Janice Mayman, giornalista freelance australiana

Trentasette anni prima dell’omicidio di George Floyd a Minneapolis, un altro omicidio a sfondo razziale si verificava a Roebourne, una città della regione Pilbara dell’Australia. Un gruppo di agenti, dopo una serata di leggerezze, decide di fermarsi, sulla strada del ritorno verso la centrale, presso un hotel. Nel bar, intento a fare un ordine, trovano un ragazzo aborigeno di nome Ashley James. Inizia un alterco verbale che sfocerà nel conflitto fisico: la polizia comincia a picchiare violentemente coloro che sono accorsi in aiuto di James con calci, pugni e manganellate. Tra questi, un giovane aborigeno di nome John Peter Pat, di appena sedici anni. Diversi testimoni hanno riferito di aver visto la polizia picchiarlo e prenderlo a calci quando era già a terra, e un agente lo avrebbe ripetutamente colpito alla testa. Poi, sanguinante ed esanime, lo hanno caricato sul van della polizia parcheggiato lì accanto, e continuato a colpirlo ripetutamente alla testa. John Peter Pat morì la notte del 28 settembre 1983, un mese prima di compiere i suoi diciassette anni. Quando Jan Mayman, giornalista freelance della città di Perth, venne a conoscenza dell’omicidio, salì sul primo volo disponibile per recarsi a Roebourne. Una volta arrivata, decise di interpellare direttamente l’avvocato designato ai servizi legali degli aborigeni australiani, ma questi si rifiutò di parlarle. Poco tempo dopo le si avvicinò un uomo aborigeno; Mayman ricorda di non averlo mai incontrato prima, ma comunque sentì di doverlo seguire. La condusse all’interno di una stanza di hotel, dove trovò otto uomini seduti in modo ordinato sui due letti. Colui che l’aveva avvicinata si rivolse loro: «Diteglielo». E proprio dal loro racconto scioccante, Jan Mayman scrisse l’inchiesta che avrebbe scosso talmente tanto l’opinione pubblica da far istituire una Royal Commission, ovvero un’inchiesta pubblica formale che durò ben due anni, oltre a farle ottenere un Golden Walkley, il più prestigioso premio giornalistico australiano. I testimoni di quella sanguinosa serata del 28 settembre 1983 raccontarono a Mayman di come avessero visto la polizia dell’Australia Occidentale colpire violentemente Pat al viso, colpo che lo portò a cadere all’indietro, sbattendo forte la testa sull’asfalto della strada. Un altro agente continuò a colpire il ragazzo mentre era a terra, prima di trascinarlo esanime nel van, colpirlo nuovamente al viso con lo scarpone e chiuderlo dentro. All’arrivo alla stazione della polizia, altri testimoni videro il mezzo arrivare e i poliziotti spingere fuori violentemente gli aborigeni presi in custodia, tra cui John Pat. Secondo la testimonianza, ognuno di loro, uno dopo l’altro, venne preso, buttato a terra e preso a calci. Nessuno dei prigionieri, dissero, reagì in alcun modo. Appena un’ora dopo l’arrivo di John Pat nella sua cella, il sedicenne venne ritrovato morto da una guardia. L’inchiesta di Jan Mayman venne pubblicata in prima pagina sul giornale australiano The Age, nel 1984. Ebbe una tale risonanza mediatica da scatenare l’indignazione generale, e la Royal Commission si pose l’obiettivo di ridurre le morti dei detenuti aborigeni in custodia, indagare le statistiche delle loro incarcerazioni rispetto alla popolazione bianca, il razzismo istituzionalizzato e gli ostacoli socioeconomici a cui erano sottoposti gli indigeni australiani. Come sottolinea la giornalista Wendy Bacon: «[…] Poche Royal Commission australiane hanno attratto un’attenzione mediatica più forte o appassionata di quella del 1991» (Wendy Bacon, “Thirty years on: How well has Australian media covered deaths in custody?”, Wendybacon.com, 26 maggio 2021, https://www.wendybacon.com/2021/Deaths).

