Riprendiamo il convegno Trump e il trumpismo: dove va l’America? dal punto in cui ci eravamo interrotte/i, proseguendo con l’intervento Il mix di neotradizionalismo e tecnoliberismo di Beniamino Lapadula, responsabile Cgil delle politiche economiche.

La riflessione riguarda il contesto politico-sociale che ha permesso al presidente Trump di vincere due tornate elettorali.
Indubbiamente, nonostante la continuità con la storia repubblicana dal dopoguerra a oggi — soprattutto per quanto concerne gli elementi di politica economica —, l’amministrazione trumpiana rappresenta una frattura rispetto al passato, con la questione razziale che emerge in maniera preponderante: alla cultura meltin’ pot, per cui si diventa americane/i a patto di rispettare certi valori, si affianca oggi l’ideologia razzista e integralista per cui si è cittadini/e dello Stato americano solo se si è bianchi e cristiani. In questo contesto Trump rappresenta il collante tra le diverse correnti repubblicane. L’esigenza appare essere quella di ricostruire una classe media che permetta alla democrazia di sopravvivere. In questo senso un elemento di speranza proviene sempre dagli Stati Uniti, in particolare dal Massachusetts Institute of Technology, laddove la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica possono produrre esiti di potenziamento lavorativo, permettendo anche alle persone con istruzione media di svolgere professioni meglio retribuite e di maggior livello.

Con Lorenza Bottacin Cantoni, assegnista di ricerca in filosofia morale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, affrontiamo il tema relativo all’utilizzo della religione, del linguaggio becero e della ridefinizione dell’immaginario collettivo nell’epoca trumpiana.
Il suo intervento, Uso della religione, linguaggio grossolano e blasfemo, ridefinizione dell’immaginario collettivo, inizia ricordando l’esternazione della deputata repubblicana e fervente complottista Marjorie Taylor Green, in cui Trump veniva esplicitamente collocato nell’immaginario religioso e associato a Gesù: «The man that I workship is also a convicted felon» («colui che io adoro è stato anche lui ingiustamente accusato e condannato»; il riferimento è alla condanna del leader nel caso processuale Stormy Daniels-Donald Trump). La sua affermazione è esemplificatrice di una tendenza perniciosa, interna alla politica americana e al modo di concepire la politica degli/delle statunitensi, che indica nella sfera giudiziaria un elemento persecutorio — tratto tipico dell’autoritarismo — in cui l’avversario/a diventa sacrilego, cattivo/a in sé e naturalmente deteriore e in cui l’opposizione viene vista come uno strumento che infligge tormenti al leader, posto in una sorta di via crucis le cui tappe sono puntualmente rimbalzate da tutta la stampa, sia quella favorevole che quella contraria, diventando sempre più iconico. Alcuni esempi bibliografici mostrano l’incapacità dei media di costruire una narrazione alternativa, basata su elementi altri rispetto a quelli che esaltano Trump.

La letteratura, tanto quanto l’opinione pubblica, si polarizza, di fatto, considerando la stessa dimensione cristologica del leader. Trump diventa allora l’apice di uno stile di legittimazione pubblica legato a uno specifico background culturale e storico che, durante il suo governo, raggiunge delle forme degradanti, disumanizzanti e becere, esterne rispetto a quanto era stato precedentemente espresso insieme al partito repubblicano.
In La teocrazia americana. I pericoli e gli orientamenti politici connessi a radicalismo religioso, petrolio e indebitamento nel XXI secolo, Kevin Phillips interpreta la presenza dei pentecostali e degli evangelici nella coalizione repubblicana (circa il 40%) come decisiva nel plasmare il discorso pubblico teologizzato, spesso ostile alla scienza e permeato da immaginari apocalittici. Si tratta della cementificazione di una comunione spirituale che delinea una ricerca di riconoscimento in cui la religione offre accoglienza a chi si sente spaesato/a.
Negli ultimi decenni, in molti contesti occidentali proprio la crescita di visibilità religiosa è andata di pari passo con un deterioramento delle condizioni materiali e con l’aumento dell’insicurezza sociale. In questo senso, il radicalismo religioso offre soluzioni e identità, abilitando la ricompattazione delle esigenze identitarie, con la conseguente polarizzazione dell’opinione pubblica. Quando il conflitto svicola nel registro morale ed escatologico qualsiasi nemico diviene immediatamente un’impurità da estirpare. Il sacro funziona quindi da cornice assolutoria per la rabbia e il linguaggio non istituzionale; la politica diventa guerra morale e il leader il generale da seguire.
La sacralizzazione della politica e la degradazione dell’elemento più intimo confessionale diventano così complementari: se la prima costruisce fedeltà, la seconda abbassa la soglia di quello che è accettabile e dicibile. L’esito di queste dinamiche è una riscrittura dell’immaginario pubblico in cui l’indegno è reale e concreto, il blasfemo diventa provocazione, satira e la schiettezza la maschera dietro cui si celano la violenza simbolica e verbale. Il meccanismo delineato si estende anche ai social media, tanto da poterne parlare in termini di Slopaganda, ovvero di una strategia basata sulla creazione di immagini realizzate con l’intelligenza artificiale al fine di saturare i feed e rimodellare l’ambiente informativo, imponendo un clima di scherzo che camuffi questioni più rilevanti.

