Editoriale. 8 marzo tra parole vuote e maschilismo inconscio 

La Giornata Internazionale della Donna è passata con la solita sfilata di luoghi comuni e di frasi vuote: la Presidente Meloni ci ha fatto sapere che l’8 marzo «richiama tutti a una responsabilità che non vale un solo giorno, ma ogni giorno: continuare a costruire un’Italia nella quale nessuna donna debba scegliere tra libertà, lavoro, famiglia e realizzazione personale». 
Il Presidente del Senato ha invece affermato: «In questa giornata simbolica, rinnoviamo il nostro impegno a favore dei diritti delle donne e della parità di genere, affinché ogni donna possa esprimere liberamente il proprio talento e realizzare pienamente le proprie aspirazioni. Auguri a tutte le donne».

La lista di interventi sterili sull’8 marzo è tanto sterminata quanto inadatta a realizzare in concreto un miglioramento della condizione di vita delle donne anche solo su un piano di tipo culturale, visto che tutto ciò che viene proclamato a parole viene sistematicamente contraddetto dai fatti. 
E la contraddizione emerge tanto nei piccoli gesti quotidiani quanto nelle scelte strategiche. 
Il Presidente La Russa di cui sopra è la stessa persona che nelle stesse ore, per liquidare una giornalista che osava porre una domanda, l’ha azzittita con un secco “sei carina!”. 

L’8 marzo è un’occasione anche per i bilanci e se proviamo a scorrere le vicende relative alla condizione femminile c’è poco da essere ottimisti nel nostro Paese.
Anzitutto negli scorsi mesi è saltata la riforma dell’art. 609 bis del codice penale che aveva posto al centro il tema del consenso: si sarebbe dovuti passare dall’attuale testo che prevede che «chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito…» ad altro del seguente tenore: «Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni». Inaspettatamente a novembre si era registrata una convergenza sul punto con un voto trasversale che aveva portato a un risultato storico consistente nell’avvicinare il nostro Paese alla disciplina di quasi tutta Europa ad eccezione di Romania, Estonia e Polonia; si trattava di recepire quella sollecitazione dell’art. 36 della Convenzione di Istanbul del 2013 secondo cui i Paesi aderenti si sarebbero impegnati a perseguire gli autori di condotte sessuali senza il consenso. Testualmente: in tema di reati di violenza sessuale, «Il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto». 
Come è noto, nel passaggio dalla Camera al Senato, la maggioranza ha clamorosamente ritrattato senza una motivazione credibile che non fosse seguire (o inseguire) le parti più reazionarie e populiste del centrodestra sulla scorta di un retropensiero e di un vecchio stereotipo secondo il quale le donne sarebbero dedite alla menzogna e dunque a presentare denunce false.
L’attenzione si sposta oggi, secondo la nuova formulazione, dal consenso al dissenso: sarà necessario cioè valutare che la donna piuttosto che esprimere un consenso non abbia espresso un dissenso. Non sarà esattamente una passeggiata e si rischia di peggiorare quello che era stato invece un notevole progresso della giurisprudenza nell’applicazione dell’art. 609 bis c.p. 
La persona che sostiene di aver subìto una violenza dovrebbe dimostrare di aver fatto capire in maniera sufficientemente chiara il suo “no”. 

Sulle ragioni di questa retromarcia ci aiutiamo con l’analisi di Paola Di Nicola Travaglini che condivisibilmente sottolinea come questa vulgata della vendetta della vittima sia diffusa solo quando si tratta di reati di violenza nei confronti delle donne e non per altre ipotesi. Nulla di nuovo ma piuttosto una sorta di chiusura del cerchio rispetto a una tendenza a praticare quella vittimizzazione secondaria che a parole nessuno vuole alimentare e che in realtà è il frutto di ragionamenti talmente radicati che fanno fatica ad essere non solo estirpati ma proprio riconosciuti da chi li sostiene. Una sfiducia, quella nei confronti della donna, che non si fonda su basi solide o su dati statistici ma solo su un’idea disancorata dalla realtà. Peraltro, si ricorda come l’Istat riferisca che appena l’11,8% dei delitti di violenza sessuale viene denunciato.

