Quella di Gigliola Staffilani è la storia di un sogno coltivato e raggiunto, ai limiti dell’eroismo. Una storia che lei stessa racconta volentieri, con l’orgoglio di chi, partita da un piccolo paese dell’Abruzzo, è riuscita a farsi valere in uno dei luoghi al mondo in cui la sua passione per la matematica poteva trovare le condizioni migliori per dare i suoi frutti, un centro di eccellenza dove solo i migliori hanno la possibilità di arrivare: il Massachusetts Institute of Technology (MIT).
Eppure, è proprio il fatto di essere una ragazza di Martinsicuro, il piccolo centro in provincia di Teramo, dove è nata il 24 marzo 1966, ad averle permesso di iniziare quel cammino, perché lei portava con sé tutto quello che serviva per compierlo, i cinque ingredienti fondamentali — che lei stessa enumera — senza i quali quella storia non si sarebbe potuta compiere: il primo ingrediente è la passione, che l’ha sempre guidata; il secondo è la capacità di assumersi qualche rischio, che le ha dato la spinta necessaria a mettersi in gioco; poi c’è la resilienza, che le ha permesso di superare i momenti difficili; segue il sapersi sobbarcare il lavoro duro, come sa fare chi discende da generazioni di contadini; infine — e non poteva mancare nei momenti più difficili — un po’ di quella fortuna, che lei, col suo linguaggio matematico, definisce “variabili aleatorie favorevoli”.

I suoi genitori erano agricoltori, non avevano alcun titolo di studio e lei racconta di aver passato l’infanzia senza tanti libri, ma scorrazzando per i campi con la sua amichetta Lina. Eppure, ne è certa, quella libertà spensierata è stata più formativa della lettura di 100 libri. Aveva appena nove anni quando suo padre morì per un tumore a soli 44 anni, lasciando la famiglia in condizioni economiche precarie.
Con enormi sacrifici, sua madre riuscì a permettere al fratello Vittorio, più grande di dieci anni, di continuare gli studi di medicina. Per lei, invece, aveva deciso di indirizzarla, dopo le scuole medie, verso l’apprendistato come parrucchiera, in modo da avere un buon mestiere da esercitare in attesa del matrimonio. Vittorio era abbonato a “Le Scienze” e così, molto presto, anche Gigliola cominciò a leggere quella rivista, nonostante fosse poco più che bambina. Racconta che non capiva molto di quello che leggeva, ma le piacevano molto le brevi biografie degli scienziati.
Già allora mostrava una grande attitudine per lo studio, in particolare per la matematica. Dopo le medie, suo fratello e i suoi insegnanti insistettero con la mamma perché desse anche a lei l’opportunità di studiare, ottenendo di farla iscrivere al Liceo scientifico di Teramo. Qui trovò un bravo insegnante di matematica, Mario Illuminati, che si rese subito conto di avere davanti a sé un’alunna davvero speciale, che avrebbe fatto molta strada se solo ne avesse avuto l’opportunità, e per questo la incoraggiò e la supportò nello studio.
Lei, anche per aiutarsi a elaborare il lutto per la perdita del padre, passava la maggior parte del tempo libero a risolvere tutti i problemi di matematica che trovava nel libro di scuola. Funzionava: la matematica non lasciava posto alle emozioni, le permetteva di trovare un mondo interiore che fosse organizzato, basato sulla logica, che lei sentiva di poter controllare. In altre parole, la bellezza del ragionamento logico che fila le dava un senso di stabilità molto rassicurante e questo era proprio quello di cui aveva bisogno in quel momento. E la passione per la matematica, una passione nata fin da bambina dopo un trauma così profondo, le permetterà di superare ogni ostacolo e di raggiungere traguardi che sarebbero stati impensabili per chiunque altro.
Dopo che ebbe ottenuto il diploma a pieni voti, all’insaputa di tutti, Gigliola fece richiesta di una borsa di studio per andare all’Università e la ottenne.
Fu proprio il professor Illuminati insieme a Vittorio, che nel frattempo aveva completato gli studi di medicina, a convincere la madre a permetterle di iscriversi all’Università di Bologna per studiare matematica. Ciò che fece breccia sulla decisione della mamma fu la prospettiva che sua figlia potesse tornare per insegnare in una scuola vicina a casa, un lavoro che avrebbe potuto facilmente conciliare con la cura della famiglia e della prole.
Gli anni di Bologna furono davvero difficili: era cresciuta in campagna, aveva parlato solo in dialetto fino all’età della scuola, e a Bologna, una città di provincia sofisticata e ricca, frequentava una delle università più antiche d’Europa. Culturalmente, era una realtà lontana anni luce da quella da cui lei proveniva, al punto che, più tardi, definirà il suo arrivo a Bologna un grande “shock culturale”, molto più grande di quello che avrebbe vissuto in seguito, col suo trasferimento a Chicago.
In quegli anni, la giovane Gigliola era in grandi ristrettezze economiche. Non potendosi permettere una camera come le altre ragazze del convitto di suore dove viveva, affittò uno dei “letti volanti”: si trattava di letti situati in un lungo corridoio, che le suore solitamente affittavano per pochi spiccioli alle donne arrivate dalla provincia che dovevano passare un paio di notti in città per sbrigare qualche necessità. Non soltanto si trattava di una sistemazione particolarmente scomoda, ma soprattutto la faceva vivere in una condizione di estremo isolamento.
Alla fine, nonostante la sua grandissima forza d’animo, arrivò il momento in cui Gigliola si rese conto che non ce la poteva fare: anche se gli esami stavano andando bene, col cuore gonfio di tristezza, una sera decise di arrendersi. Sarebbe tornata a casa, probabilmente al destino che sua madre aveva da sempre immaginato per lei.
Mentre usciva dal convitto per recarsi un’ultima volta all’Università per salutare i suoi compagni di corso, la suora portinaia la fermò per dirle che era arrivata un’altra ragazza, Francesca, che come lei si sarebbe fermata a lungo in un letto volante: avrebbe avuto una “compagna di stanza”, e questa piccola novità le diede la forza per tornare indietro.

