Donne tra cinema, tv e racconto

Si sono svolte venerdì 30 e sabato 31 gennaio 2026, a Palazzo Merulana, a Roma, le giornate conclusive dell’edizione 2025–2026 di Visionarie, dedicate al tema della parità di genere nell’audiovisivo e alle voci “eretiche” capaci di cambiare linguaggi, pratiche e prospettive. Un programma articolato, intenso e partecipato, che ha riunito istituzioni, professioniste e professionisti del settore, associazioni, festival e scuole di cinema in un confronto concreto sulle disuguaglianze ancora presenti e sulle buone pratiche già in atto.
La mattina del 30 gennaio si è aperta con i saluti di Letizia Casuccio, direttrice generale di CoopCulture, e di Giuliana Aliberti, ideatrice e direttrice di Visionarie. Entrambe hanno ribadito il valore del progetto e di Palazzo Merulana come spazio culturale vivo e di confronto, evidenziando l’impegno di CoopCulture nel contrasto a molestie e discriminazioni sul lavoro, anche attraverso l’uso di un linguaggio inclusivo.
Al centro della prima parte dei lavori, infatti, è stato messo in evidenza il rapporto tra parità di genere e audiovisivo, con un focus su gender gap, gender pay gap e sull’applicazione della legge sulla parità salariale. Deputate, amministratrici locali e rappresentanti del mondo associativo hanno tracciato un bilancio del percorso compiuto e delle criticità ancora aperte, ribadendo il ruolo strategico dell’industria audiovisiva come agente di cambiamento culturale. Da questo dibattito è emerso che, nonostante le politiche pubbliche (dagli incentivi economici alla trasparenza salariale) stiano dando risultati, la parità di genere nel mondo del lavoro resta una sfida urgente che richiede alleanze forti, norme stabili e trasparenti e un cambio culturale profondo. Nel settore audiovisivo e culturale, la rappresentazione conta: più donne nei ruoli decisionali migliorano inclusione, narrazione e qualità dei progetti.

Come afferma Chiara Gribaudo, deputata e redattrice del testo di legge sulle Pari Opportunità, è fondamentale creare una rete di comunicazione tra donne (e non solo) affinché sia possibile raggiungere gli obiettivi ambiti: «Siate pioniere dei vostri campi perché c’è la necessità di dar vita a una grande alleanza per evitare che la parità si raggiunga tra 200 anni!».

La tavola rotonda successiva ha coinvolto le principali realtà produttive del cinema e delle serie, con la partecipazione di dirigenti e responsabili di Rai Fiction, Netflix, Amazon Studios, Apa, Anica e di importanti società indipendenti. Il confronto ha messo in luce sia le resistenze strutturali sia le esperienze virtuose in tema di accesso alle professioni, leadership femminile e politiche inclusive, restituendo una fotografia realistica ma dinamica del settore.

Nicole Morganti, responsabile Produzioni Originali Sud Europa Amazon Studios, ha evidenziato come l’ottenimento della certificazione di genere rappresenti «sia un privilegio che una responsabilità, che va sostenuta con impegno continuo e risultati misurabili: è un punto di partenza concreto, non di arrivo».

Gloria Giorgianni, founder della società di produzione cinematografica, televisiva e multimediale Anele, ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà strutturali del settore, segnato dal taglio dei fondi e dalla carenza di risorse. Una condizione che incide direttamente sulla capacità di sviluppare storie più ampie e inclusive: «se mancano le risorse, mancherà anche l’ampiezza della possibilità di racconto». Senza investimenti stabili, il rischio è un comparto sempre più fragile, meno innovativo e meno capace di rappresentare la complessità della realtà.

Successivamente, ampio spazio è stato dedicato al ruolo dell’associazionismo e dei festival, con interventi di direttrici artistiche, network europei e rappresentanti delle associazioni di autrici e autori. Le testimonianze hanno evidenziato come le buone pratiche nascano spesso dal lavoro dal basso, dalla costruzione di reti e dalla capacità di fare sistema tra formazione, produzione e distribuzione.

La mattinata si è conclusa con un workshop operativo sulla certificazione di parità di genere, dedicato a strumenti, incentivi, sgravi fiscali e premialità nei bandi pubblici. Un momento di confronto concreto, coordinato da Giuliana Aliberti, che ha tradotto il dibattito politico e culturale in indicazioni pratiche per imprese e professioniste/i.

Nel pomeriggio, il focus si è spostato sul rapporto tra sessualità, libertà e rappresentazione. Il panel Da Anaïs Nin alle Ragazze del porno ha attraversato letteratura, cinema e pratiche contemporanee, proponendo uno sguardo femminista ed etico sulla pornografia, sul consenso e sull’intimacy coordination. Scrittici, registe, docenti e interpreti hanno dialogato a partire da clip storiche e contemporanee, restituendo la complessità di un tema spesso marginalizzato o semplificato. Fondamentale l’esperienza dell’attrice e regista Giuliana Gamba, che ha dovuto «pagare a caro prezzo» la recitazione intima in film come Profumo (1987) e La cintura (1989) che nascevano da un’urgenza di raccontare rapporti nevrotici, il conflitto tra amore e desiderio, la complessità emotiva delle relazioni.

