L’8 marzo non è un giorno qualunque. Nonostante la deriva commerciale, che spesso tenta di ridurlo a un omaggio floreale fugace senza domande e privo di risposte, questo giorno affonda le sue radici in un terreno fatto di lotte operaie, rivendicazioni politiche e tragedie.
Spesso si associa la sua origine all’incendio della fantomatica fabbrica Cotton, nel 1908, ma si tratta di un falso storico: quella fabbrica non è mai esistita e quell’incendio non è mai avvenuto. Vere, invece, furono le fiamme che il 25 marzo 1911, a New York, presso la Triangle Shirtwaist Factory, causarono la morte di 146 persone, tra cui 126 giovani operaie, per lo più immigrate italiane ed ebree, intrappolate dietro porte chiuse a chiave. Quel dramma, che scosse l’opinione pubblica e portò alla nascita di leggi moderne sulla sicurezza sul lavoro, rafforzò anche i sindacati americani come l’International Ladies ‘Garment Workers’ Union.
Ma nemmeno quella tragedia fu all’origine della Giornata internazionale della donna: nonostante il forte legame simbolico con questo tragico evento e nonostante si possa affermare che questa tragedia abbia contribuito al riconoscimento dei diritti delle donne lavoratrici, la scelta dell’8 marzo come Giornata internazionale delle donne ha radici politiche diverse. La sua genesi risiede nei grandi scioperi e nelle grandi mobilitazioni delle lavoratrici dei primi anni del ‘900: in quelle due calde giornate del 25 e 26 agosto del 1910, a Copenaghen, quando, durante la Conferenza internazionale delle donne socialiste, per la prima volta le delegate cominciarono a parlare della necessità di istituire una giornata dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne; in quel lontano 8 marzo 1914, in Germania, quando, per la prima volta, durante il Frauen Tag, le donne tedesche chiesero il diritto di voto; in quello stesso giorno, ma di tre anni dopo, nel 1917, quando le lavoratrici russe scesero in piazza a San Pietroburgo per chiedere pane e pace, dando inizio alla caduta dello zarismo e alla cosiddetta Rivoluzione di febbraio. Nel 1921, a Mosca, l’8 marzo sarebbe diventato simbolo di lotta e rivendicazione. Il 12 marzo del 1922, in Italia, quella Giornata si sarebbe celebrata per la prima volta per iniziativa del neonato Partito comunista italiano.
La scelta della mimosa come simbolo dell’8 marzo nel nostro paese arrivò invece nel 1946, su proposta di Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei, dell’Unione donne italiane (Udi), che scelsero quel fiore perché spontaneo, economico, facilmente reperibile, rappresentando simbolicamente la forza e la resistenza femminili. «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente», dichiarò Teresa Mattei in un’intervista.
Questo breve excursus era necessario per ricostruire storicamente gli eventi che portarono all’istituzione dell’8 marzo come Giornata internazionale delle donne, per riflettere sulla sua importanza e confrontarsi con quello che Virginia Woolf definì “il silenzio della storia”, nelle cui pagine per troppo tempo la parola «Anonimo» era riferita a una donna. Oggi più che mai ripercorrere la memoria storica di quegli eventi vuol dire seguire il pensiero femminista del Novecento come una bussola imprescindibile, poter guardare oltre la superficie e interrogarsi su cosa significhi, davvero, abitare un corpo femminile in una società che ha sempre cercato di scriverne le regole. Simone de Beauvoir ce lo ha insegnato: «donna non si nasce, si diventa» e l’identità femminile è stata spesso una costruzione sociale volta alla subordinazione. È una verità folgorante, fatta di ostacoli che le donne incontrano ancora oggi — dal divario salariale al soffitto di cristallo, fino alle aspettative domestiche — e che non sono fatalità biologiche, ma eredità di un sistema che ha confuso la differenza con l’inferiorità.
Ogni anno, l’8 marzo ci sfida a continuare l’opera di “de-costruzione”, per far sì che ogni bambina possa nascere in un mondo dove il suo destino non sia già scritto, ma sia una pagina bianca tutta da inventare.
Quest’anno a Licata la ricorrenza ha smesso di essere una semplice celebrazione per trasformarsi in un manifesto vivente. In un’epoca in cui i diritti sembrano acquisiti ma, nella realtà, restano drammaticamente fragili, la nostra città ha risposto con una mobilitazione corale senza precedenti: 19 associazioni si sono unite per trasformare il lungomare in un laboratorio a cielo aperto di riflessione e memoria. Licata ha scelto la via della sostanza e dell’impatto visivo, declinando i valori dell’8 marzo attraverso l’arte, l’impegno civile e il ricordo attivo. Toponomastica femminile, rappresentata da un gruppo attivo di 36 associate, ha scelto un linguaggio immediato e potente, capace di parlare a tutte le generazioni.

Cinquanta magliette bianche sono state stese al vento, come un bucato quotidiano che però portava impresso il “carico pesante” di 50 pregiudizi ancora troppo radicati nella nostra società. Il movimento di quelle magliette, sospinte dalla brezza marina, ha attirato lo sguardo di centinaia di persone e trasformato un gesto domestico in una denuncia politica. È stata una comunicazione simile a uno slogan pubblicitario, ma con la profondità di un messaggio capace di scuotere le coscienze con estrema immediatezza.

