Politiche di integrazione, parità di genere e motori termici. Parte terza 

Terza e ultima parte dell’intervista con Sara Pinzi. Affrontiamo il problema della discriminazione verticale nel mondo accademico o del lavoro. Perché le donne incontrano ancora oggi tanti ostacoli nello svolgimento della carriera?  

Dunque, la laurea in matematica, adesso, non è più solo per l’insegnamento, ma è richiesta dalle imprese, promettendo un altro genere di lavoro, in cui si guadagna di più, ha cominciato a interessare anche ai maschi. Insomma, un genere di lavoro che si ritiene meno adatto alle donne… 
Proprio così. E qui entra in gioco il vecchio problema della corresponsabilità, perché se non si cambiano i modelli strutturati della famiglia, questo problema ci sarà sempre. Per quanti discorsi facciamo, per quante volte andiamo nelle scuole a raccontare, non si riesce a creare un modello di famiglia realmente paritario, e le donne hanno difficoltà a intraprendere carriere prestigiose.  
Fortunatamente, un po’ alla volta, le cose cominciano a cambiare.  
Una misura per l’uguaglianza di genere che sta funzionando in Spagna è il permesso di paternità. Gli uomini hanno 19 settimane di permesso di paternità pagate dallo stato, esattamente come le donne. Imparano ad accudire la prole e creano un forte vincolo. Entrambi hanno l’obbligo di prendere le prime quattro settimane, poi solitamente la mamma resta a casa e completa le sue 19 settimane e il papà torna al lavoro. Dopo di che si scambiano i ruoli: la mamma torna al lavoro e il papà prende le 15 settimane che gli restano. Deve imparare a cavarsela da solo. All’inizio è stata una misura molto contestata, però funziona, perché si sfata il concetto che il femminismo è “contro” gli uomini: in questo caso si dimostra che può aiutare anche ad aumentare i loro diritti! 

È vero, forse le cose un pochino stanno cambiando. Nelle coppie giovani mi sembra di osservare che il rapporto è un po’ più paritario, anche se spesso il risultato è che non fanno più figli, perché mancano serie politiche di sostegno alle famiglie… Una misura come quella che mi hai descritto riguardo al congedo di paternità in Spagna sarebbe assolutamente da imitare. Qui da noi esiste un congedo di paternità, ma è qualcosa di talmente blando che serve davvero a poco! 
In ogni caso non bisogna mai mollare la presa perché tornare indietro in questo genere di cose è fin troppo facile! 
Esattamente! Se analizziamo i messaggi che circolano anche in internet, sui social, da parte degli influencer, spesso suggeriscono modelli di donne tradizionali, di perfetta casalinga. È una cosa che mi spaventa davvero, mi sembra proprio grave! 
Tutti gli studi suggeriscono che, nel prossimo futuro, per l’80% dei posti di lavoro saranno necessarie le conoscenze matematiche e tecnologiche. Se le donne non accederanno a queste conoscenze, non accederanno ai posti di lavoro che contano e non disegneranno la realtà di domani e, quello che è peggio, non decideranno sulle cose importanti e quindi saranno sempre relegate ai lavori di cura! 

Sara Pinzi

La propensione delle donne per i lavori di cura almeno un effetto positivo lo ha avuto: il numero delle mediche ha superato quello dei medici… 
Questo è un bene, però il problema è che… sarà un caso, ma ora il settore sanitario inizia a essere sottopagato, soprattutto nel pubblico.  
Del resto, in tutti i settori, se confrontiamo il lavoro pubblico e il lavoro privato, vediamo che ci sono molti più uomini che lavorano nel privato, dove pagano di più, e molte più donne che lavorano nel pubblico.  

Anche perché nel privato, la selezione è più facile farla. Un privato può assumere chi vuole. E una donna deve essere davvero molto più brava per essere scelta! Nel pubblico esistono norme che tutelano meglio dalle discriminazioni di genere, soprattutto in ingresso. Ma dopo? Le donne hanno le stesse opportunità di carriera degli uomini? Questo ci porta direttamente a un’altra questione cruciale: il gender gap verticale, in particolare in campo accademico… 
Esattamente, le differenze si fanno sentire anche lì, durante il progredire della carriera. C’è un grafico, che in spagnolo si chiama grafico di tijeras, in italiano forbici, dove si vede che all’università si iscrivono più donne che uomini, ci sono più laureate che laureati, e lo stesso vale per chi comincia il dottorato. Poi, durante la carriera universitaria, le donne iniziano a diminuire. E questa inversione si ha proprio nell’età in cui si crea una famiglia. Si tratta di una tendenza strutturale.  
In Spagna è stato condotto uno studio del Ministero dell’Università insieme a Aneca e al ministero per la parità di genere, che dimostra che esiste una differenza di stipendio tra uomini e donne a livello universitario del 15%, anche a parità di livello. Questo succede perché c’è una parte fissa dello stipendio e poi una parte variabile, che si chiama “complementi di produttività”. Ogni sei anni si valuta la produzione scientifica, il numero di contratti ottenuti con le imprese, la creazione di startup. Si osserva un divario quasi del 40%. E l’età dove questo divario è ancora più grande è tra i 30 e 40 anni, che è l’età in cui le donne si dedicano maggiormente alle cure della famiglia. 

