemente. Le femmine iniziano a pensare di non essere all’altezza di studiare matematica o ingegneria in un’età tra i 5 e 6 anni. Bisogna lavorare sulle famiglie, sulla società. Dalla pubblicità ai giochi che vengono proposti a bambine e bambini, tutto contribuisce a formare gli stereotipi. Ricordo che da adolescente leggevo Dalla parte delle bambine, che era stato scritto da Elena Gianini Belotti negli anni ’70. Sembra impossibile, dopo tutti questi anni, scoprire che quasi niente è cambiato! Le bambine sono incoraggiate a giocare a giochi ripetitivi che non sviluppano l’orientazione spaziotemporale, fin da piccole si rendono conto che devono perpetuare dei modelli di cura, non devono parlare, non devono esprimere la loro opinione, devono essere buone. I bambini invece da piccoli sono educati a non piangere.
A questo proposito, quanto è importante secondo te usare un corretto linguaggio di genere? Sai che la nostra premier pretende di essere chiamata “il presidente del consiglio”…
È una cosa molto grave, perché, oltre a essere un calcio in testa al dizionario, proprio non ha alcun senso, anzi è un messaggio politico molto forte, perché quello che non si nomina non esiste!
Ho una bimba di 13 anni e fortunatamente lei ha avuto delle maestre che le hanno insegnato a usare un linguaggio che nomini la differenza. Qualche volta, se mi capita di dire: “i miei studenti”, lei mi chiede: «Ma mamma, ma tu non ce l’hai delle studenti femmine?» Lei pensa ingenuamente che se io parlo così è perché ho solo studenti maschi, mentre per noi persone adulte usare un linguaggio di genere richiede uno sforzo continuo, perché non siamo abituate!
Tornando al gender gap nella scienza, credi che sarebbe importante cominciare a lavorare sulle competenze scientifiche in maniera corretta fin dalla scuola materna, prima che scattino gli stereotipi? Dopo tutto, questo servirebbe a migliorare le competenze scientifiche non solo delle bambine, ma anche dei bambini.
Sono d’accordo. A questo proposito, nella nostra università abbiamo un progetto che si chiama Infaciencia. Si rivolge a bambine e bambini della scuola materna, dai 3 ai 5 anni. Lavorano durante tutto l’anno sulle biografie di donne scientifiche, donne matematiche e poi sviluppano un progetto didattico. Per esempio, parlano di Jane Goodall e imparano tutto sugli scimpanzè, sugli ecosistemi ecc. Poi ogni classe con le maestre espone il suo lavoro alle studenti e agli studenti dell’Università, e alcune ricercatrici raccontano la loro vita, il lavoro che fanno e propongono delle esperienze alle bambine e ai bambini.
L’anno scorso mi è capitato di assistere al lavoro di una mia bravissima collega, Maria Cossè Polo, vicerettrice di politica scientifica dell’Università di Cordova, un’ingegnera esperta di risorse idriche e gestione della pioggia, che faceva un girotondo con loro danzando sotto la pioggia per spiegare con parole semplici il ciclo dell’acqua. Poi raccontava la sua vita, spiegando che era una mamma, ma si occupava nello stesso tempo di questi problemi così importanti. Per me è stata un’esperienza bellissima. Mi sono proprio innamorata di questo modo di insegnare!
Abbiamo anche un altro progetto, basato sulla teatralizzazione. L’11 febbraio, che è il giorno della bambine e delle donne di scienza, ci travestiamo da scienziate famose e andiamo nelle scuole a raccontare la loro vita. Io, come ingegnera, ho interpretato Hedy Lamarr!
Qui in Italia la facoltà di scienze della formazione, di fatto, è una facoltà umanistica; i crediti in scienze sono pochissimi e, soprattutto, la maggior parte di chi la frequenta proviene da scuole secondarie dove si studiano solo in modo superficiale le scienze e la matematica. Alla fine ci ritroviamo insegnanti che non hanno molta dimestichezza col metodo scientifico. Nel migliore dei casi, è solo alle medie che si comincia a presentare le scienze in modo corretto. Ma è troppo tardi, perché a quel punto gli stereotipi ci sono già.
Questo è molto importante. In Spagna, in tutte le facoltà di scienze della formazione, esiste un dipartimento di didattica delle discipline scientifiche, dove i docenti sono tutte e tutti laureati nelle materie scientifiche che insegnano. Non solo devono avere una laurea in chimica o in fisica, o in scienze, ma anche dei dottorati tecnico-scientifici.
Ma anche lì il lavoro dell’insegnante dovrebbe avere maggiore dignità, a cominciare dallo stipendio, perché altrimenti è davvero poco attrattivo.
Esatto, finisce spesso col diventare un ripiego! Infatti in Italia succede che alcune lauree scientifiche sono scelte tradizionalmente soprattutto dalle femmine, ma soltanto quelle che permettono più facilmente l’accesso all’insegnamento, come biologia e matematica…
Il caso della facoltà di matematica è un caso da manuale. Fino a un po’ di tempo fa era così anche in Spagna: quasi il 60% di chi la frequentava era femmina. Spesso i ragazzi non arrivavano al 30%, ma recentemente si vede che le cose stanno cambiando.
Succede perché negli ultimi 10 anni, con lo sviluppo delle imprese tecnologiche, soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale, le aziende hanno cominciato a richiedere persone laureate in matematica, perché necessitano di competenze legate al ragionamento “astratto”. Adesso che la laurea in matematica non è più solo per l’insegnamento, ma è richiesta dalle imprese, ha cominciato a interessare anche ai maschi, perché promette un altro genere di lavoro, e si guadagna di più.
Nella terza parte dell’intervista, che sarà pubblicata nel prossimo numero, affronteremo il problema del gender gap verticale, il fenomeno che vede le donne penalizzate durante tutta la durata della carriera.
In copertina: Sara Pinzi (a sinistra) in laboratorio con la sua amica e collega Maria Dolores Redel.
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Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 al 2024, è stata dirigente scolastica. Dal 2024 è in pensione. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.