Anna Negri e Monica Stambrini, registe e ideatrici di Le ragazze del porno, lavorano alla costruzione di un immaginario pornografico capace di superare gli stereotipi di genere e di dare spazio a uno sguardo femminile consapevole e attivo sul desiderio. Il progetto si pone come alternativa alle narrazioni dominanti, ancora legate a logiche di possesso maschile che continuano a influenzare la percezione della realtà. Come spiega Anna Negri: «Perché voglio fare questo porno diverso? Per i miei figli», una risposta che richiama la responsabilità di riflettere sull’impatto del porno nell’immaginario collettivo e sulle rappresentazioni che vengono trasmesse.

Foto di gruppo del panel “Da Anaïs Nin alle Ragazze del porno” (da sinistra a destra: Serena Guarracino, Deborah di Cave, Sarah Silvagni, Giuliana Aliberti, Mia Benedetta, Monica Stambrini, Antonella Matranga, Anna Negri, Giuliana Gamba)

La giornata di sabato 31 gennaio è stata dedicata al cinema delle donne come forma di resistenza oltre il silenzio. Il racconto del Gaza International Festival for Women’s Cinema ha aperto una riflessione potente sul cinema come atto politico e poetico, capace di esistere anche tra le macerie. Diplomatiche, produttrici, registe e studiose hanno condiviso esperienze e materiali audiovisivi, intrecciando memoria, dignità e responsabilità dello sguardo.

Nel suo intervento, Mona Abuamar, ambasciatrice della Palestina in Italia, ha riportato il cinema al suo significato più radicale: non solo espressione artistica, ma atto di resistenza, autoaffermazione e posizionamento politico: «Per le donne palestinesi, fare cinema non significa chiedere spazio o permesso, ma affermare la propria esistenza in un contesto di violenza sistemica. Girare film sotto i bombardamenti, durante un genocidio ancora in corso, è un gesto che sfida la distruzione e insiste sulla verità, mentre Gaza continua a essere privata di acqua, cibo, cure e ripari sicuri. In questo scenario, il cinema delle donne diventa un archivio vivo, una forma di memoria che si oppone alla cancellazione e alla negazione».

In collegamento, la regista Aisha Arjar ha raccontato un percorso personale e politico intrecciato fin dall’infanzia. Il desiderio di fare cinema nasce dalla necessità di raccontare la Palestina dall’interno, di reagire e costruire immagini proprie. Dopo gli studi negli Stati Uniti, il ritorno nei territori occupati ha significato confrontarsi con censure, sequestri ai checkpoint e il rischio costante di arresto. Anche una semplice storia d’amore è stata giudicata sbagliata e censurata, ma Arjar ha scelto di ignorare i divieti, continuando a produrre immagini come atto di resistenza e speranza.

Nel corso dell’incontro è stato consegnato il Premio “Maestre Visionarie” alla regista Liliana Cavani e alla sceneggiatrice Silvia Scola, insieme al Premio “Karama” al regista Ezzaldeen Shalh, come riconoscimento al valore del cinema come testimonianza e resistenza. Un momento solenne e partecipato, che ha saldato idealmente il dialogo tra generazioni, territori e linguaggi. In particolare, Silvia Scola ha espresso una constatazione amara: «siamo tornati indietro più di quanto si potesse immaginare, immersi in un’indifferenza diffusa che scorre veloce tra uno schermo e l’altro. Proprio per questo, il cinema delle donne palestinesi appare oggi non solo necessario, ma urgente: perché guarda, ricorda e costringe a non voltarsi dall’altra parte». Ha ribadito così l’importanza dell’impegno da parte di istituzioni, imprese e singoli individui di operare nel settore audiovisivo sfruttando campi interdisciplinari e inclusivi.

Consegna del premio “Maestre Visionarie” a Liliana Cavani

La chiusura dell’edizione ha celebrato simbolicamente il passaggio di testimone tra le “Maestre Visionarie” e le nuove generazioni. Alla presenza di Liliana Cavani, attraverso proiezioni d’archivio, interventi critici e il progetto Becoming Maestre, Visionarie ha riaffermato la propria identità: non un semplice festival, ma uno spazio di pensiero, formazione e immaginazione politica, dove il cinema e la cultura diventano strumenti concreti di trasformazione sociale.

In copertina: inizio del panel “L’impegno dell’audiovisivo verso il percorso per la parità di genere”.

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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.

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