Edith Stein nacque a Breslvia nella bassa Slesia (oggi Polonia) il 12 ottobre 1891, ultima figlia di una facoltosa famiglia di ebrei ortodossi; visse nell’antico mondo molto colto dei ghetti della profonda Europa. Il padre morì quando lei aveva due anni e la madre si assunse l’impegno del commercio di legnami del marito, per far studiare i figli e le figlie.

Era una bambina molto dotata che sapeva leggere già a quattro anni; ottenne la maturità scientifica, frequentò la facoltà di filosofia prima nella sua città e poi, nel 1913, dopo aver letto un testo di Edmund Husserl (che fu anche maestro di Martin Heidegger), padre della fenomenologia, volle seguire i suoi corsi universitari a Gottinga. Là, nelle aule universitarie, ma anche nel circolo fenomenologico, oltre che nelle taverne, si creò un clima di studio molto fertile. Divenne una delle principali collaboratrici di Husserl e poi sua assistente; la sua teoria si basava nel lasciar parlare le cose, affidandosi alla loro evidenza, nella ricerca di una verità che non dovesse dipendere né da teorie preconcette, né dal carattere di colui che ricercava. Il nome della teoria viene dal greco fainomenon, ciò che si mostra, che si dà a vedere e il filosofo/la filosofa sono l’occhio spalancato, lo sguardo che si abbandona allo spettacolo del visibile. In fenomenologia non si vede solo con gli occhi, ma anche con le orecchie e con tutti gli altri sensi e «nulla mai appare invano, ma non tutto ciò che è reale appare», altrimenti sarebbe inutile la ricerca. Si ammette il rischio dello sbaglio, elemento che permette di correggerlo.
Discusse la sua tesi di dottorato nel 1916 sul problema dell’empatia (einfuhlung in tedesco, che ha molte sfumature nella lingua). Questo testo apre a una scoperta filosofica che avrà importante seguito nelle scienze umane, specie in psicologia, ed è «la scoperta dell’altro»; l’empatia è riconoscere l’esistenza di un altro essere, diverso da noi, che abita il nostro stesso mondo. È lo sforzo di penetrare nel mondo di valori dell’altro che porta ad approfondire il proprio e a volte può far risvegliare quanto in noi sta dormento per scoprire quello che siamo e quello che non siamo. Facendo un esempio Stein scrive: «Un amico viene da me e mi racconta che ha perduto suo fratello e io mi rendo conto del suo dolore. Cos’è questo rendersi conto? Posso cercare di spiegarmi le ragioni del suo dolore oppure posso rivolgermi direttamente all’esperienza dell’altro, perché è un altro. L’empatia è un’emozione anche se il suo contenuto è vissuto da un altro e l’altra persona non è me». Spesso si dice “Ah, come ti capisco!”, ciò è una sciocchezza perché io non sono te, benché sia arricchita da te che hai risvegliato qualcosa che è in me. Stein esorta a non creare una fusione con l’altro. Dice che è possibile educare all’empatia e anche gestirla, attraverso la conoscenza dello stile di personalità dell’altra/o, poiché non ci si relaziona in egual modo con tutte e tutti e ogni altro essere non è me, ma deve divenire ciò che è chiamato a essere. Quando il nostro io è l’unico criterio di rapporto col mondo, rimaniamo chiusi nella nostra prigione, le altre/i sono enigmi per noi o li modelliamo secondo la nostra immagine.

Stein divenne la collaboratrice di Husserl, ma presto, nel 1918, con determinazione, si rifiutò di essere al servizio del maestro senza mai poter esprimere il proprio pensiero. Dalla fine degli anni Venti al 1933 partecipò, come femminista, a vari eventi culturali nelle città europee a favore del ruolo della donna, facilitata anche dal fatto di conoscere sei lingue. Si dichiarava atea, benché continuasse ad accompagnare la madre, fervente ebrea, alla sinagoga, attendendola però sulla porta. Nell’estate del 1921, mentre era ospite di una coppia di amici, lesse casualmente, in una notte, un libro sulla vita di Santa Teresa d’Avila rimanendone folgorata. «Compresi cosa sia per un’anima camminare nella verità alla presenza della stessa Verità. E vidi che Dio è verità». Per l’onestà del pensare, per l’anelito di verità e chiarezza in cui si tuffava si aprì al fenomeno religioso, approdando alla sua conversione al cattolicesimo. Ricevette il battesimo cattolico il primo di gennaio del 1922 che non costituì un rinnegamento, ma una prosecuzione nel cammino e non spezzò il legame con le sorelle e i fratelli ebrei, ma ne rinsaldò il vincolo di solidarietà. Al battesimo aggiunse al suo nome quello di Teresa, la santa di Avila, a cui si ispirava. Sostenne il valore della libertà personale dichiarando che «essa è un segreto tanto grande che di fronte ad essa anche Dio si ferma con rispetto».

