Voglia di storie, voglia di racconti. Conversazione con Elena Goatelli, regista e sceneggiatrice

È necessaria qualche premessa prima di iniziare la conversazione con Elena. La prima: ci siamo conosciute nel 2023 al Trento Film Festival, in cui lei era impegnata per il primo appuntamento di Laboratorio Donne dedicato a ricerca, confronto e crescita sui temi dell’uguaglianza di genere nella montagna.
La seconda: tutte e due partecipiamo a un gruppo spontaneo di lettura femminista. Insieme ad altre amiche, sparse in giro per l’Italia, ci diamo appuntamento online tre o quattro volte l’anno per condividere opinioni, idee, convinzioni, perplessità, gusti ed emozioni personali su alcune fonti del sapere e del pensiero femminista. Finora abbiamo “attraversato” scritti importanti, pietre miliari le definirei, di Audre Lorde, Carla Lonzi, Angela Davis e altre ancora.
Terza e ultima premessa: quella con Elena è la mia seconda esperienza di intervista su Vitamine vaganti, dopo quella apparsa sul numero 324 di maggio 2025 a Riccarda de Eccher, pittrice e alpinista.

Queste conversazioni-intervista, che ho registrato per non perdere filo e ricchezza della narrazione, sono per me un modo insolito e inedito del “raccontarsela” tra amiche. Davanti al microfono entrambe, intervistata e intervistatrice, assumiamo una postura diversa rispetto alla chiacchiera quotidiana; nel racconto della propria esperienza professionale e artistica sia Elena che Riccarda hanno svelato molto di sé stesse, mi hanno lasciata perlustrare angoli nascosti e intimi. E di questo, naturalmente, sono grata a entrambe.

Eccomi qui, a casa di Elena Goatelli a Borgo Valsugana, un paese di 7.000 abitanti a 35 km a est di Trento. Angel Esteban, il marito di Elena, regista e montatore, rimane su uno sfondo immaginario; possiamo dire di averlo allontanato per il tempo della nostra conversazione, ma è un allontanamento consensuale. È in giardino e non ci ascolta anche se, dice Elena «Angel è, ed è stato, coautore di tutti i miei lavori. Di fatto potrebbe anche essere un’intervista a due, perché il nostro è un progetto di lavoro ma è anche un progetto di vita».
Elena ha fatto tantissime cose; prima di venire a trovarla qui, a casa sua, ho cercato in rete. La prima fonte per conoscerla, anzi conoscerli, è il sito KottomFilms: nella sezione “Chi siamo” trovo questa descrizione: «Siamo Elena e Angel, un duo creativo che vive tra le Alpi italiane e Madrid. Il nostro interesse principale è esplorare le narrazioni audiovisive contemporanee, principalmente attraverso film, videoarte e creazioni sperimentali in collaborazione con artisti di diverse discipline».
La carriera di Elena è ricchissima per documentari, video, iniziative, progetti, mondi, racconti di vite di donne e uomini. È necessario fare una selezione; e così, pensando a Vitamine vaganti, scelgo io stessa su quali esperienze del passato, del presente ma anche del futuro concentrare la nostra attenzione e il nostro scambio di vedute in questa intervista.
Non vorrei dare inizio a questa chiacchierata nel modo più tradizionale e scolastico, cioè tracciando la biografia di Elena. Insieme conveniamo però che ha senso iniziare proprio così, per capire i suoi dove, i suoi come, i suoi desideri, in sintesi la sua cifra.

Raccontaci Elena, di te, del tuo mondo a partire dagli inizi
Sono nata a Bolzano nel 1975 e sono rimasta qui a Borgo Valsugana fino ai 18 anni, per poi partire con grandi speranze per Venezia a studiare all’università lingue e letterature straniere, inglese e spagnolo. Qui è cominciata un’esperienza che ha cambiato la mia vita, perché ha rappresentato un autentico aprirsi a un mondo di amicizie, relazioni e rapporti. Una dimensione di conoscenze e curiosità del tutto nuova rispetto a quella del Trentino, che allora sentivo troppo stretta e limitante. A ben pensarci tutto quello che è successo e che ho fatto trae origine da una precisa caratteristica personale: la mia grande curiosità, la mia esigenza di sapere, il mio bisogno di comunicare e di farmi raccontare.

Quindi, non sei o non sei mai stata timida?
No, non sono stata una ragazzina timida, anzi ero estroversa. Tra i primi ricordi, le mie interviste da bambina e poi da ragazzina in campeggio in Grecia, nelle lunghe vacanze estive. Facevo domande alle altre famiglie, a bambine e bambini. Ero sempre a caccia di storie, avevo l’esigenza di conoscere gli altri, di farmi raccontare altri mondi. La lingua non rappresentava un ostacolo: tra l’italiano e l’inglese scolastico mi arrangiavo benissimo. È stato seguendo questo bisogno di apertura al mondo che durante gli anni universitari a Venezia ho sentito il desiderio di andare in Spagna, per arricchire e proseguire gli studi.

