Nel 2021, dopo quasi un anno di vita romana, scoprii il “Libraccio” di Via Nazionale. Lì acquistai, senza pensarci troppo, Figlie ferite dell’Africa di Denis Mukwege (Garzanti, 2019, traduzione di Bianca Bernardi). Non avevo mai sentito parlare di quest’uomo ma la descrizione sul risvolto di copertina mi intrigò: «[…] Dieci anni dopo, in piena guerra civile, fonda l’ospedale Panzi per offrire cure alle donne vittime di violenze sessuali. In quella regione, infatti, stupri e mutilazioni sono armi strategiche delle milizie armate: colpiscono le donne per distruggere le famiglie e le strutture sociali ed economiche del luogo. Denis Mukwege decide di portare il fenomeno all’attenzione prima del suo governo — che a lungo si ostina a negarlo — e poi della comunità internazionale, e nel 2018, per il suo straordinario impegno in difesa dei più deboli e dei diritti delle donne, riceve il premio Nobel per la Pace». Qualche tempo dopo, in un pomeriggio di sole, decisi di iniziare a leggere il volume seduta sulla sdraio nel balcone. Dopo un’oretta, la brutalità e l’efferatezza del racconto mi costrinse a mettere giù il libro: nel contesto della guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo gli stupri venivano talvolta perpetrati anche con armi e oggetti incandescenti. La scelta di Mukwege di denunciare pubblicamente i fatti, lo aveva addirittura costretto a subire ripetute minacce e violenze.
Quando iniziai a pensare alla tesi triennale sapevo già che la materia sarebbe stata Diritto internazionale, il corso che mi era piaciuto al punto da convincermi a concludere il percorso che fino a quel momento mi aveva lasciata a dir poco delusa. Mi vennero subito in mente Denis Mukwege e quel libro troppo tosto per essere finito e dopo qualche ricerca su internet chiesi un colloquio al professore, che accettò la mia proposta. L’evoluzione giurisprudenziale del crimine di stupro nel Diritto internazionale è quindi l’argomento della mia tesi. L’obiettivo è stato quello di tracciare un itinerario storico per comprendere in che modo e in che tempi si è tentato di disciplinare a livello internazionale crimini di questo tipo in contesti bellici.
Capitolo 1. I primi cenni nel diritto internazionale. Il lavoro si apre analizzando i primi — timidi — accenni al tema dello stupro nella Convenzione dell’Aia del 1899 e in quella del 1907, che invitano i pochi Stati che avevano partecipato alla conferenza a non adottare una serie di comportamenti in guerra, fra cui lo stupro, al fine di «mitigarne per quanto è possibile l’asprezza». L’andamento tragico e brutale del ‘secolo breve’ impone poi alla comunità internazionale di individuare e contrastare i crimini di guerra in modo più sistematico, arrivando alla Convenzione di Ginevra del 1949 e ai suoi due protocolli aggiuntivi del 1977. L’articolo 27 della Convenzione, uno dei trattati più ratificati del mondo, rappresenta una pietra miliare nell’evoluzione del reato di stupro nel Diritto internazionale: menziona esplicitamente la parola stupro in un accordo internazionale propriamente detto per la prima volta.
Capitolo 2. La giurisprudenza del Ruanda e dell’ex-Jugoslavia. La seconda parte della tesi analizza la giurisprudenza prodotta dai due Tribunali penali internazionali per il Ruanda e per l’ex-Jugoslavia: entrambi i Paesi furono negli anni Novanta teatro di feroci conflitti inter-etnici. In Ruanda in soli tre mesi — da aprile a luglio 1994 — almeno 500 mila persone, di etnia prevalentemente Tutsi, furono uccise dalla fazione rivale di etnia Hutu (l’origine delle rivalità è da ritrovarsi nel periodo di dominazione coloniale belga). Il contesto iugoslavo riguarda piuttosto la dissoluzione di uno Stato federale che prende la forma di una guerra decennale. Nonostante la diversa natura anche questo conflitto è teatro di persecuzioni etniche che rendono lo stupro un’arma particolarmente efficace.