E mentre è di qualche giorno fa l’undicesimo femminicidio ai danni di una donna da parte dell’ex compagno che era ai domiciliari ma senza braccialetto elettronico, l’8 marzo è passato inutilmente anche rispetto al tema di carattere economico che costituisce un elemento di non minore importanza: il congedo di paternità. Basta anche qui un confronto con i Paesi europei per prendere atto del ritardo dell’Italia: se nel nostro Paese sono riconosciuti appena dieci giorni di congedo al padre, in Francia sono 25. Sempre pochi ma comunque di più dei nostri.
Sono lontanissime la Spagna con 16 settimane obbligatorie e retribuite al 100 per cento, identiche a quelle delle madri, o la Norvegia con 15 settimane riservate esclusivamente al padre. Non dico che si debba arrivare ai livelli della Svezia dove ci sono 480 giorni complessivi tra padre e madre e 90 giorni riservati specificamente a entrambi, però un divario tra padre e madre così netto come quello italiano è indicativo della sproporzione e del diverso trattamento riservato ai due generi. Gli effetti di un disallineamento tra genitori sono intuitivi perché incidono sulla possibilità di rientrare a lavorare e sulla distribuzione della cura familiare. 
Si chiama “motherhood penalty” ed è la penalizzazione salariale legata alla maternità, che in Italia resta significativa e causa di una disparità odiosa. 
Peraltro il dato interessante è che i pochi giorni riconosciuti ai padri vengono utilizzati in zone del Paese più ricche, segno di un’evoluzione legata alla cultura e non al bisogno. Si va dal 75% del Trentino al 35% della Calabria secondo l’Osservatorio libere professioni su dati Inps e Save the Children.
Neppure va meglio in ambiti dove ci si attende da troppo tempo riforme a costo zero: tanto per portare un esempio, la legge sul cognome che neppure la rivoluzionaria pronuncia della Consulta del 2022 è riuscita a regalarci: è fissata per il 19 maggio 2026 la discussione alla Camera e non è più possibile temporeggiare con quello che si dimostra non un immobilismo ma un vero e proprio ostruzionismo parlamentare. 

Allora in questo quadro sconfortante forse la risposta più apprezzabile l’ha data il vicepresidente del Consiglio impegnato a intervenire su tutto lo scibile umano, il quale a proposito di congedo paritario e della bocciatura da parte della maggioranza della proposta avanzata dall’opposizione in Commissione bilancio, ha dichiarato con molto candore: «Mi permetta di non rispondere perché non conosco adeguatamente il tema, non voglio rispondere a caso». Una volta tanto ha fatto bene. 

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«L’8 marzo non è un giorno qualunque. […] questo giorno affonda le sue radici in un terreno fatto di lotte operaie, rivendicazioni politiche e tragedie». L’8 marzo a Licata tra memoria e futuro, con il quale apriamo la rassegna della settimana, racconta il significato storico e simbolico di questa ricorrenza, chiarendo le vere origini della Giornata internazionale della donna. La seconda parte dell’articolo illustra, poi, come la città di Licata abbia celebrato la giornata con un’ampia mobilitazione di associazioni. 
Educare senza stereotipi. Un sostegno alla genitorialità attraverso la lettura evidenzia l’importanza di istruire i genitori a riconoscere e contrastare gli stereotipi di genere fin dalla prima infanzia. Costruire un’alleanza educativa tra scuola e famiglia, usare un linguaggio rispettoso delle differenze e proporre modelli non stereotipati aiuta bambine e bambini a sviluppare un’identità libera da condizionamenti e più aperta alla diversità.

L’Italia nella rivoluzione mondiale. Il numero 1 di Limes Parte seconda analizza il numero di febbraio della rivista nel contesto delle tensioni geopolitiche globali, discutendo guerra, ruolo dell’Italia e trasformazioni dell’ordine internazionale. Donne in alto esamina, invece, la scarsa presenza femminile nella diplomazia italiana. Nonostante le donne siano state ammesse ai pubblici uffici dopo la sentenza della Corte costituzionale del 1960 e la legge del 1963, la loro presenza nella carriera diplomatica resta molto bassa. Quando la cura diventa un diritto. Il ricordo di Angiola Minella ricorda una delle ventuno elette all’Assemblea costituente dopo il voto storico del 1946, quando per la prima volta le donne italiane parteciparono alle elezioni. Angiola si impegnò soprattutto per la sanità pubblica e per i diritti di donne e bambini, sostenendo che l’assistenza doveva essere un diritto garantito dallo Stato. 
Prosegue l’Intervista postuma a Valeria Fedeli. Parte seconda nella quale affronta le sfide del sindacato e delle politiche di genere in Italia. Fedeli sottolinea come la diffusione di contratti atipici e la scarsa rappresentanza femminile indeboliscano le lavoratrici e la loro capacità di denunciare molestie. Propone l’introduzione di referenti interni e codici di comportamento nelle aziende e nel sindacato per affrontare le discriminazioni. Ripercorre poi il suo lavoro come ministra e parlamentare e indica come priorità future una legge sul consenso, l’educazione alla cultura di genere e maggiori investimenti nei servizi di supporto alle donne. 