Come è stata l’esperienza in Spagna, ma — prima ancora — i tuoi genitori come hanno vissuto la tua voglia di andare alla scoperta del mondo?
Alle spalle ho una famiglia molto aperta e collaborativa e questo è stato senz’altro di grande aiuto e stimolo. Posso dire che il germe della mia curiosità infantile è stato un po’ il fil rouge della mia esperienza in Spagna. Infatti, grazie a una borsa di studio Leonardo, ho iniziato a lavorare alla televisione spagnola, a Canal+. Hanno accettato la mia richiesta di inserirmi nel dipartimento di documentari Produce+, assecondando la mia grande voglia di storie e racconti.
Ci sono arrivata un po’ con un colpo di fortuna, ma non è stato tutto così semplice e confortevole; è stata una vera gavetta, fatta di case piccole e scomode, di lavoretti, di lezioni di italiano per mantenermi: un impegno senz’altro faticoso, ma anche un percorso entusiasmante tutto all’interno di una megalopoli impegnativa come Madrid, che richiede grandi energie e voglia di adattarsi, con orari e ritmi diversissimi rispetto al Trentino! Risale proprio a quel periodo il mio incontro con Angel, che allora faceva il cameraman a Canal+. Nel tempo cominciamo a collaborare nel lavoro: nel 2004 nasce così Arte Sella, un museo all’aperto, il nostro primo documentario.

Voglio concentrare ora l’attenzione su un tuo lavoro molto importante da tanti punti di vista. Mi riferisco a Endometriosis, la punta del iceberg del 2012. Parlare del documentario vuol dire anche affrontare un tema e una condizione delicate e dolorose della tua vita. Da subito voglio dirti che ti sono grata per quello che vorrai raccontarci.
Il mio percorso professionale è stato condizionato anche dalla malattia dell’endometriosi, diagnosticata a 16 anni. A un primo intervento d’urgenza ne sono seguiti altri; è stata l’ultima operazione che ho subito nel 2010 a portarmi a realizzare il documentario. Come primo film sull’endometriosi, nel 2013 è stato venduto alla televisione pubblica spagnola che lo ha messo in onda nel prestigioso programma Documentos TV, in una fascia oraria di grande ascolto. Successivamente lo abbiamo reso disponibile in rete e oggi è reperibile sottotitolato in inglese. Tutte le testimonianze sono in lingua originale: è stato girato in Spagna e in Italia per dare spazio ai racconti di pazienti, mediche e medici, chirurghe e chirurghi, agli aspetti psicologici, alla risposta della salute pubblica e non solo, allo stigma sociale e a tanto altro.
Il documentario Endometriosis, ahimè, seppur realizzato 13 anni fa, risulta ancora pienamente attuale. Senz’altro passi avanti sono stati fatti nella diagnosi e nella cura; questa malattia però continua a essere invalidante e non c’è prospettiva di guarigione. Questo rende difficilissimo per chi ne è affetta poter avere un senso positivo del futuro per sé e per il proprio corpo.

Fin qui le parole di Elena. Trascrivendo la conversazione con lei, mi accorgo che cerco di fare la recensione critica del documentario. Forse è proprio così: vorrei che queste mie parole fossero anche un invito sincero a guardare quei 52 minuti di storie vere verissime, narrate in tempi in cui non c’erano ancora i social. È un racconto paradigmatico di quanto la sofferenza delle donne, del loro corpo, sia stata a lungo (e sia tuttora) non capita, e soprattutto sottovalutata. Ancor oggi, a inizio 2026, in Italia e nel resto del mondo il tempo necessario per ottenere una diagnosi corretta è di 7-9 anni.
La visione di questo documentario ci rafforza, se ce ne fosse ancora bisogno, nella convinzione dell’importanza di una scienza che si orienti sempre di più sugli studi della medicina di genere. Ogni donna intervistata racconta con dolore, ma anche con disincanto, la propria storia personale, i ritardi delle diagnosi, lo strazio di molteplici interventi chirurgici a cui si sono dovute sottoporre, l’invasività di pratiche mediche spesso sperimentali sui loro corpi.
Nell’impotenza della scienza medica, molte donne, incomprese, vengono indirizzate a psicologi e psichiatri; al dolore fisico si aggiunge la sofferenza di non veder riconosciuta pubblicamente la malattia, di non avere l’accettazione della società (del mondo del lavoro, ma spesso anche del contesto familiare) per questa condizione di impotenza e inadeguatezza fisiche. Il documentario restituisce una grande ricchezza di emozioni, sofferenze, ma anche — e mi sembra che questo accomuni le intervistate — le grandi caparbietà e resilienza di tutte queste donne.
Il mio auspicio e augurio è che Endometriosis abbia una ricaduta sulle donne che possono riconoscersi e sentirsi parte di una comunità, ma anche sugli operatori e operatrici e sulle strutture sanitarie come stimolo per un maggior impegno nella diagnosi, cura e trattamento di questa malattia.

Non pensi che potrebbe essere molto utile e importante produrre la versione sottotitolata in italiano?
Sì, condivido questa necessità, ma al momento devo necessariamente prendere le distanze da questo lavoro, che per me è stato durissimo. L’endometriosi tocca vissuti di sofferenza personale, ma solleva anche un tema cruciale di ingiustizia nell’affrontare la salute delle donne. Al tempo avevo aperto una pagina Facebook, ma gestirla, ricevere e leggere le reazioni, le testimonianze, si è dimostrato troppo doloroso e dopo qualche tempo ho dovuto abbandonarla.