Il famoso destino manifesto degli Stati Uniti, con l’idea dell’espansione territoriale e della grammatica provvidenziale che lo informa, viene risignificato in chiave morale e la politica nello scontro tra bene e male, con il conseguente uso della Bibbia non più come testo situato con una propria cornice storica ma come un vero e proprio dettato divino immediatamente normativo. Nell’epoca Trump, tale dinamica viene ulteriormente esacerbata attraverso tre mosse principali: la sacralizzazione scenica del leader («I am the chosen one!»), l’assunzione della guerra spirituale come cornice della sua agenda politica e l’uso della volgarità come pratica simbolica. Il lessico becero, nazista e di bonifica non contraddice la religione trumpista ma ne è un effetto: se la politica viene intesa quale guerra morale assoluta, il leader è investito del potere di umiliare l’avversario/a e la blasfemia diventa esempio di forza.
Il trumpismo non è solo oscenità ideologica ma anche politica e istituzionale, con un modo di governare che esige obbedienza. La questione, allora, riguarda quanto siamo disposti/e ad accettare che l’invocazione a Dio sospenda le regole comuni e renda dicibile e normale quello che prima era inammissibile. La domanda operativa da porci è come contrastare tutto questo senza cadere nella trappola speculare che alimenta lo stesso teatro escatologico; la risposta risiede nel riportare il conflitto sul terreno civico: non deridere la fede, ma ricostruire fiducia dove è stata erosa.

Imperiale fuori, autoritaria in casa: il primo anno della presidenza Trump è il titolo dell’intervento di Martino Mazzonis, giornalista freelance esperto di Stati Uniti.
Per spiegare come mai alcune tendenze pericolose dei primi mesi del secondo mandato e persino in abbozzo nel primo abbiano conosciuto un’accelerazione è opportuno riflettere su due elementi fondamentali: il declino relativo della prima potenza mondiale, di cui già discuteva il Presidente Obama, e i dati sull’economia i quali ci informano che a novembre il deficit commerciale è cresciuto più di quanto non abbia mai fatto negli ultimi trentaquattro anni — le importazioni sono aumentate e le esportazioni diminuite — e che nel 2025, per quanto concerne la distribuzione del reddito, l’1% della popolazione deteneva il 31,7% della ricchezza contro il 2,5% del 50% più povero, con un aumento esponenziale delle disuguaglianze reddituali.
Questi due macro-dati dimostrano che le promesse volte a rendere l’America “great again”, con la restituzione di ricchezza alle/ai salariati, i dazi e i ricatti alle imprese che non investono negli Stati Uniti, non sia una politica economica vincente. A ciò si aggiunge poi il fatto che Trump è in caduta libera nei sondaggi, su tutti i terreni e in tutti i segmenti della popolazione, persino tra i maschi bianchi. Alla base di questa accelerazione vi sarebbero la mancanza del multilateralismo e la negazione delle regole internazionali.
Sul piano di politica interna, risultano particolarmente rilevanti l’alleanza con i miliardari delle Big tech, i tagli alle Università (pari a 3,7 miliardi), l’iper-finanziamento dell’Ice, il tentativo di condizionare le elezioni, le inchieste federali del dipartimento di giustizia contro chiunque sia stata/o un avversario politico o abbia perseguito giuridicamente Trump, l’attacco ai media, con l’espulsione di importanti testate dai briefing alla Casa Bianca — e l’accesso di quelle accondiscendenti al potere trumpiano — l’ingresso a gamba tesa nelle scelte dei gruppi dirigenti e il definanziamento della radio e della televisione pubblica.

