A metà gennaio 2026 la rivista online Openopolis ha combinato dei dati interessanti riguardo la partecipazione femminile nel mondo diplomatico, mettendo in risalto la scarsa percentuale di donne nella diplomazia italiana. In questo articolo capiremo il contesto storico e culturale di questo fenomeno e rifletteremo sul perché altre alte funzioni statali hanno invece una componente femminile più forte.
Intraprendere la carriera diplomatica è una scelta di passione per una scalata prestigiosa, difficoltosa e pervasiva in ogni aspetto del quotidiano, sia di chi la sceglie che della sua famiglia. Siamo nella stessa categoria di prestigio che è tipica delle cariche più alte della pubblica amministrazione, proprio come magistratura e notariato; tuttavia, esistono delle differenze sostanziali nella composizione dell’organico fra le professioni.
A livello legale, magistrate, notaie e ambasciatrici condividono quasi lo stesso background storico: dopo la sentenza del 1960, in cui la Corte costituzionale dichiarò illegittime le norme che escludevano le donne dai pubblici uffici (forte dell’articolo 3 e 51 della Costituzione) e con la legge 66/1963 il Parlamento ammise le donne a tutte le cariche, professioni e impieghi pubblici senza limitazione alcuna. L’Italia era pronta per accogliere le prime otto vincitrici del concorso in magistratura bandito nel ’63 che presero pieno servizio nel 1965. La strada femminile del notariato aveva un antecedente, era già stata battuta dalla allora ventisettenne dottoressa Resignani, che nel 1928 prese il possesso della sede in provincia di Novara. Resignani non fu la vera e propria prima notaia d’Italia, la dottoressa Adele Pèrtici era stata giudicata dai notai romani come una donna dalle vedute lungimiranti, dandole accesso al notariato addirittura nel 1914. Questo giudizio romano non fu gradito dal Procuratore del Re, che ne revocò l’iscrizione al Tribunale di Roma e radiò la dottoressa dall’Albo, dando inizio a delle estese liti giudiziarie, conclusesi con la rinuncia di Pèrtici alla professione.
La sentenza del 1960 servì ad aprire definitivamente il notariato alle donne, senza bisogno di alcuna lotta legale. Ma dopo la sentenza, cosa accadde nel percorso diplomatico? Similmente a quanto avvenuto in magistratura, delle prime nomine furono insignite delle donne già negli anni ‘60, ma con un prestigio e una responsabilità minore rispetto alla carica di notaia o magistrata. Si è dovuto aspettare altri 25 anni prima di conferire a una donna la prima carica di ambasciatrice a pieno titolo. È atipico? Sì, ma per lo standard europeo, non italiano. Dal 1985 i progressi sono avvenuti con lentezza e discontinuità, confermando una difficoltà fondamentale nel colmare il divario di genere ai vertici della nostra diplomazia. Se da un lato è vero che la situazione era alquanto migliore nella magistratura, è anche necessario riconoscere che nel notariato la percentuale rosa rimase a lungo inferiore a quella blu. Nei primi 30 anni dalla legge il numero di notaie era basso, aggirandosi attorno al 17% nel 1991. Ben diverso era il panorama nel concorso di magistratura, dove il sorpasso rosa tra le vincitrici e i vincitori avvenne per la prima volta nel 1987, diventando una costante dal 1996 ad oggi. Con più calma, l’Albo Notarile contava sempre più donne, ammontando al 37% nel 2017 con una tendenza in forte crescita. Ad oggi il 50% dei posti viene vinto da avvocate, nutrendo una linea ascendente in quella che viene chiamata “femminilizzazione” della professione, con il 43% di notaie tra gli/le iscritti/e all’Albo con meno di 45 anni. I ruoli apicali sono sempre stati i più lenti in questo processo; tuttavia è sostanziale la differenza tra gli esiti registrati nella magistratura e nella carriera diplomatica. Si contrappone una maggioranza femminile (oltre il 60% di magistrate) a una minoranza netta segnata da un 15% al vertice di un’ambasciata e un povero 31% che ha avuto accesso alla carriera diplomatica negli ultimi vent’anni. Viene naturale chiedersi, perché le donne diventano giudici ma non diplomatiche? Già si possono udire dei fantasmi comici che ululano battute su come «mia moglie critica tutti, può fare il giudice ma non il diplomatico»; «mia moglie ha un carattere che di diplomatico non ha neanche il dolce»; «tua nonna poteva fare il magistrato, ogni suo giudizio è cassazione». Messe in un contesto giusto, possono anche far ridere, ma il dubbio rimane lo stesso perché di fatto il divario c’è ed è anche profondo. Quali sono i motivi che spingono una donna ambiziosa e capace a mettere anima e corpo nella ricerca di una carriera piuttosto che in un’altra? Ed esistono dei lavori che piacciono mediamente di più alle donne che agli uomini?
