Entrando in un qualunque supermercato, ci si imbatte in una marea di plastica. Ogni prodotto è imballato in plastica, avvolto in altra plastica, contenuto in un involucro di cartone plastificato — che l’Unione Europea chiama «plastica compostabile», ma nel momento in cui si degrada (non “bio-degrada”) disperde microplastiche — e trasportato con ulteriore plastica. Questa sostanza, che qualche decennio fa sembrava ottima perché leggera, è diventata uno degli incubi del pianeta. Un materiale quasi eterno, che non ossida e non si rompe, sembrava una valida alternativa ai pesanti contenitori di vetro o metallo, ma la plastica dura e duratura è stata in gran parte soppiantata da quella monouso, andando così ad aumentare vertiginosamente la produzione di rifiuti.
Spiega il WWF: «Negli ultimi vent’anni, abbiamo prodotto tanta plastica quanto in tutta la nostra Storia. Oggi, l’umanità è minacciata dal mostro che lei stessa ha creato. Come nel racconto di Frankenstein; salvo che adesso non si tratta di fantasia. Il mostro, stavolta, è reale. Si nasconde nelle nostre bottiglie, nei nostri vestiti, nei nostri edifici, in quasi tutti gli oggetti che utilizziamo». L’espressione «una marea di plastica» non è così fuori luogo: secondo varie statistiche, 12 milioni di tonnellate di plastica non riciclata vengono gettati in mare ogni anno o vi arrivano attraverso i fiumi e i canali.
Denuncia Greenpeace: «Ogni minuto l’equivalente di un camion pieno di plastica finisce negli oceani, provocando la morte di tartarughe, uccelli, pesci, balene e delfini, fino ad arrivare nei nostri piatti! […] Sono oltre 700 […] le specie a rischio: scambiano la plastica per cibo e muoiono per indigestione o soffocamento».
Oggi l’Oceano Pacifico ospita un’isola di plastica — detta “il settimo continente” e situata tra il Giappone e gli Stati Uniti — grande circa 10 milioni di chilometri quadrati (ovvero oltre sei volte la Francia, più di tutta la Penisola Iberica e l’intero Canada); altre discariche galleggianti, assemblate dalle onde e dalle correnti marine, sono nate spontaneamente nell’Oceano Indiano, nell’Atlantico e persino nel Mediterraneo.
Il cartone plastificato che a partire dal 2021 viene spacciato per «plastica compostabile» nei supermercati europei è una doppia presa in giro: oltre a contenere e disperdere plastica al momento dello smaltimento, il considerare biodegradabile tale prodotto ci porta a far sì che la dispersione avvenga proprio nel compost che poi fungerà da concime agricolo, portandoci le microplastiche direttamente nel piatto. Ogni essere umano mangia circa l’equivalente di un bancomat a settimana sotto forma di microplastiche attraverso gli ortaggi e soprattutto il pesce; una persona vegana non è completamente esente da questa “alimentazione del futuro” in quanto il sale marino è vettore di tutto ciò che viene disperso negli oceani e nei mari.
Basterebbe molto poco per cambiare produzione, ma il fatto che la plastica sia la figlia primogenita del petrolio spiega la mancanza di volontà politica per affrontare il problema e trovare soluzioni radicali.
Se è vero che ogni persona è responsabile dei propri acquisti, bisogna però ammettere che il supermercato offre ben poca possibilità di scelta. È consigliato recarsi in negozi che vendono prodotti alimentari senza imballaggi, ma lì si trovano solo cibi secchi. Facendo la spesa al mercato è possibile trovare verdure e ortaggi freschi e non confezionati.
Al mercato possiamo notare che le carote non sono solo arancioni. La cultura del consumo usa e getta ci ha insegnato a buttare quasi tutto e poche persone oggi immaginerebbero di cucinare non le carote bensì i loro simpatici pennacchi verdi.
Suggerisco dunque una insolita ricetta simile al pesto ma senza basilico.
Ingredienti
- carote;
- anacardi;
- aglio;
- lievito alimentare in scaglie o in fiocchi;
- olio evo;
- sale;
- pasta.
Preparazione
Dunque la prima cosa da fare, è comprare un’abbondante quantità di carote fresche, con i ciuffi verdi e — mi raccomando! — senza plastica.
Mangiare le carote, ricche di vitamine, e conservare i ciuffi.
Nel giro di qualche giorno, per non farli appassire, separare i ciuffi dai gambi (esattamente come faremmo con le foglie di basilico per fare il pesto tradizionale).
Frullare i ciuffi con aglio (possibilmente togliendone l’anima che ne appesantirebbe la digestione), olio extra vergine di oliva, lievito alimentare e anacardi (o altra frutta secca a proprio piacimento: la ricetta tradizionale del pesto genovese prevede i pinoli, più rari e costosi, ma si possono usare anche noci o mandorle, sconsiglio le nocciole in quanto molto amare).
Aggiungere sale a piacere.
Le proporzioni dipendono dai gusti personali: l’olio e la frutta secca rendono il tutto rispettivamente più cremoso o più denso, quindi ogni persona deciderà che consistenza dare al “pesto di carote”.
Come il pesto genovese, anche questo non va cotto: la pasta va condita con il pesto crudo. Se è venuto troppo denso, lo si può ammorbidire con un cucchiaio di acqua di cottura della pasta.
Variante possibile
In assenza di un frullatore, i ciuffi delle carote, gli anacardi e l’aglio possono essere tritati con un grosso coltello da cucina: così facendo si otterrà una versione più “grossolana” del pesto, a cui poi si aggiungeranno olio e lievito direttamente nel piatto.
Postilla
Il dramma della onnipresente plastica non riguarda solo le carote. I rifiuti hanno invaso città e oceani e la loro gestione è parte della nostra quotidianità.
Di molte altre verdure si possono usare le parti che per abitudine e disattenzione abbiamo sempre buttato.
Spesso prendiamo le parti dure di broccoli e cavolfiori e le gettiamo nel secchio o al limite nel compost. E invece, i torsoli del broccolo, fatti saltare in padella con un soffritto a piacere, diventano squisiti e croccanti e possono accompagnare qualunque carboidrato.
Quando una persona diventa vegana non compie una rinuncia: semplicemente scopre cose a cui non aveva mai pensato prima.
Buon appetito, con rispetto della vita e del pianeta!
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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.
