Quando la cura diventa un diritto. Il ricordo di Angiola Minella 

 Il 2 giugno 1946 fu un giorno di svolta per l’Italia. Per la prima volta, milioni di donne entrarono nelle cabine elettorali stringendo la tessera con un’emozione che era insieme conquista e responsabilità, perché finalmente poterono esprimere il loro voto. Si racconta che molte di esse tolsero il rossetto prima di chiudere la scheda, per non rischiare di invalidare il voto: un gesto semplice, ma che la dice lunga sulla consapevolezza di un momento che sarebbe passato alla storia. Da quelle urne nacque la Repubblica e fu eletta l’Assemblea Costituente: cinquecentocinquantasei membri, tra cui ventuno donne, le cosiddette madri costituenti. 
Tra loro c’era Angiola Minella (Torino, 3 febbraio 1920 — Genova, 12 marzo 1988), intellettuale e deputata, oggi ancora poco valorizzata nella toponomastica e nella memoria pubblica, ma figura di spicco nel processo di costruzione, nel secondo dopoguerra, di una moderna forma di assistenza come diritto fondamentale della persona. Le ventuno donne, pur provenendo da schieramenti diversi (nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una del Fronte dell’Uomo Qualunque), seppero superare divisioni di partito per affermare un principio comune: la cittadinanza femminile non poteva essere parziale, e i diritti delle donne dovevano entrare a pieno titolo nel testo costituzionale.

Angiola Minella avrebbe voluto fare la medica. Non le fu possibile, perché assecondò la volontà di sua madre e si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Torino, ma la sua vocazione alla cura trovò un’altra strada: la politica al servizio delle fasce più deboli. Alla Costituente si distinse per la capacità di comunicare con chiarezza quelli che erano i bisogni reali e primari di gran parte della popolazione italiana, che usciva stremata e fortemente impoverita da cinque anni di guerra. Negli anni successivi rappresentò il Movimento femminile democratico italiano nella segreteria della Federazione internazionale femminile a Berlino (1953 —1958) e, a Palazzo Madama, si dedicò con tenacia ai temi della sanità pubblica. Fu vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità dal 1958, poi segretaria nel 1963 e nuovamente vicepresidente nel 1968.
Il suo impegno per la riforma dell’assistenza sanitaria e ospedaliera e per i servizi destinati alla maternità e all’infanzia fu coerente con un’idea innovativa: l’assistenza non come beneficenza, ma come servizio sociale garantito. In altre parole, non carità concessa dall’alto, bensì diritto esigibile. Oggi diremmo welfare; allora era una visione lungimirante, che intrecciava emancipazione femminile e tutela dell’infanzia.
L’attenzione e la cura di Minella per l’infanzia si espresse anche nella partecipazione attiva nell’organizzazione dei cosiddetti “treni della felicità”, iniziativa promossa da Teresa Noce tra il 1945 e il 1952. Circa 70.000 bambini e bambine del Sud, che avevano provato la guerra e la povertà, furono accolti/e temporaneamente da famiglie del Centro-Nord: da Napoli, Cassino, Roma, Ciociaria e Puglia partirono convogli diretti verso Reggio Emilia, Modena, Mantova, Ravenna, Ancona. 

Quella pagina di storia, raccontata anche nel documentario Pasta nera di Alessandro Piva, nel romanzo di Viola Ardone Il treno dei bambini e nell’albo illustrato Tre in tutto di Davide Calì e Isabella Labate, rappresenta una delle espressioni più alte di solidarietà civile del secondo Novecento italiano. Non fu solo un intervento emergenziale; fu la dimostrazione concreta che l’infanzia è un bene comune e che la sua tutela riguarda l’intera comunità nazionale. 

Nell’alveo di questa visione si colloca la proposta presentata dalla Minella, nel 1962, per l’istituzione di un servizio nazionale pubblico di vigilanza diurna e prevenzione igienico-sanitaria per l’infanzia fino a tre anni: i “nidi-asilo”, come allora venivano definiti. L’idea era semplice e rivoluzionaria insieme: sostenere le madri lavoratrici, prevenire disuguaglianze, promuovere la salute fin dalla prima infanzia
Gli asili nido, nati nell’Ottocento in contesti urbani e industriali come risposta ai bisogni delle famiglie operaie, erano stati a lungo considerati strutture assistenziali per i ceti poveri. Solo nel secondo dopoguerra maturò la consapevolezza del loro valore educativo e sociale. Il nido non veniva considerato più un “parcheggio”, ma uno spazio di crescita, relazione, scoperta; un presidio di equità che permette alle donne di non scegliere tra lavoro e maternità e ai bambini e alle bambine di accedere a opportunità formative fin dai primi anni di vita. 

La questione resta attuale: ancora oggi la conciliazione tra attività lavorativa e cura familiare è un nodo irrisolto, e il mondo del lavoro spesso non sostiene adeguatamente la maternità. Minella aveva colto con lungimiranza che investire nei servizi per l’infanzia significava contrastare le disuguaglianze sociali e la povertà educativa. 
Ricordare Angiola Minella oggi, in una rivista di toponomastica femminile, significa interrogarsi su quali nomi abitino le nostre strade, le nostre piazze, i nostri edifici pubblici. Intitolare un asilo nido a Minella non sarebbe solo un atto simbolico: sarebbe un modo coerente per legare il suo nome alla battaglia che condusse per trasformare l’assistenza all’infanzia in diritto universale. 
Le ventuno costituenti hanno inciso nella Carta principi che ancora orientano la nostra convivenza civile. Ma la memoria, se non si traduce in segni visibili nello spazio urbano, rischia di sbiadire. Dare nome alle donne che hanno costruito il welfare italiano significa restituire profondità storica ai servizi di cui oggi beneficiamo e riconoscere che dietro ogni conquista ci sono volti, storie, scelte coraggiose. 
Come già detto in precedenza, Angiola Minella non divenne medica, ma seppe prendersi cura del Paese. Trasformò una vocazione personale in impegno collettivo, contribuendo a edificare un sistema in cui maternità, infanzia e sicurezza sui posti di lavoro non fossero più ambiti separati o marginali, ma parti integranti di una rinnovata società civile animata da spirito di solidarietà e da senso profondo della giustizia sociale. Nel suo percorso politico e sociale, intrecciato a quello di Teresa Noce e alle altre diciannove deputate all’Assemblea costituente (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Rita Montagnana, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio, Bianca Bianchi, Lina Merlin, Ottavia Penna) si evidenzia una trama comune: l’emancipazione delle donne passa soprattutto attraverso la costruzione di servizi concreti e mirati alla persona, capaci di rendere effettivi i diritti di uguaglianza, emancipazione e sicurezza. 

È questa la lezione che la toponomastica può aiutare a custodire: non solo ricordare i nomi, ma farne strumenti di educazione civica, affinché le strade, le scuole, le associazioni dedicate a queste donne diventino riferimento per testimonianza civile e culturale per le future generazioni. 

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Articolo di Fabiana Esposito

Laureata in Scienze della Formazione primaria presso l’Università di Salerno, è Cultrice della materia in Storia della scuola e Storia della pedagogia. Ha collaborato con diverse istituzioni scolastiche per docenze e progetti educativi e di ricerca, partecipando come relatrice a convegni dedicati ai temi della pedagogia, della storia della scuola e dell’innovazione educativa.

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