Bessie Head, la scrittura come salvezza

The Tragic Life, questo è il titolo di una biografia che le è stata dedicata, e davvero la sua esistenza è stata dolorosa, drammatica, diversa da ogni altra, espressa nell’assoluta originalità delle sue opere narrative, di impianto prevalentemente autobiografico. Disse di lei lo scrittore Charles Larson: «Bessie Head, praticamente da sola, ha portato a una svolta intimistica del romanzo sudafricano» in cui è stata sé stessa con coerenza, senza altri punti di riferimento. Nel 1982 Bessie affermò: «Ci sono di sicuro molte persone come me in Sudafrica nate sotto il segno della calamità e del disastro. Persone così rappresentano lo scheletro nell’armadio o il segreto oscuro e pauroso nascosto sotto il tappeto. Forse sono state le circostanze della mia nascita a rendere necessaria l’eliminazione di ogni traccia di storia familiare. Non ho nessun parente sulla faccia della terra, nessun albero genealogico di antica data a cui far riferimento, nessuna eredità. Non so cosa si provi ad aver ereditato un qualche aspetto del carattere o una certa instabilità emotiva o la forma delle unghie della mano da una nonna o da una bisnonna». Ma da cosa deriva questa sua unicità, come essere umano e come scrittrice e giornalista?

Bessie Head

Era nata all’interno di un ospedale psichiatrico il 6 luglio 1937, a Pietermaritzburg, nella provincia del Natal, in Sudafrica, perché la madre aveva commesso una grave colpa: si chiamava Bessie Amelia Emery ed era bianca, appartenente a una ricca famiglia di origini europee, ma era incinta di un uomo nero, di condizione umile, rimasto ignoto. Da tempo aveva problemi psichici, specie dopo la morte del primogenito neonato. Fu giudicata malata di mente e internata, anche se all’epoca non era stata emanata la legge che ufficializzava l’apartheid che è del 1949, ma i rapporti fra bianchi e neri erano osteggiati in ogni modo. Dopo un anno la mamma si suicidò, così la piccola Bessie passò di famiglia in famiglia: la prima ben presto la abbandonò per il colore della pelle, la seconda era talmente povera che non riusciva a mantenerla, eppure per lei lì c’era la vera madre, assai amata, l’unica che conoscesse come tale. Fu allora affidata a un orfanotrofio anglicano a Durban dove ormai ragazzina scoprì la triste verità sulla sua situazione. Comunque studiò e riuscì a diplomarsi maestra; dopo un breve periodo di insegnamento, si interessò al giornalismo e si trasferì a Città del Capo per cominciare a collaborare con racconti e articoli con vari giornali: New African, Drum, Golden City Post, di cui fu l’unica reporter in una testata per “non bianchi”. Nel 1959 andò a vivere a Johannesburg per lavorare all’Home Post, dove ricevette un regolare stipendio ed ebbe una rubrica tutta sua. Qui prese contatti con il mondo culturale e artistico e la comunità dei panafricanisti, tanto che si iscrisse al movimento anti-apartheid Pan-Africanist Congress. Nel 1960 fu arrestata per il suo impegno, poi subì uno stupro che la portò a un tentato suicidio e alla depressione, da cui si risollevò vari mesi dopo grazie alla fondazione di un giornale, The Citizen, di ispirazione africanista. Delusa e amareggiata dall’esperienza politica, tornò a Città del Capo e l’anno seguente si sposò con Harold Head, un giovane di Pretoria che condivideva i suoi interessi, da cui ebbe il figlio Howard. In quel periodo entrambi scrivevano per varie testate, fra cui il mensile The New African, ma avevano notevoli problemi economici e ben presto il matrimonio naufragò. Intanto Bessie si dedicava alla letteratura e scrisse la sua prima opera; si tratta di un racconto lungo ancora un po’ immaturo, di poco più di cento pagine, The Cardinals, che uscirà postumo, ed è l’unico suo testo ambientato in Sudafrica. È la storia di Miriam, detta dai colleghi della redazione giornalistica di African Beatmouse“, topolino, perché piccola, timida, silenziosa; eppure diviene di giorno in giorno più brava tanto da correggere i testi del collega più anziano ed esperto Johnny. L’uomo la stima e le si affeziona tanto da chiederle di vivere con lui, anche per farla emergere come scrittrice. Ma c’è una cosa che entrambi ignorano: Johnny è suo padre. La vicenda si conclude in modo aperto, prima che avvenga qualcosa di irreparabile, ma il tabù viene trattato con garbo e i personaggi con simpatia, forse per creare un parallelismo con l’altro tabù: le unioni miste, altrettanto proibite e illecite. Un secondo tema emerge nel racconto, anche questo vicino alla sensibilità umana e professionale di Head, ovvero come diventare una brava scrittrice, quali argomenti trattare, come svolgere le trame, quali consigli ascoltare (fra cui quelli un po’ invadenti di Johnny).

