Riflessioni sulla Costituzione 

Qualche tempo fa ho ascoltato il filosofo Massimo Cacciari durante la trasmissione Otto e mezzo ribadire il carattere democratico e trasformativo della nostra Costituzione. Ne parlava a proposito dell’antifascismo e sottolineava che la nostra Carta fondamentale non è “anti” ma democratico-progressiva. Ho avuto due reazioni di fronte a questa affermazione: una gioia grandissima, perché finalmente si aveva il coraggio di dire quello che non viene mai detto sui nostri media, e men che meno dai conduttori e dalle conduttrici televisive, col conseguente rischio di dimenticarlo; e poi una grande amarezza perché la giornalista del talk-show, Lilli Gruber, invece di chiedere un approfondimento di questa affermazione fondamentale, ha continuato a insistere solo sul carattere antifascista della nostra Costituzione, alimentando lo scontro — o per meglio dire il tifo da stadio — tra le persone presenti in studio. 

Il potere non ha mai avuto bisogno di Costituzioni. La Costituzione, come ricordava Vaclav Havel a proposito della legalità, è il potere dei senza potere. 
Purtroppo spesso in Italia si ignora il valore profondamente trasformativo della nostra Carta fondamentale e quando la si insegna lo si fa come si trattasse di una legge qualunque. In molte occasioni mi è capitato di chiedere, in incontri di formazione o in conferenze che mi vedevano tra le relatrici, a che cosa serve una Costituzione. Ho avuto risposte che non riporto ma che rivelano non solo la scarsa conoscenza dei principi della Costituzione, ma proprio l’inconsapevolezza della sua natura profonda e degli scopi per cui è stata scritta dai nostri Padri e dalle nostre Madri Costituenti.  
Uscivamo da una guerra mondiale con più di 55 milioni di morti, tra cui moltissimi uomini e donne civili, durante la quale erano state mandate a morte 6 milioni di persone ebree e moltissime politiche e politici, omosessuali, testimoni di Geova, rom zingari/e e persone disabili; erano state distrutte intere città come Coventry e Dresda e le ostilità si erano concluse con lo sganciamento sul Giappone di due bombe atomiche da parte degli Usa che avevano provocato 90mila morti e tante mutazioni e malattie tra le persone superstiti. Il 25 luglio del 1943 Mussolini era caduto, sfiduciato dal Gran Consiglio del fascismo, dopo 20 anni di dittatura liberticida era iniziata la Resistenza, guerra patriottica, guerra civile, guerra di classe come l’ha definita lo storico Claudio Pavone. Il disegno di società futura che ci è stato consegnato non è una bella utopia, ma un programma di trasformazione della società in senso democratico che, per essere strutturato ha bisogno del contributo di ciascuna e ciascuno di noi, della nostra volontà di organizzarci, attraverso associazioni e partiti, i cosiddetti corpi intermedi, per rendere questo progetto di società nuova gradualmente attuato. Ce lo dice chiaramente il combinato disposto degli articoli 2 e 3. 

Certo che se lo studio della nostra Costituzione è mancato nelle scuole liceali, quelle che, mi fu detto il primo giorno di ginnasio, avrebbero formato le classi dirigenti del futuro da cui sarebbero usciti i nuovi decisori e decisore politiche, possiamo ben capire perché questa caratteristica fondamentale della nostra Costituzione sia stata via via dimenticata. 
Non solo. Relegata alla disciplina “cenerentola” della scuola, l’educazione civica, assegnata a docenti di storia il cui insegnamento restava alla discrezione e al buon cuore di ciascuno/a, solo recentemente rivalutata come materia trasversale e interdisciplinare, forse davvero troppo tardi. Non si legga in quello che sto per scrivere un intento corporativo. La Costituzione usa un linguaggio in alcune parti squisitamente giuridico, che va tradotto, spiegato e semplificato e che necessita di una formazione giuridico-costituzionale solida. Che cosa sono i diritti inviolabili dell’uomo? Diritti che non possono essere violati, mi sono spesso sentita rispondere anche da docenti. Ma che cosa vuol dire? Come si fa a spiegarli così ai nostri e alle nostre giovani, quando il vero significato, chiarito più volte dalla Corte costituzionale, è «diritti che non possono essere eliminati neppure con una legge costituzionale o di revisione costituzionale»? O come tutte le libertà presenti nella prima parte del testo costituzionale accompagnate dalla parola inviolabile? E che cos’è una legge costituzionale? E perché l’abbiamo voluta approvare con tutte le cautele di cui all’articolo 138, inserito non a caso nel Titolo Garanzie costituzionali, cioè protezione della Costituzione? E che dire del significato della parola Repubblica in contrapposizione a Stato, o del commento puntuale e preciso del combinato disposto degli articoli 2 e 3, in cui è racchiuso il modo di trasformare in senso paritario e democratico una società purtroppo sempre più fondata su privilegi? E il commento dell’articolo 11, il meno rispettato e il meno richiamato anche dal nostro Capo dello Stato? E le ragioni del principio di separazione dei poteri e quelle che stanno alla base della differenza tra decreti legge e decreti legislativi atte a spiegare i rapporti tra esecutivo e legislativo? E il primato di quest’ultimo, in quanto eletto dal popolo, almeno fino alle sconsiderate riforme elettorali che hanno stravolto la nostra democrazia trasformandola in partitocrazia, allontanando sempre più le persone dall’esercizio del diritto di voto e dalla partecipazione democratica? 

Mi fermo qui. Avrò modo in altri contesti di commentare la nostra Costituzione e di raccontare chi sono i suoi nemici. Tra questi JpMorgan, definita dal governo federale Usa responsabile della crisi finanziaria del 2008, che nel 2013 emise un documento (reperibile a questo link) con cui invitava, neppure tanto velatamente, a modificare le Costituzioni antifasciste di Italia, Grecia, Portogallo e Spagna perché troppo a difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Un mio piccolo atto di sovversione silenziosa, come docente di diritto ed economia politica, fu quello di creare un’esercitazione in inglese proprio su quel documento. 
Resta però il rimpianto per tutto quello che avrebbe potuto essere fatto nei decenni successivi all’entrata in vigore della nostra Costituzione per la sua diffusione nelle scuole, nelle sezioni dei partiti, nelle biblioteche, negli oratori, nelle associazioni e dovunque si potessero formare persone responsabili, consapevoli di essere state coinvolte in un progetto comunitario, progressivo e “rivoluzionario”, come lo definì Aldo Moro alla fine dei lavori della Costituente a cui aveva preso parte. 

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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