Con l’ultima relazione della giornata, L’agenda Trump sul lavoro: l’età dell’oro, ma per chi? Salvatore Marra, responsabile Cgil delle politiche europee e internazionali ci guida nella disamina dell’agenda trumpiana in materia di occupazione e lavoro, riflettendo su come la società americana possa rispondere alla pressione lavorativa messa in atto dal Presidente.
Il sindacato globale ha interpretato la situazione attuale — quale colpo di stato mondiale operato da miliardari contro la democrazia — con lo slogan “The Trump-Musk model: a billionair coup against democracy”.
Secondo quanto individuato dalla campagna realizzata dal sindacalismo internazionale, le determinanti del sovvertimento statale in atto sarebbero riassumibili in dieci punti principali: l’eliminazione della tassazione per i ricchi — ma non per i lavoratori e le lavoratrici —; la cancellazione della regolamentazione volta a disciplinare il potere delle aziende multinazionali digitali; la valorizzazione dell’istruzione privata a scapito di quella pubblica; la decurtazione dei servizi pubblici e sanitari; l’indebolimento dei salari dei/delle lavoratrici e il parallelo aumento dei bonus per i multi milionari; la demonizzazione delle politiche per il clima; l’assolutismo delle libertà individuali; l’appropriazione di paradisi fiscali e la sistemazione di muri e prigioni per i/le migranti ma non per i loro affari. Nell’ottica trumpiana, i privilegi derivati dai modelli di welfare sociale basati sulla tassazione pubblica per offrire servizi a quante più persone possibili devono essere smantellati in favore della competitività.

L’attacco alla democrazia si sostanzia allora nella ritirata dalle istituzioni multilaterali, nell’assalto ai governi, alle loro organizzazioni e al mondo del lavoro, con la denigrazione delle parti sociali, in particolare del sindacato, inteso come un intralcio nella realizzazione dell’”età dell’oro”.
In questa battaglia ideologica Trump è affiancato da aziende multinazionali che finanziano e portano avanti l’incursione alla democrazia attraverso il loro sostegno, anche economico, a gruppi di estrema destra.

La sfida più impegnativa e preoccupante riguarda però l’International Labour Organization: al rifiuto dell’accreditamento dei delegati americani alla conferenza del lavoro si aggiunge infatti il subdolo tentativo trumpiano di negoziare il rientro del pagamento delle quote insolute con il ricatto della nomina di un vicedirettore appartenente al suo gabinetto con deleghe di protezione sociale.
Contro questo attacco costante il sindacato americano mette in atto la resistenza riscoprendo il senso della confederalità attraverso l’organizzazione di manifestazioni e scioperi. A questa mobilitazione si aggiunge il riferimento positivo alle Frontline solidarity, cioè alla formazione destinata alle/ai sindacalisti e alle/agli attivisti che operano a livello locale per rispondere a eventuali attacchi dell’Ice e di altre squadre neofasciste.



La sfida per il movimento sindacale americano, europeo e internazionale, in definitiva, consiste nella difesa della pace e della democrazia, quali presupposti per la contrattazione collettiva e il diritto di sciopero, e nella lotta contro il riarmo globale; ovvero, per dirla con le parole della dottoressa Dettori, nell’impegno a ricostruire — a partire da questo seminario — «quelle piccole pillole di democrazia, libertà, rispetto e diritti in grado di condurci a una coalizione globale, non soltanto del sindacato ma di tutte le associazioni dei cittadini e delle cittadine, che si sostanzi in un movimento complessivo che rimetta al centro le persone con i loro diritti, soggettivi e collettivi, e che ridia dignità al lavoro. Battersi affinché la cultura trumpista non trovi spazio nel resto del mondo è fondamentale… O ora o mai più!».
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