In Australia, nel 2005, queste stesse domande hanno alimentato le ricerche di Connell e Wood, culminate nella coniazione del concetto di transnational business masculinity (mascolinità aziendale transnazionale), riguardante appunto la forte tendenza mascolina nei percorsi di carriera internazionali, nell’ascesa ai ruoli apicali che non siano legati a un luogo, ma a una mascolinità manageriale che è prediletta nelle posizioni nate in seno alla globalizzazione. Forti delle posizioni di Lecler e Goltrant, ricercatori del Québec, è corretto affermare che le carriere internazionali sono state monopolizzate storicamente dagli uomini non solo nel panorama italiano. Nel 1968 le ambasciatrici erano solo lo 0.9% a livello mondiale, un risultato di omogenea disparità in tutti i Paesi. La differenza sta nell’evoluzione, in Svezia la crescita femminile diplomatica è passata dal 4% nel 1971 al 56% nel 2014, quella manageriale dal 3 al 42%. Nel sistema Onu sono state intraprese diverse iniziative che spingessero per il raggiungimento della parità di genere nell’organico dei quartier generali, un obiettivo raggiunto nel 2021. A livello culturale, la figura della diplomatica ha avuto sempre più visibilità, vedasi The Diplomat e Under Control, due serie TV entrambe trasmesse nel 2023, ma ciò non significa che la questione sia migliorata ovunque. La parità è stata raggiunta in diversi Paesi, dai più intuitivi come il Canada, ai meno come il Ghana o il Nicaragua; tuttavia, la situazione asiatica è drasticamente polarizzata verso il maschile, con quote di diplomatiche femminili attorno al 5%, senza contare i Paesi che registrano ancora dei numeri molto bassi in quest’ambito, come appunto l’Italia.
L’ostacolo più affilato risulta essere l’espatrio, considerato culturalmente più accettato se mosso in una coppia dall’uomo (Lecler, Goltrant 2025), forte di un’idea centenaria in cui è la donna a seguire la carriera di lui, considerata più importante della sua (se ne ha una). È ciò che in inglese viene definito the concept of the trailing spouse, il concetto del coniuge a seguito, che indubbiamente si balena nella nostra mente come una moglie che segue il marito. Vi invito a cercarlo su Google immagini e a trovare una singola illustrazione che non prenda forma proprio in questo modo. Il più alto caso è rappresentato dalla carica statunitense della First Lady, Melania Trump, Michelle Obama, Hilary Clinton, tutte donne che hanno avuto un ruolo in quanto mogli di un uomo potente, per il quale è necessario lasciare la propria vita legata al proprio luogo, per trasferirsi e abbandonare la propria carriera. Attenzione, non voglio dire che vivere nella Casa Bianca sia la peggiore cosa che esista su questa terra, però è evidente come lo stereotipo della moglie e figli a seguito sia incarnato alla massima potenza in questo sistema. Il problema non è nella scelta della singola donna che vuole seguire il marito, proprio perché la libertà non sta nell’oggetto della scelta, ma nella possibilità di poter scegliere. Ogni donna deve essere sostenuta nella sua volontà di vita, anche se non piace ad altri uomini, anche se non piace ad altre donne, punto. Il dubbio persiste nel livello di volontà che ogni donna può esercitare su sé stessa, su quanto spazio di manovra ha dopo che la sua mente è occupata da preoccupazioni di genere quali la conciliazione tra maternità e lavoro, tra lavori domestici e carriera, l’orologio biologico, «se aspetti ancora non diventerai mai madre», «se ci riesci non diventerai mai nonna» e «non vorrai mica rimanere zitella».
In conclusione, esistono ancora molte domande aperte, non sappiamo se effettivamente ci siano carriere che piacciono più alle donne o più agli uomini, non possiamo sapere quanto nel profondo le pressioni sociali scavino nella nostra volontà tanto da influenzare i nostri gusti e le nostre scelte di vita. Certo è che c’è una componente di condizionamento culturale che permea ogni sfera della vita, di donne e di uomini, nel bene e nel male. Abbiamo poche italiane nella nostra diplomazia, ma abbiamo anche un alto grado d’eccellenza nelle carriere che non prevedono trasferimenti frequenti, come dimostrato dal numero di magistrate e di notaie. Se vogliamo avere la vera parità di genere, non dobbiamo rimpinguare la carriera diplomatica di quote rosa, ma dobbiamo continuare a capire se davvero le donne abbiano la possibilità di scegliere di essere legate a un luogo o a un ruolo, se lo hanno voluto o se lo hanno subito al fine di adempiere a ciò che è stato imposto loro dalla società.
Fonti:
- La cassa del notario e il gender gap
- Donne in magistratura
- Gendering Diplomatic Careers. Distance and Time in International Assignment Practices Among 600 French Diplomats
- Magistratura, più vincitrici di concorso donne con picchi del 69%
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Articolo di Lisa Currenti

Laureata in Filosofia e laureanda in International Studies, perenne curiosa, crede che con il giusto sguardo si possa capire tutto. Si interessa di geografia, musica, psicologia, cinema, moda, biologia, sport e molto altro. Ama ascoltare, osservare e immaginare, tre elementi fondamentali per scrivere. Fa parte di quel gruppo di persone che spererebbe in giornate da 48 ore.
