Incontri autunnali 

I boschi di mezza quota sono pieni zeppi di conifere e latifoglie che, se rendono innegabilmente magici gli autunni, con i loro spettacoli di colori, sono una vera piaga per i fotografi di animali. Perché betulle, castagni, noci, querce, faggi e noccioli, quando devono liberarsi del vestito estivo, si fanno altezzosi e irriverenti, fregandosene alla grande di tracce e sentieri e ricoprendo di foglie un po’ a casaccio qualsiasi cosa si trovi ai loro piedi. I castagni, in particolare, sembrano adolescenti irrequieti, che prima si divertono a bersagliarti senza pietà con i loro ricci appuntiti in pieno cranio e poi ti vezzeggiano con una pioggia di fruscianti volteggi dall’alto, quasi a scusarsi. Da metà novembre alla fine di marzo, qui dalle mie parti, nella bassa Valtellina, è praticamente impossibile camminare in un bosco di castagni senza sembrare un’allegra orchestra di ubriachi, che sfila per le vie di un paese in festa. Sotto gli scarponi, lo scricchiolante tappeto multistrato risuona come l’eco di una sirena d’allarme per qualsiasi creatura dotata di orecchie si aggiri nei paraggi. Come si fa a catturare la fuga tra i rami di uno scoiattolo, se appena ti avvicini, dal rumore che fai, sembra che un intero branco di lupi, anzi almeno tre branchi rivali, stiano correndo a rotta di collo da chissà quale vallone, diretti proprio sotto quell’albero, per attaccare proprio quello scoiattolo (che è certamente una scoiattola femmina, madre di famiglia), probabilmente intenzionati a dilaniarne le carni procurandole atroci sofferenze, mentre i suoi piccoli, nel nido, osservano inorriditi la scena, pensando che dopo pochi secondi toccherà a loro? Eppure, dopo sei anni di attenti allenamenti, oggi posso orgogliosamente dire di aver quasi imparato a muovermi, se non in silenzio, almeno con una certa timida discrezione anche nei boschi autunnali. È successo così, semplicemente facendolo, un giorno alla volta. Mi sono accorta che ogni bosco ha il suo fruscio e che, attraversandolo, si può farne parte in maniera leggera e naturale, confondendosi con i suoni degli alberi che respirano piano, delle foglie che cedono al sonno, delle radici che rallentano la loro indispensabile ricerca di nutrimento. Quando mi incammino tra i tronchi, mi sento come un cacciatore dell’era primitiva. Non ho grandi strumenti, ma posso usare i sensi per ascoltare il mondo attorno a me. Probabilmente io e l’Ötzi di turno, siamo mossi dalla stessa fame: lui di succulenta selvaggina, io di un’immagine almeno decente da appendere al muro. Certo, per lui era questione di vita o di morte, per me solo di un attimo di adrenalina, ma in fondo, a distanza di millenni, siamo figli e figlie della stessa natura, abitanti dello stesso pianeta. Un pianeta che lui rispettava, temeva e che abitava con rispetto e che noi, al contrario, distruggiamo senza pietà, sentendocene padroni e signori. Forse è per questo, per la consapevolezza di essere da tempo diventata troppo ingombrante e pesante, come essere umano, nel fragile equilibrio della natura, che ho imparato a muovermi piano, ad appoggiare i piedi con tutta la pianta insieme, in modo da ridurre al minimo il suono del passo, a fermarmi di tanto in tanto per ascoltare cosa succede nell’aria e sintonizzami alla musica dell’autunno che risuona attorno. Sto imparando a rendere la mia esistenza più leggera per il pianeta, più discreta per il bosco. 

È stato in uno di questi momenti che l’ho vista. La mamma scoiattolo, dico. Stava raccogliendo castagne nel sottobosco e correva su e giù da un grosso albero di quercia, probabilmente per portare il prezioso bottino alla tana, che restava nascosta dietro il tronco, sul lato opposto al mio. Si è accorta di me solo quando ero già abbastanza vicina da riuscire a scattare qualche fotografia. Sapevo già, ancora prima di premere il pulsante, che lo scatto non sarebbe stato tra i più belli, perché il soggetto era in controluce e il suo manto marrone scuro sembrava solo un’ombra pelosa attaccata a un ramo contorto. Ma l’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela scappare. La mia prima foto in pieno autunno a un animale, nel suo ambiente naturale. Ce l’avevo fatta! Ci siamo guardate una frazione di secondo, poi lei è scappata con quella leggera agilità da acrobati navigati che hanno gli scoiattoli. Il suo cuore batteva per lo spavento. Il mio per la gioia e l’emozione. Ma sono certa che, battendo insieme, lì nel bosco di castagni, facevano lo stesso rumore.

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Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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