Grafico tijjeras

E un altro momento critico è fra i 50 e i 60 anni, quando cominciano le cure per le persone care anziane… 
È vero. Per questo le normative europee richiedono che tutte le istituzioni universitarie debbano dotarsi di un gender plan, che in Spagna esiste da almeno 15 anni. 
Anche nella gestione politica dell’Università, le donne vengono sempre ripiegate al secondo livello. Io per esempio sono vicerettrice, e anche da noi è difficile formare una squadra di vicerettori e vicerettrici in numero paritario, anche perché questo ruolo si raggiunge a quell’età di cui parlavi prima, quando le donne sono passate dall’accudimento della prole a quello delle persone di famiglia anziane. Perciò le rettrici sono pochissime… 

Cosa ne pensi delle quote rosa? C’è chi le considera una forma di discriminazione, sia pure positiva… 
Credo che siano uno strumento utile, direi indispensabile. Non è corretto parlare di discriminazioni, ma di azioni positive. Qualunque sistema spontaneamente evolve per mantenere o per accentuare le differenze. Si parla di effetto Matteo, dal Vangelo secondo Matteo, dove c’è scritto: «A chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha». Le strutture di potere si mantengono, quindi le azioni positive sono indispensabili per poter poi arrivare a un equilibrio. Solo nel momento in cui si arriva all’equilibrio non ci sarà più bisogno di azioni positive come le quote rosa. Nei consigli di amministrazione di grandi imprese dove si sono adottate le quote rosa, si sono osservati effetti positivi, in primo luogo perché essendo la presenza delle donne abbastanza recente, queste hanno fatto abbassare l’età media, in secondo luogo perché la loro presenza porta a un nuovo modo di gestire il gruppo: si osserva che hanno maggiore capacità di collaborare, sono meno competitive. Anche quando hanno posizioni di comando, gestiscono il gruppo in maniera più “orizzontale”, sono più disposte a valorizzare le persone che ne fanno parte. 

Ma, secondo te, il modo di approcciarsi alla scienza di donne e uomini è diverso? In altre parole, esiste un modo femminile di fare scienza?  
Sì, secondo me c’è. Il modo di fare scienza delle donne in primo luogo contraddice il mito del genio, dello scienziato solitario. La scienza è un lavoro di squadra, che richiede costanza e un grande sforzo e le donne sono molto brave a fare un lavoro di squadra. E in laboratorio, nel lavoro scientifico, la varietà dei punti di vista è un requisito indispensabile per la qualità.  
Purtroppo, nella storia della scienza, vediamo spesso la presenza del cosiddetto effetto Matilda. 
Il lavoro delle donne, un lavoro di tante ore, tante notti nei laboratori, è sempre stato messo in secondo piano, perché poi chi scriveva l’articolo e si prendeva tutti i meriti era sempre un uomo. E invece le donne c’erano, ed erano altrettanto brave. Tutto questo va raccontato, bisogna dire i loro nomi, perché chi non si nomina non esiste. Noi abbiamo un’unità di comunicazione scientifica e attualmente stiamo lavorando su come comunicare la scienza con una prospettiva di genere. 
Ad esempio in Spagna c’è il progetto di un’associazione che lavora con Wikipedia e organizza delle giornate, che si chiamano “Editatone” per equilibrare un pochino il gap di genere delle biografie su Wikipedia. Si scelgono delle scienziate o delle donne importanti e si invitano tutte le ragazze delle facoltà scientifiche a scrivere su Wikipedia, è una specie di maratona. Noi docenti le assistiamo, portiamo loro da mangiare e così via…   
Il programma quadro dell’UE per ricerca e innovazione, Horizon Europe, tiene conto nell’assegnare i finanziamenti di due requisiti fondamentali: il primo è che il gruppo di ricerca che presenta il progetto rispetti il principio della parità di genere nella sua composizione; il secondo è che la ricerca stessa tenga in considerazione il principio della prospettiva di genere. Questo è importante in qualsiasi ambito di ricerca, anche quando apparentemente sembra lontano da questa problematica. Un’ingegnera meccanica, un ambito che apparentemente ha poco a che fare con la prospettiva di genere, non dimentica, se per esempio deve progettare un nuovo tipo di cinture di sicurezza, di considerare anche le misure adatte alle donne, e di pensare anche alle donne incinte.  
Altro esempio, nel campo dell’ingegneria informatica: avevamo visto che le donne, nell’uso degli occhiali per la realtà virtuale, avevano il 40% di probabilità in più di soffrire di Virtual sickness, una forte sensazione di nausea provocata dall’uso di questi visori e poi si è capito che succedeva perché i visori di realtà virtuale venivano calcolati in base alla distanza oculare media di un maschio caucasico, che è diversa da quella delle donne. 

È lo stesso problema che si pone nel campo della sperimentazione dei farmaci, che viene fatta su campioni statistici che non tengono conto delle donne, che magari hanno bisogno di diversi dosaggi o presentano differenti effetti collaterali.  
Esattamente, e in questo caso non è tutta colpa del patriarcato, ma il risultato della consuetudine del passato di utilizzare come cavie le persone detenute, fra le quali gli uomini sono in maggioranza. Forse, se le donne di scienza non fossero sempre state relegate in posizione secondaria, avrebbero potuto accorgersi molto prima di questo errore! 

In copertina: Sara Pinzi nel suo laboratorio. 

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Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 al 2024, è stata dirigente scolastica. Dal 2024 è in pensione. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.

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