Protagonista di “Calendaria” in questo numero è Ida B. Wells Barnett, giornalista e attivista afroamericana nata schiava nel Mississippi. Dopo l’abolizione della schiavitù e la morte dei genitori per febbre gialla, si prese cura dei fratelli lavorando come insegnante e iniziò a denunciare le discriminazioni razziali. È ricordata come una pioniera del giornalismo investigativo e una figura importante nella lotta per i diritti civili e per il voto alle donne.
Per la rubrica “Tesi vaganti”, vediamo il percorso che ha portato l’autrice a studiare Lo stupro di guerra nel diritto internazionale, ispirata dal libro del medico congolese Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace. La tesi analizza come il diritto internazionale abbia progressivamente riconosciuto lo stupro nei conflitti, dalle Convenzioni dell’Aia alle Convenzioni di Ginevra e alle sentenze dei tribunali per Ruanda ed ex Jugoslavia negli anni Novanta. Conclude sottolineando che, oltre a punire i colpevoli, sono necessari prevenzione, cambiamento culturale e sostegno alle vittime. 
Donne tra cinema, tv e racconto è il report delle giornate conclusive di Visionarie 2025–2026, svoltesi a Roma a Palazzo Merulana, dedicate alla parità di genere nel settore audiovisivo.
Un augurio e un commiato per due primedonne. Susanna Egri e Anna Razzi, due grandi ballerine con brillanti carriere che hanno poi dedicato la loro vita all’insegnamento e alla trasmissione della danza alle nuove generazioni, lasciando un’eredità duratura nel mondo del balletto. 

La recensione della settimana presenta Cuore nero, il romanzo di Silvia Avallone: «Il cuore nero è quello di Emilia, la cui vita è stata segnata da un grave crimine commesso in giovanissima età […]. Ha più di trent’anni quando, uscita dalla galera, sceglie di nascondersi agli occhi del mondo andando ad abitare a Sassaia, una frazione montana incastonata in una valle del Biellese, dove passava le vacanze da bambina.» Il romanzo invita a riflettere sul male, sulla responsabilità e sulla possibilità di trasformazione, mostrando che anche chi ha sbagliato può cambiare. Incontri autunnali racconta l’esperienza dell’autrice nei boschi autunnali della bassa Valtellina, dove impara a muoversi con discrezione tra foglie e alberi per fotografare gli animali senza disturbarli. Dopo anni di pratica, riesce finalmente a fotografare una mamma scoiattolo al lavoro, vivendo un momento di grande emozione e connessione con la natura. Il racconto riflette anche sul rispetto per l’ambiente e sulla leggerezza necessaria per convivere con gli animali nel loro habitat.

Nutri(amoci) di conoscenza parla della diffusione della nutria nella Pianura Padana. Originaria del Sud America, fu portata in Europa nel Novecento per l’industria delle pellicce e poi liberata quando il mercato crollò. Oggi è considerata una specie problematica, ma l’articolo sottolinea che la sua diffusione è soprattutto responsabilità delle scelte umane.
Concludiamo con una denuncia dell’impatto ambientale della plastica monouso e delle microplastiche che finiscono nel cibo, che suggerisce di ridurre i rifiuti scegliendo prodotti sfusi e locali, e propone una ricetta sostenibile: Pasta al pesto di carote, realizzato con i ciuffi verdi delle carote, anacardi, aglio, lievito alimentare e olio, da servire crudo sulla pasta. L’invito è anche a valorizzare altre parti di verdure normalmente scartate, sottolineando che il rispetto per il pianeta può integrarsi nella cucina quotidiana. 

Buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco

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Articolo di Sergio Tatarano

Avvocato e assessore comunale si è sempre impegnato per la promozione dei diritti individuali e delle libertà; ha promosso l’adozione del linguaggio non sessista in ambito amministrativo nonché le intitolazioni femminili di parchi. Ha pubblicato il saggio giuridico Fine vita: ragioni giuridiche a sostegno di una legge ed è uscito nel 2025, per Key editore, Il cognome materno.

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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