La prima condanna nei confronti di una persona per stupro come strumento di genocidio — e quindi come crimine di guerra — viene emessa dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda nel 1998, segnando una svolta epocale. Questa sentenza fa da eco alle testimonianze brutali che persone come Roméo Dallaire, comandante militare della Missione di assistenza delle Nazioni Unite, hanno raccontato davanti a quel Tribunale: «Abbiamo potuto notare in molti luoghi che giovani ragazze, giovani donne, giacevano distese con i loro vestiti sopra la testa, le gambe divaricate e piegate. […] Tutto ciò mi indicava che queste donne erano state violentate». La tesi prosegue poi analizzando alcune sentenze emesse dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.
Capitolo 3. Il caso della Repubblica Democratica del Congo. Il terzo e ultimo capitolo della tesi analizza il lavoro della Corte penale internazionale, fondata nel 2002 a Roma, nell’ambito dei crimini perpetrati durante le guerre nella Repubblica Democratica del Congo. Il Paese è stato tristemente definito «il peggior posto al mondo in cui essere donna», con stime che arrivano fino a 25 stupri al giorno nel 2007. La Corte penale ha emesso alcune sentenze per stupro ma l’impunità e la violenza quotidiana sono lo status quo nella regione.
La definizione di stupro: non consenso vs coercizione. Un tema centrale dello stupro, affrontato nella tesi a livello di diritto internazionale ma valido anche sul piano nazionale, è la difficoltà a codificare e definire legalmente questo reato. Un dato interessante, che emerge proprio dal confronto fra le sentenze emanate dai diversi tribunali, è la varietà di modi in cui viene dimostrata la colpevolezza. La studiosa Catharine MacKinnon individua due diverse tipologie di criminalizzazione dello stupro: quella basata sul “non consenso” da una parte e quella basata sulla “coercizione” dall’altra. Secondo lei le definizioni basate sul consenso, come la maggior parte di quelle degli ordinamenti nazionali, hanno come prova dello stupro lo stato mentale della vittima e dell’autore e ciò rende difficoltosa la dimostrazione dell’esistenza del reato. Le definizioni basate sulla coercizione invece danno rilevanza alle azioni fisiche e al contesto, diventando quindi più sociali e collettive.
L’impatto sulle comunità. Un ultimo elemento chiave nell’analisi dello stupro come arma di guerra è coglierne il significato dal punto di vista sociale. Nei conflitti etnici in particolare lo stupro è ciò che René Degni-Ségui, relatore speciale della Commissione sui Diritti Umani, ha definito «la regola, e la sua assenza un’eccezione». Lo stupro in tali contesti è indissolubilmente legato al concetto di stigma e quindi alla distruzione delle comunità dall’interno. La privazione della verginità, la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili, la riduzione della capacità biologica riproduttiva e le gravidanze indesiderate sono solamente alcune delle conseguenze più tangibili dello stupro come arma di guerra in conflitti etnici. Inoltre, lo stigma che circonda questo tipo di violenza genera reticenza nella denuncia, il che alimenta un circolo di impunità e traumi irrisolti che corrode le comunità.
La mia tesi si sofferma sull’aspetto giudiziario del fenomeno dello stupro come arma di guerra ma gli obiettivi dello Stato di diritto e della comunità internazionale non devono limitarsi a punire i reati una volta che questi sono stati compiuti. È auspicabile infatti creare un modello di comportamenti compatibili con la legge e interiorizzati dalla popolazione affinché un crimine o un reato non si compia proprio. Per questo motivo è necessario approfondire le cause culturali che si celano dietro ai crimini sessuali, affinché la loro messa in discussione aiuti a prevenire, all’interno di un percorso di decostruzione, fenomeni lesivi della libertà delle donne. Se da una parte fare giustizia e fornire supporto medico e psicologico alle vittime è fondamentale, dall’altra non è sufficiente: ancora più importante è strutturare programmi di prevenzione che agiscano all’origine del problema, e non solo mitigandone le conseguenze.
Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/360_FABBRIS.pdf
***
Articolo di Giorgia Fabbris

Laureata presso la Sapienza Università di Roma in Scienze politiche e Relazioni internazionali con una tesi sull’evoluzione giurisprudenziale del crimine di stupro nel diritto internazionale, oggi studia International Studies all’Università Roma Tre. Al centro del suo percorso accademico i diritti delle donne nelle relazioni internazionali, con focus sul Sud globale.
