L’Italia nella rivoluzione mondiale. Il numero 1 di Limes Parte seconda 

L’attacco degli Usa e di Israele a Iran e Libano e le reazioni delle nazioni aggredite hanno aggravato la rivoluzione mondiale di cui tratta la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Si rende necessario quindi, prima di illustrare la seconda e la terza parte del numero di febbraio, riportare uno stralcio della bella analisi di Giuseppe De Ruvo contenuta nel podcast di Limes L’America in guerra del 6 marzo scorso. L’assassinio della Guida Suprema Khamenei, grazie alle informazioni che la Cia ha messo a disposizione dell’esercito israeliano, è stato seguito da attacchi iraniani in molti Paesi del Medio Oriente, con la funzione di segnalare all’opinione pubblica mondiale che gli Stati che ospitano una base americana possono diventare un bersaglio. 

Basi Usa Nato in Italia

L’intervento congiunto di Israele e Usa è stato mastodontico, con un dispiegamento di forze mai visto prima, e ha distrutto infrastrutture militari, centri della propaganda del regime iraniano, la Marina, buona parte della difesa aerea, l’area in cui si riunivano gli Ayatollah, le zone adiacenti alla prigione in cui sono rinchiusi oppositori e oppositrici politiche, colpendo a morte anche 165 tra bambine e maestre di un’intera scuola. Alla fine questo attacco ha rivelato il vero obiettivo dell’aggressione: la morte di Khamenei e non il regime change in aiuto delle persone che avevano protestato, a rischio della vita, nel mese di gennaio. Altro che liberare la strada all’opposizione e favorire una rivoluzione! I pasdaran custodi della Repubblica Islamica non solo non hanno accettato di consegnarsi in cambio dell’immunità, ma hanno reagito colpendo i Paesi del Medio Oriente e imponendo il cosiddetto «decentramento a mosaico», dove ogni unità operativa ha piena autonomia decisionale nella risposta agli attacchi nemici. Il regime iraniano non è crollato ma ha rafforzato il suo apparato repressivo, rendendo pressoché impossibile manifestare per chi è contrario/a al regime. Si dice che le forze militari americane riusciranno a mantenere questa intensità di attacco solo per 10 o 12 giorni. È ben vero che Trump sta pensando di fornire armi alle milizie curde iraniane incitandole a prendere il potere. Ma l’Iran è un grande Paese (4 volte l’Italia) di 92 milioni di abitanti in maggioranza persiani con tutte le implicazioni in termini di retaggio storico e autopercezione imperiale.  

This is our emisphere

L’Iran non è il Venezuela e non si sa se la popolazione sarà d’accordo a farsi governare da curdi iraniani. L’America dimostra, anche in questa occasione, di non saper apprendere nulla dal suo passato con una coazione a ripetere gli errori commessi. Per scarsa formazione delle sue classi dirigenti, arroganza e delirio di onnipotenza — ricorda De Ruvo — gli Usa fanno la guerra in teatri di cui ignorano le specificità culturali, antropologiche e quindi geopolitiche. Di conseguenza sono una potenza cieca che esibisce mirabolanti vittorie tattiche seguite da altrettante sconfitte strategiche. Nel frattempo con un voto a distanza, scampando all’ennesima strage programmata, come successore della Guida suprema è stato nominato suo figlio Mojtaba, candidato dei pasdaran. Di fatto oggi, dopo la devastante aggressione di Usa e Israele, il potere è ancora in mano a chi l’aveva già, non solo dal punto di vista militare ma anche da quello economico. Inoltre le conseguenze a livello commerciale ed energetico della chiusura dello Stretto di Hormuz alle navi che trasportano petrolio sono visibili a tutto il mondo. E stupiscono sia il video dell’assalto all’Iran a ritmo di macarena, pubblicato su Truth dalla Casa Bianca, sia la foto in cui il Presidente Usa è contornato da pastori evangelici che pregano Dio perché lo protegga. Le dichiarazioni di Trump sulla fine della guerra sono altalenanti e contraddittorie e ottengono l’effetto di aumentare l’incertezza nei mercati. E su questa guerra le uniche parole di condanna in Ue (e in parte, nello spazio economico europeo, dalla Norvegia) arrivano da Sanchez, primo ministro spagnolo, che mantiene una perfetta sintonia con i valori sbandierati, ormai solo a parole, da un’organizzazione che sembra aver perso la sua natura e i suoi scopi fondativi. 