Questa inchiesta a difesa degli aborigeni è solo una delle decine che hanno costellato la brillante carriera di Mayman per i successivi quarant’anni. Scrive Mark Baker, in un articolo commemorativo dedicato a lei, a qualche mese dalla morte: «Jan avrebbe odiato tutto questo. Non le sono mai piaciute le luci della ribalta, ha costantemente dubitato del suo talento ed era sempre modesta, insicura del suo posto al margine tra l’Australia nera e bianca, da dove ebbe un profondo impatto per il bene» (Mark Baker, “The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody”, Inside Story, 24 settembre 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/).

Janice Mayman è stata una giornalista nata nel 1940 in Australia e vissuta a Perth. Durante la sua lunga carriera, si è occupata principalmente di inchieste incentrate sulla denuncia degli abusi subiti dalle persone aborigene in custodia della polizia, sulla difesa dei loro territori sacri dall’espansione delle aziende metallurgiche — importante è, per esempio, il suo intervento nella contesa degli Yindjibarndi della regione del Pilbara contro la Twiggy Forrest’s Fortescue Metals — e sulla strenua lotta per i diritti delle popolazioni locali. Il suo interesse per le condizioni degli indigeni, tuttavia, ha da sempre contrastato con un albero genealogico che la vedeva nipote di un grande pioniere nella ricerca all’oro australiano, George Mayman, che divenne anche proprietario di una miniera di metalli preziosi nel secolo scorso. Quasi a voler ripagare le colpe del nonno, Jan ha dedicato la vita e la carriera alla difesa di quei popoli e di quelle terre che sono rimaste ai margini per così tanto tempo. Durante la sua attività professionale, ha lavorato come giornalista investigativa e d’inchiesta sia in Australia sia nel Regno Unito, scrivendo per testate come The Sunday Times, The Age di Melbourne, The Canberra Times, The Guardian e The Independent, a Londra. Appena quattro anni dopo l’inchiesta su John Pat, a gennaio 1988, Mayman scrisse un articolo intitolato Why Joan Winch needs $650.000. Joan Winch è stata presidente del Centro universitario Curtin per gli studi sugli Aborigeni e vincitrice del Sasakawa Prize da parte della World Health Organization per i suoi studi sulla salute degli indigeni. Secondo quanto scoperto da Winch, il complesso sistema medico occidentale impatterebbe negativamente sui popoli aborigeni che sembrerebbero rispondere meglio alle cure fornite da operatori sanitari appartenenti alla loro comunità. Per eseguire le sue ricerche, Winch ha condotto un’analisi sul campo, muovendosi su un’unità medica mobile per gli accampamenti aborigeni vicino alla Swan Valley. Qualche mese dopo, ad aprile 1988, Jan Mayman scrisse un articolo riguardante la Royal Commission che indagava le morti degli aborigeni in custodia della polizia, sotto la guida del giudice James Henry Muirhead.

L’inchiesta muoveva la sua analisi a partire da un report prodotto da un gruppo di rappresentanti degli affari pubblici degli aborigeni, della polizia e di diversi dipartimenti a essa legati. L’analisi dipingeva una realtà agghiacciante: il 35% di tutti i detenuti condannati nell’Australia Occidentale erano aborigeni, così come lo era il 91,7% dei detenuti presi in custodia dalla polizia. Nel suo articolo, Mayman avanzò l’ipotesi che «[…] con le elezioni statali dell’Australia Occidentale che ci saranno il prossimo anno, un cinico potrebbe suggerire che il governo dell’Australia Occidentale abbia deciso che il rischio di qualche altra morte di un aborigeno sia meno pericolosa, da un punto di vista elettorale, in uno stato profondamente conservatore, piuttosto che un attacco a tutto campo ai fattori sociali, economici e culturali che stanno dietro la sconcertante percentuale delle incarcerazioni dei neri nell’Australia Occidentale» (Jan Mayman, “The issues W. A. still won’t face”, Australian Society, aprile 1988). In ottobre Mayman si concentrò sul denunciare la corruzione dilagante tra le più alte cariche del governo, impegnate in patti non trasparenti con le grandi aziende industriali. In particolar modo, la giornalista evidenziò come il governo dell’Australia Occidentale intendesse impegnarsi nella costruzione di un nuovo impianto petrolifero, a patto che l’industria petrolchimica Bond Corp si assumesse la responsabilità di un impegno governativo finalizzato a salvare la banca Rothwells, in forte rischio di fallimento, per un importo di 150 milioni di dollari. Questo accordo non prendeva minimamente in considerazione l’impatto ambientale di una simile opera, che implicava un consistente rischio di perdite di materiali cancerogeni in natura. Le conseguenze su fauna e flora sarebbero state senza precedenti, in quei territori.