Copertina di When Rain Clouds Gather

Nel 1964 si separò dal marito e, partendo con un visto di sola andata, si stabilì con il figlio in Botswana dove per anni risultò una rifugiata politica, fino al 1979, quando finalmente ebbe la cittadinanza. Tuttavia si sentirà sempre una donna incompiuta, a metà: né bianca né nera, né botswana né sudafricana, cristiana ma influenzata dall’induismo e dagli insegnamenti di Gandhi, un’africana che non conosce neppure le lingue locali, in un periodo di gravi tensioni sociali e politiche in cui riuscirà a trovare la sua strada attraverso la scrittura. Nel 1968 esce prima a Londra e poi a New York il romanzo When Rain Clouds Gather che le era stato ispirato dal soggiorno nel campo profughi, storia di un sudafricano in fuga dal proprio Paese che, con l’amico inglese Gilbert, ha un progetto utopico per modernizzare le tecniche agricole tradizionali. Nel 2022 è stato incluso nel Big Jubilee Read, un elenco di 70 libri di autori e autrici del Commonwealth prodotti per celebrare il Giubileo di Platino della regina Elisabetta II.
Bessie ha seri problemi psichici per cui viene ricoverata in ospedale, ma intanto ha sperimentato un’altra forma di razzismo, che tratterà nel nuovo romanzo Maru, in cui emerge la rivalità storica fra due gruppi residenti in Botswana, dove si era illusa di trovare serenità e giustizia. Qui la popolazione Bantu aveva sottomesso la minoranza Masarwa, detta anche Bushmen, ovvero uomini della boscaglia, ugualmente di pelle nera, e Bessie era ritenuta troppo chiara, perciò si sentiva esclusa. Nel libro i protagonisti sono Maru e il suo amico Moleka, entrambi innamorati di Margaret, una giovane orfana allevata da una missionaria, la cui esistenza ha parecchi punti di contatto con quella reale dell’autrice, a cominciare dalla professione di insegnante, dall’assenza di una famiglia, dall’appartenenza a una tribù discriminata, ma i temi sono trattati con delicatezza e con un tocco quasi fiabesco. Nasce a questo punto un terzo romanzo, ritenuto il suo capolavoro: A Question of Power, un’opera complessa, di difficile traduzione e difficile lettura, ambientata ai margini del deserto del Kalahari, in cui una dei protagonisti, Elizabeth, assomiglia molto a Bessie, stigmatizzata in quanto meticcia e destinata geneticamente alla follia. L’Enciclopedia Britannica lo descrive come un «racconto francamente autobiografico di disorientamento e paranoia in cui l’eroina sopravvive grazie alla pura forza di volontà». In Italia è stato tradotto da Adriana Cavarero per le ed. Lavoro nel 1994.

La donna dei tesori
Una questione di potere
Copertina di The Cardinals

Quasi al termine della sua breve vita trova un po’ di pace e accoglienza nel villaggio di Serowe dove studia le storie, le leggende, i miti di quei popoli e si immerge nelle piccole realtà, guidate da antiche tradizioni. Visto che la scrittura per lei è libertà, è comunicazione, è magia, trova la sua forma espressiva ideale nella raccolta di racconti brevi The Collector of Treasure and Other Botswana Village Tales (composta nel 1974, ma pubblicata tre anni dopo) in cui si incontrano numerosi personaggi femminili: sia donne appagate e felici sia madri di figli illegittimi, depositarie della saggezza millenaria ma pure vittime dei mutamenti imposti dalla colonizzazione. In Italia è stata stampata con il titolo La donna dei tesori, traduzione di Maria Antonietta Saracino, ed. Lavoro, 1987. Ancora ambientati in Botswana sono il racconto storico Serowe: Village of the Rain Wind (composto anch’esso nel 1974, ma pubblicato solo 1981) e il romanzo storico A Bewitched Crossroad (1984). Da notare, come ha spesso rilevato la critica unanime, che il suo stile è assai curato ed elegante, la sua lingua inglese quantomai ricca, varia ed espressiva, il controllo dei mezzi tecnici è sapiente, per cui è ritenuta la massima esponente letteraria del Botswana ― più che del Sudafrica dove non tornò mai più ― nonostante tratti temi universali, forme di disagio, discriminazioni, inserite in ambienti vaghi e generici. Disaccordi con la casa editrice e difficoltà a relazionarsi la portarono all’alcolismo, a problemi di salute, a rompere i rapporti con il figlio e a contrarre debiti.
A Serowe Bessie morì di epatite il 17 aprile 1986 e alcune sue opere sono state pubblicate postume: The Cardinals (1993), lettere, appunti, gli scritti autobiografici A Woman Alone. Tutti gli incartamenti furono depositati presso il Memorial Museum Khama III dove oggi sono visibili pure oggetti che le sono appartenuti, fra cui la macchina da scrivere, numerose foto, articoli di giornale, la sua scrivania. Nel 2003 è arrivata, alla memoria, la massima onorificenza sudafricana, l’ordine della Ikhamanga d’oro, con la motivazione: «Per il contributo straordinario alla letteratura e alla lotta per il cambiamento sociale, per la libertà e per la pace». In suo nome è stata creata un’associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di tener vivo il ricordo della scrittrice, di divulgare le sue opere e di assegnare premi letterari. Nel 2007 la principale biblioteca municipale di Msunduzi a Pietermaritzburg le è stata intitolata.

African literary correspondence, Bessie Heads, Letters to Randolph Vigne, 1969

In Italia la sua produzione rimane praticamente sconosciuta anche se risultano le pregevoli traduzioni già citate e il racconto Arance e limoni, inserito nella raccolta Il vestito di velluto rosso. Racconti di donne sudafricane, 2006, tradotto da Maria Paola Guarducci, grazie alla meritoria attività della piccola casa editrice Gorée, con sede a Iesa (Monticiano, Siena). Un’autrice dunque tutta ancora da scoprire e valorizzare.

Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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