Difficile fu rivelare a sua madre che era diventata cattolica; madre e figlia si contrastavano apertamente, avendo due nature assolute e ostinate molto somiglianti: volitive, indipendenti, intelligenti, coraggiose e generose.
A Spira, nella Renania Palatinato, insegnò per otto anni lingua e letteratura tedesca nel liceo femminile di Santa Maddalena, approfondendo tematiche di natura antropologica. Tenne conferenze in Germania, Svizzera e Austria sulla questione della donna e della sua educazione. L’essenza della donna è data, per Edith, dalla differenza rispetto all’uomo, differenza fisica, psichica e spirituale. La donna è orientata a ciò che è vivo, concreto, riguardante la persona, ella sente con intensità l’unione di anima e corpo.

L’empatia si conferma centrale non appena ella si proietta verso il mondo. Sul tema del lavoro ritiene che la donna sia aperta a tutte le professioni. Nel 1932 scrive «Non vi è nessuna professione che non possa essere esercitata da una donna. Anche i doni e le inclinazioni naturali possono orientare verso particolari campi di lavoro. Nessuna donna è solo donna; ciascuna ha le proprie inclinazioni e i propri talenti come gli uomini e si può orientare verso qualsiasi campo, anche quelli che sono di per sé lontani dalle caratteristiche femminili». Proponeva una complementarietà con l’uomo non per vivere la differenza come antagonismo, ma per divenire corresponsabili verso la comunità familiare, statale, ecclesiale dove l’alleanza è data dall’empatia che insegna a pensare con il cuore. Ci lascia, in uno scritto di natura mistica, la testimonianza di un’esperienza interiore, quella “dei cicli della notte e del giorno”, dove parla di sue crisi esistenziali a cui fa seguito l’abbandono in Dio, l’impenetrabile, l’inconoscibile.

Ci parla della “notte oscura” come fu per Giovanni della Croce che ritroveremo in Maria Zambrano. «La notta è invisibile e inafferrabile: eppure la percepiamo molto bene… essa minaccia di inghiottire anche noi, ci blocca, ci paralizza. Nella notte si rivelano le linee essenziali che nel giorno non si colgono, ma si gusta un profondo riposo ristoratore nella sua pace». Approfondisce gli studi su Tommaso d’Aquino alla luce della teoria fenomenologica e nel settembre del ’32 viene richiesta, unica donna, a Parigi a trattare del tomismo, dove incontra il filosofo Jacques Maritain.
Nel 1932 ottiene un posto come docente accademica presso l’Istituto superiore di pedagogia scientifica di Munster, ma non si trova più a suo agio e desidera il silenzio del monastero. Con uno sguardo da profeta, intravede già il dramma che l’Europa aveva di fronte, specie per il suo popolo. All’inizio del ’33 deve lasciare la carriera universitaria per le leggi razziali e nell’ottobre dello stesso anno entrò nel Carmelo per una vita contemplativa di clausura, presso il monastero di Colonia. Le verrà concesso di scrivere di filosofia e completare le opere Essere finito e Essere Eterno, Potenza e atto e Scientia crucis.
Spostata, nella notte di capodanno del 1938 con la sorella Rosa, presso il monastero carmelitano di Echt in Olanda, rifiutandosi di salvarsi in Svizzera, viene arrestata dalla Gestapo il 2 agosto 1942. Dirà alla sorella «Su, andiamo per il nostro popolo». In Olanda i vescovi cattolici e i pastori protestanti avevano letto in chiesa una lettera di protesta contro Hitler il 26 luglio; ciò provocò una recrudescenza contro i religiosi che da ebrei si erano fatti cristiani. Furono condotte il 7 agosto a Westerbork e da qui deportate ad Auschwitz, dove morirono il 9 agosto 1942.
Il processo di santificazione di Edith Stein ha visto la beatificazione il 1° maggio 1987 a Colonia e poi la proclamazione a santa l’11 ottobre 1998 e dichiarata compatrona d’Europa il 1° ottobre 1999.
Su di lei: Canzone di Battiato Il Carmelo di Echt
Film La settima stanza di Marta Meszaros, 1995

Laboratorio: Edith Stein anticipa tematiche che il femminismo porterà alla ribalta molti anni dopo, come quello sulla parità del lavoro tra uomini e donne. Dà particolare attenzione alle attitudini individuali, per far emergere le quali è necessario un attento orientamento fin dai primi anni di scuola. Il tema dell’empatia da lei avviato ha avuto e ha tuttora continui approfondimenti nel campo delle neuroscienze.
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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è presidente.