In seguito, Mayman lavorò brevemente per la televisione, apparendo nel Channel Seven in qualità di giornalista. Il suo attivismo per i diritti e le terre aborigene, tuttavia, contrastava fortemente con l’approccio razzista dell’emittente alle notizie. Ciò che la fece dimettere definitivamente fu un episodio di poco successivo: recentemente c’era stata un’irruzione violenta della polizia in una comunità aborigena della Swan Valley, e l’emittente decise, piuttosto che mandare i propri inviati a parlare direttamente con le vittime appartenenti alla comunità colpita, di intervistare un gruppo di aborigeni nelle vicinanze, di ritorno da un funerale. Nonostante fossero visibilmente intossicati, vennero comunque intervistati, e il gruppo si lasciò andare a critiche pesanti e violente nei confronti della polizia, materiale sicuramente scottante per le tensioni di quel periodo tra le comunità locali e le autorità. In seguito all’accaduto, Mayman lasciò definitivamente l’emittente, colpita negativamente dal chiaro intento denigratorio e razzista del canale. Nel 1993 collaborò alla realizzazione di un documentario, Nazi Supergrass. Il film, tuttora consultabile, ha come soggetto il Movimento Australiano Nazionalista che si rese colpevole di vere e proprie campagne di odio razziale nella città di Perth dal 1986 fino al 1989. L’odio era indirizzato principalmente contro minoranze asiatiche, ebree e nere. Solo la testimonianza di uno dei suoi membri, Russel Willey, intervistato in vari luoghi e a volto coperto, permise alle autorità di fermare il Movimento e arrestarne i militanti. Lo stesso anno, il documentario arrivò finalista al premio Walkley per il miglior prodotto di giornalismo televisivo. Come ricorda Mark Baker: «(Jan) non si sentiva mai a suo agio nel mondo duro ed ego-riferito del giornalismo, dove lei era sempre un’eccezione, una freelancer che lavorava per alcuni dei più grandi giornali in Australia e oltreoceano, ma non veniva mai davvero accolta nel mainstream» (Mark Baker, “The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody”, Inside Story, 24 settembre 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/). Jan Mayman ha dedicato la sua vita e il suo brillante talento per difendere la causa di chi non ha avuto voce né mezzi per proteggersi. È morta il 5 agosto 2021 a Perth, ma il suo lavoro, a distanza di tempo, resta oggi più vitale e importante che mai. Nella prigione di Fremantle, a seguito della sua inchiesta sull’omicidio di John Pat, venne eretto un monumento con sopra incisa una poesia di Jack Davies:

Write of life / the pious said
forget the past / the past is dead.
But all I see / in front of me
is a concrete floor / a cell door / and John Pat. (…)

(Jack Davies, John Pat, da John Pat and other poems, 1988)

Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

***

Articolo di Beatrice Ceccacci

Studente magistrale in Filologia Moderna, si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università La Sapienza di Roma. Fin dai primi anni di studio, ha coltivato un forte interesse per i women and gender studies, un interesse che ha trovato espressione nella sua tesi triennale dedicata alle trobairitz, le prime poete provenzali.

Lascia un commento