Siamo andate oltre i canoni delle celebrazioni tradizionali, spesso sbiadite e rituali, anche con la scelta di donare alle persone, non la classica mimosa, ma un segnalibro speciale, un oggetto pensato per durare, per abitare i libri e i pensieri delle persone. Dotato di un QR code, permette di accedere a contenuti di approfondimento sulla giornata e, soprattutto, alla mappatura dei Centri antiviolenza in Italia.

Inoltre, l’iniziativa Non è un bucato qualunque ha legato l’evento al percorso già avviato con il Progetto Cosmopolita, il cui logo ha orgogliosamente firmato le locandine dell’ultimo salotto letterario di Toponomastica femminile sulle Scribacchine nella nostra città, che ha fatto luce sull’universo letterario femminile, per scoprire e riscoprire il pensiero, la scrittura, le fantasie, l’anima di scrittrici che hanno consegnato al mondo la bellezza delle loro opere.
Il momento istituzionale più solenne della giornata ha visto la partecipazione delle autorità civili e della cittadinanza, fra cui tantissime/i giovani, all’intitolazione di 8 panchine sul meraviglioso lungomare cittadino, otto tappe di un percorso ideale per celebrare la memoria di otto figure straordinarie, che incarnano il ritratto di donne che hanno lottato per il diritto a vivere con pienezza e libertà la vita, rompendo — come scriveva Sibilla Aleramo in Una donna — le catene delle convenzioni.
Rosa Balistreri: la voce folk della nostra terra, che ha cantato il dolore e la rabbia della Sicilia più vera.
Clotilde Terranova: vittima del lavoro, simbolo di chi ha pagato con la vita il diritto alla dignità economica.
Franca Rame: icona del teatro civile, che ha trasformato il proprio trauma e la propria arte in una lotta politica per i diritti di tutte.
Rita Levi-Montalcini: scienziata dal valore universale, esempio di come la «mente non abbia sesso» e di quanto la cultura sia lo strumento di emancipazione principale.
Maria Grazia Cutuli: giornalista che ha sfidato i pericoli e le frontiere per amore della verità e del racconto.
Maria Occhipinti: simbolo di libertà e resistenza sociale, una donna che non ha mai abbassato la testa di fronte alle ingiustizie.
Elvira Mancuso: scrittrice e voce lucida del Novecento, capace di analizzare con spietata onestà la condizione femminile siciliana.
Ines Giganti Curella: figura politica di rara sensibilità e cultura, esempio di impegno per il bene comune.
Queste panchine non saranno più solo oggetti di arredo e luogo di riposo, ma un promemoria perenne della grandezza femminile che ha segnato la storia italiana e la nostra identità locale. Sedersi su di esse e leggere la vita grazie al QR code presente accanto al nome di ognuna significa dedicare un momento all’ascolto di storie che hanno scritto pagine di un libro fatto di memorie.


Il successo della giornata è stato possibile anche grazie al patrocinio del Comune di Licata, che ha sostenuto con entusiasmo l’iniziativa, dimostrando una spiccata sensibilità verso i temi della parità e della memoria collettiva. Straordinaria è stata pure la risposta della cittadinanza: tanta gente, mossa dalla curiosità e dal desiderio di partecipazione, ha affollato le postazioni delle diverse associazioni.
L’iniziativa Non è un bucato qualunque di Toponomastica femminile ha sicuramente lasciato un segno sulla comunità, perché quel “bucato” di pregiudizi al vento ha trasformato una semplice passeggiata in un momento di confronto reale, visivo e, a tratti, commovente.
Il lungomare si è arricchito di ulteriori significati, diventando un vero e proprio mosaico di contributi creativi e solidali, grazie alla partecipazione attiva di tante altre associazioni: Bibliofilando ha incantato con le sue mimose all’uncinetto e ha fatto sventolare un’imponente bandiera della pace, interamente realizzata a mano, simbolo di speranza che sovrastava la manifestazione.

Il Cif ha donato il profumo delle mimose fresche a tutti i presenti.
Officine civiche ha curato con precisione la logistica e la realizzazione delle targhe per le panchine.
La Consulta giovani, motore di rinnovamento, è stata la promotrice delle otto intitolazioni sul lungomare.
Plastic free ha dato prova di creatività ecosostenibile, realizzando oggetti dai materiali riciclati.
Fidapa, Opa, Pro civis, Masci, Aido, Cav hanno arricchito l’evento con gadget e contributi preziosi.
Un ringraziamento corale va anche ad Az. Catt. S. G. M. Tomasi, Adis, Uruppu, Macramè, Wwf, Fedcons, Anps.






Giorno 8 marzo a Licata: il silenzio storico di cui parlava Virginia Woolf è stato rotto. Tra le magliette che sventolavano libere, i nomi impressi nelle targhette delle panchine, i gadget, le immagini e i colori che parlavano di diritti, quella data ha smesso di essere una ricorrenza rituale per diventare una promessa collettiva: quella di un futuro senza pregiudizi, steso al sole della verità e della parità. Perché, come diceva bell hooks, scritto minuscolo come amava la scrittrice e attivista Gloria Jean Watkins, «il femminismo è per tutti», ed è proprio in piazze come la nostra che questa verità prende vita.
In copertina: Non è un bucato qualunque.
***
Articolo di Giuseppina Incorvaia

Laureata in Storia e Filosofia a Palermo, ha insegnato Lingua, Letteratura italiana e Storia presso l’ITS “I. Giganti Curella”, dove è stata responsabile del Piano dell’offerta formativa, referente contro il bullismo, responsabile del RAV (Rapporto di autovalutazione) e del curricolo di Ed. civica. È docente di Storia al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti). È referente per Licata e segretaria di Tf.