Ma è ora di esaminare il volume di febbraio di Limes. Alcuni saggi sono ormai superati dagli eventi, perché riguardano la posizione dell’Italia prima dell’attacco all’Iran e suggeriscono soluzioni e strategie difficilmente compatibili con una situazione di «guerra mondiale a pezzi» combattuta in spregio del diritto internazionale e umanitario, le cui vicende potrebbero avere conseguenze profonde sugli equilibri internazionali. L’articolo che consiglio e che mantiene immutato il suo interesse è Una strategia italiana per non esclusi dalla corsa all’Africa di Mario Giro, chiaro e documentato, indispensabile per capire quanto sta avvenendo in quel continente, in cui Cina e Russia, in modo diverso, sono ormai stabilmente insediate. 

L’Africa gialla

 Molti articoli si soffermano, come quello di Giacomo Mariotto Gli italiani devono difendere l’Italia, sull’atteggiamento contrario alla guerra della nostra opinione pubblica, soprattutto dopo la decisione degli Usa di abbandonare il Belpaese al suo destino. Si prende atto acriticamente del predominio della forza sul diritto (nel 2024 la spesa militare globale è aumentata del 10%, raggiungendo i 2700 miliardi di dollari) e, in conseguenza di ciò, della necessità di riarmarsi in un mondo in cui non ci sono mai state tante guerre (circa sessanta). Tuttavia, secondo Mariotto, la nostra nazione non è pronta a difendersi. Per dimostrarlo il collaboratore di Limes inanella una serie di dati. Non convince, però, l’affermazione secondo cui «la nostra fragilità non affonda le sue radici soltanto in limiti materiali. Prima ancora, è mentale e culturale», avallata da alcune argomentazioni. A titolo d’esempio riporto quella che più mi ha colpita sfavorevolmente: «Negli ultimi ottant’anni si è sgretolato quel patto di cittadinanza che da ben prima dell’Unità aveva regolato il rapporto tra individuo e istituzioni. È progressivamente scomparso lo strato sociale che aveva reso possibile la mobilitazione bellica: la classe media è diventata uno specchio in cui tutti amiamo riconoscerci. Ci appare dunque strano, se non apertamente inconcepibile, che un tempo il dovere di combattere per la difesa della patria fosse accettato, di buon grado, da larghissima parte della popolazione. Abituati a leggere il mondo attraverso categorie morali ed empatiche, liquidiamo la Grande Guerra come “inutile strage”, secondo la celebre definizione di Benedetto XV. Dimentichiamo che fu molto di più. Costruì identità, diffuse ideali e consuetudini. E fu, soprattutto, la prima esperienza nazionale collettiva degli italiani». 
Queste, come altre affermazioni dell’autore, sono tutte calate sul genere maschile, quello che le guerre le ha combattute e dovrebbe essere chiamato a combatterle anche oggi. Si continua a ignorare completamente una parte fondamentale di quel “fattore umano collettivo” (richiamato nel bell’articolo di Giuseppe De Ruvo Io speriamo che me la cavo o dell’ideologia italiana) che la guerra non l’ha mai decisa: il genere femminile. E si preferisce citare Benedetto XVI piuttosto che quanto tante donne hanno scritto contro la guerra.  
Come sa chi mi legge da tempo, ho frequentato nel 2025 Le chiavi del mondo, il corso della Scuola di Limes, imparando moltissimo, soprattutto dalle Carte di Laura Canali. Tuttavia non ho potuto che accertare quanto la rivista di geopolitica, pur contando un esiguo numero di firme femminili, prima fra tutti quella autorevole di Orietta Moscatelli, manchi di un punto di vista di genere, soprattutto quando parla di guerra. L’opposizione alla guerra da parte di esponenti del pacifismo internazionale, composto da uomini e donne tutt’altro che anime belle come Martha Von Suttner, prima a essere stata insignita del premio Nobel per la pace (quando questo premio significava qualcosa), o Jane Addams e molte altre, è un tema ignorato dai più, su cui molto ha scritto la professoressa Fiorenza Taricone; un’opposizione alla guerra che non si è mai risolta in vuote affermazioni di principio ma in proposte di negoziazione e di arbitrati internazionali fatte addirittura ai primi anni del secolo scorso. Come sempre queste posizioni sono state obliate e non divulgate quanto avrebbero meritato, mentre hanno fatto scuola a organizzazioni non governative con la Comunità di Sant’Egidio e Un ponte per, solo per citarne alcune. A quando un approfondimento di questi pensieri e di queste pensatrici anche sulla rivista di geopolitica? Virginia Woolf è stata citata nell’articolo di De Ruvo sopra ricordato, ma del tutto fuori contesto. Perché ricordare Una stanza solo per sé, rivendicata come spazio per scrivere, al pari degli uomini, dalla scrittrice inglese, e non citare Le tre ghinee, il saggio scritto alla vigilia della II guerra mondiale, pietra miliare del pensiero femminile contro la guerra, in cui con elegante lucidità Woolf dichiara che per fermare la guerra occorre scardinare il patriarcato?  