Cambiamo completamente argomento e passiamo al tuo lavoro più recente, al Progetto Fémene. Ritorna anche in questo progetto la comune amica Riccarda de Eccher: nel manifesto compare proprio lei, ritratta di schiena dal figlio Nicholas Goldston. Raccontami come e quando è nato questo progetto, anzi questo laboratorio?

Manifesto Fémene

Fémene nel dialetto della mia valle tra le montagne significa donne e viene spesso utilizzato dagli uomini in senso dispregiativo. A cinquant’anni dalle prime lotte e conquiste femministe in Italia, due generazioni di donne si confrontano su vari temi per riflettere insieme sull’emancipazione femminile e capire chi sono veramente le Fémene.
Il progetto è nato dal desiderio di recuperare memoria, dalla curiosità di ascoltare il racconto di donne più grandi di me, della loro giovinezza, dei problemi incontrati sulla strada dell’emancipazione in un contesto di montagna. La donna più anziana è nata nel 1948, la più giovane nel 1966: le accomuna una sensazione di invisibilità o di scarso riconoscimento come donne a partire dall’età dalla menopausa.
Il progetto è molto articolato e coinvolge vari partner del territorio: l’idea è stata quella di mettere a confronto giovani ragazze con donne che avevano la loro età negli anni Settanta, ai tempi delle prime lotte femministe in Italia.
Gli obiettivi sono tanti: capire come era la vita delle donne negli anni Settanta e Ottanta in Valsugana, le loro condizioni domestiche, familiari e lavorative, inquadrare la figura del maschio allora come padre, marito, fratello…
Le interviste sono state precedute da un processo di formazione storica sulle lotte femministe e sugli studi di genere, sulla metodologia dell’intervista.
Nel momento in cui scrivo questo articolo il documentario di un’ora, in cui confluiscono le interviste a 13 donne da parte delle giovani intervistatrici, è finito e comincerà il suo percorso distributivo nel corso del 2026.

Che cosa ti porti dentro a conclusione di questo lavoro?
Da subito è emersa una grande voglia di raccontare che, come era già avvenuto per il documentario sull’endometriosi, rende tutto più semplice, ricco e partecipato.
Il montaggio, e qui entra in scena il talento di Angel come montatore, si è rivelata un’esperienza complessa, ma abbiamo cercato di realizzare un racconto corale, fondendo narrazione personale e storia del territorio.
È stato faticoso, ma ha portato grandi soddisfazioni creare rete tra tante realtà istituzionali e associative locali su un unico progetto, pensato anche per le potenziali ricadute e gli sviluppi futuri sul territorio. Per me è stato un grande piacere vedere le ragazze giovani cimentarsi nelle interviste, la loro curiosità, la voglia di superare disagio e imbarazzo nel mettersi a confronto con donne più grandi e con realtà diverse da quelle che vivono nelle loro famiglie.
Sono sicura di aver affrontato questo progetto facendo mie alcune considerazioni che ho letto —grazie al nostro gruppo di lettura femminista — in Audre Lorde Sorella Outsider Scritti politici, pag. 120, 121: «Il “gap generazionale” è uno strumento sociale importante per ogni società repressiva. Se in una comunità i più giovani vedono i più vecchi come disprezzabili o sospetti o non più utili, non saranno mai in grado di unire le forze e di prendere in esame le memorie viventi della comunità stessa e di formulare la domanda più importante di tutte: “Perché?”. Questo fomenta un’amnesia storica che ci richiede di reinventare di continuo la ruota ogni volta che dobbiamo andare al negozio a comprare il pane.
Ci ritroviamo a dover ripetere e reimparare ancora e ancora le stesse lezioni che hanno imparato le nostre madri, perché non tramandiamo ciò che abbiamo appreso, o perché non siamo capaci di ascoltare».

È arrivata l’ora di salutarci, non senza un grazie a Elena per quello che sta facendo con la sua arte per raccontare e fare memoria. Ci diamo appuntamento a fine aprile per il 4° Laboratorio donne al Trento Film Festival; nella prossima intervista le chiederò di parlarci del lungometraggio su cui sta lavorando con Angel sulla pittrice e pedagoga austriaca Erika Giovanna Klien (Borgo Valsugana 1900–New York 1957) e sull’avanguardia viennese.
Auguri Elena, buon lavoro e a presto!

In copertina: Elena Goatelli con Angel Esteban, nella loro casa a Borgo Valsugana.

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Articolo di Bruna Proclemer

Referente per il Friuli Venezia Giulia dell’associazione Toponomastica femminile e componente della Comm. Toponomastica del Comune di Udine. Laureata in Giurisprudenza, dirigente amministrativa prima per la Sanità Alto Friuli, poi per il Comune di Udine. Ha seguito attività, eventi e progetti della Comm. Pari opportunità di Udine, della Casa delle Donne e del suo Centro di documentazione.

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