Il contributo di Mariotto, comunque da leggere, dedica una parte importante alla cosiddetta Tiburtina Valley, «il distretto industriale romano esteso per 72 ettari oltre il Grande raccordo anulare, fino al Nord della Ciociaria, che ospita fabbriche, capannoni e sedi di imprese attive nei settori dell’aerospazio e della difesa: Leonardo, Mbda, Telespazio, Thales Alenia Space e molte altre».  

La Valle Tiburtina

La seconda parte del numero di febbraio 2026 si intitola Stato dell’Italia e contiene vari contributi. A che ora è la fine del mondo? di Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, riporta una serie di dati preoccupanti riguardanti la nostra nazione, tra cui il declino demografico, lo scarsissimo senso civico e quella che chiama “nanomachia” delle élite, italiane ed europee. Un articolo che va letto soprattutto per i richiami culturali inaspettati ma interessantissimi a Hegel, Napoleone, von Clausewitz, Goethe. Da segnalare anche l’approfondimento di Alessandro Aresu L’unica cosa di serio in Italia è la ristorazione, pretesto per dire molto di più di quanto non si intuisca dal titolo sui poteri in Italia. 

Alla Rivoluzione in corso è dedicata la terza parte, che accoglie anche voci straniere. Il cinese Sun Chenghao in Come la Cina navigherà la rivoluzione mondiale sostiene che «il mondo non sta semplicemente entrando in una fase di instabilità. Sta attraversando una trasformazione profonda, il cui epicentro risiede nel mutamento del ruolo degli Stati Uniti. Non si tratta di una rivoluzione innescata dall’improvvisa ascesa di un rivale, né da un attacco coordinato all’ordine esistente. È il risultato di un divario sempre più ampio tra la potenza dell’America e il suo scopo. Tra ciò che gli Stati Uniti sono ancora in grado di fare e ciò che sono sempre meno disposti — o capaci — di sostenere nel lungo periodo […] I funzionari cinesi descrivono sempre più spesso il momento attuale come un crocevia storico […] La Cina non cerca di guidare questa trasformazione geopolitica, né di accelerarla. I suoi obiettivi sono più limitati, ma anche più pragmatici. La priorità di Pechino è impedire che il disordine si irrigidisca in collasso e che la competizione scivoli in un confronto permanente. La stabilità, nella lettura cinese, non è più una condizione garantita dal predominio. È un risultato che deve essere gestito attivamente, continuamente negoziato e imperfettamente sostenuto […]. 
L’approccio cinese, almeno nella sua logica dichiarata, mira quindi a impedire che la competizione geopolitica divori tutte le altre forme di relazione internazionale». E adotta la massima di Von Clausewitz: Vincere senza combattere. 
Il focus dell’intervista di Federico Petroni a Oren Cass, fondatore di American Compass è già nel titolo: Senza consenso, la rivoluzione trumpiana fallirà
La voce del Canada è riportata nell’approfondimento a cura di Srdjan Vucetic, che ricorda il titolo sorprendente pubblicato il 20 gennaio dal Globe and Mail, quotidiano di riferimento del Canada anglofono: «Le Forze armate canadesi preparano una risposta a un’ipotetica invasione americana». Lo stesso giorno, a Davos, il primo ministro Mark Carney ha pronunciato un discorso ormai divenuto celebre, in occasione del World Economic Forum, dichiarando concluso il vecchio ordine mondiale e sottolineando che molte delle sue regole non erano che “finzioni utili”, invitando le cosiddette potenze medie a ripensare strategie e alleanze, cioè ad «agire insieme perché se non siamo al tavolo siamo nel menù». Altri approfondimenti di questo numero si occupano di Venezuela, Russia, guerra in Ucraina e Nato del Nord. 

Prima di congedarmi da questo numero di Limes vorrei ricordare un tema di cui non si parla in questi giorni dominati dalla narrazione bellica: l’immenso debito pubblico globale dovuto alla corsa alle armi, di cui scrive molto bene Alfredo Somoza sul suo blog Ragionando, come sempre. Per le persone interessate questo è il link.
A questo link la staffetta di lettura contro la guerra del saggio di Virginia Woolf Le tre ghinee.

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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