Nel 1989 Gigliola Staffilani si laurea in matematica, con una tesi sulle funzioni di Green per equazioni differenziali parziali ellittiche.
A casa l’attendeva la vita che sua madre aveva immaginato per lei: un posto di insegnante e magari il matrimonio con uno dei colleghi di suo fratello. Ma lei non aveva nessuna intenzione di smettere di studiare. Ormai si era convinta che la matematica sarebbe stata la sua professione e per questo decise di seguire il consiglio di uno dei suoi professori di Bologna, che le suggeriva di andare a perfezionarsi a Chicago, dove lavorava uno dei massimi esperti del suo campo di ricerca: il matematico di origini argentine Carlos Kenig. Non ci pensò su due volte. Chiese a un amico che conosceva bene l’inglese di aiutarla a compilare la domanda e, non appena le giunse la comunicazione di essere stata ammessa e nonostante il malumore della sua famiglia, partì per Chicago, senza conoscere una sola parola d’inglese, convinta che il linguaggio della matematica ha un valore universale.
A Chicago scoprì che, per poter completare l’iscrizione, era necessario produrre l’esito del Toefel, il test di inglese che, come studente straniera, doveva superare per ottenere il visto e per usufruire dell’alloggio.
Disperata, decise di andare dal capo del dipartimento e con poche parole e tanti gesti riuscì a convincerlo ad ammetterla ai corsi, promettendo di regolarizzare la sua posizione non appena in grado di sostenere l’esame di lingua. Trovò una stanza in affitto e cominciò a seguire le lezioni.
Ben presto si rese conto che la sua posizione irregolare le impediva anche di ricevere la borsa di studio che aveva ottenuto. Purtroppo, i pochi risparmi che aveva con sé al suo arrivo erano finiti. Di nuovo, come a Bologna qualche anno prima, si trovava costretta a prendere la decisione di tornare a casa, rinunciando ai suoi sogni. Ma ancora una volta il caso volle che le cose andassero diversamente. Uno dei suoi insegnanti notò il suo disagio, le chiese cosa le era successo e lei, nel suo inglese stentato, gli descrisse la situazione in cui si trovava. Rendendosi conto che il problema si sarebbe risolto facilmente entro pochi giorni, il docente si offrì di prestarle l’equivalente di un mese di borsa di studio, certo che lei sarebbe stata in grado di restituirglielo molto presto, come regolarmente avvenne.

A Chicago, sotto la supervisione di Kenig, cominciò a interessarsi alle equazioni differenziali parziali dispersive. Conseguì un master nel 1991 e nel 1995 un dottorato di ricerca. Completò gli studi post-dottorato presso l’Institute for Advanced Study, a Princeton e poi a Stanford. Nel 1999 ottenne un posto di docente a tempo indeterminato a Stanford, e dal 2002 si è trasferita al Department of Mathematics del Massachusetts Institute of Technology (Mit), dove nel 2006, è stata la seconda donna a diventare Full Professor in matematica.
Gigliola Staffilani è sposata con il collega statunitense Tomasz Mrowka, anche lui docente al Mit, ed è madre di due gemelli, Mario e Sofia.
La sua ricerca si concentra principalmente sulle equazioni differenziali parziali dispersive, utilizzate soprattutto in fisica per descrivere i fenomeni d’onda. È anche molto impegnata a promuovere la presenza delle donne nella matematica. È una delle fondatrici dell’associazione Mit women in mathematics e componente attiva della Association for women in mathematics (Awm). Sostiene che negli Stati Uniti è necessario abbattere lo stereotipo secondo il quale le ragazze hanno scarsa propensione per lo studio della matematica. «Questo è un problema enorme, aggravato dalla mancanza di figure di riferimento femminile, che finisce per rafforzare una certa mentalità. I momenti cruciali della carriera accademica corrispondono spesso al momento in cui si mette su famiglia e il disequilibrio degli impegni in casa è noto». Ritiene fondamentale che anche gli uomini imparino a collaborare con le loro compagne nelle cure familiari. Nel suo caso è stato determinante il fatto che nel momento in cui si è formata una famiglia aveva già una carriera ben avviata. Ma non per tutte le donne è così.
Oltre a questo, denuncia il fenomeno gravissimo della presenza, anche nel mondo accademico americano, delle molestie sessuali, soprattutto nelle facoltà di scienze, ingegneria e medicina.
Alle giovani donne raccomanda: «Non accettate mai che qualcuno vi dica che il vostro contributo non vale o che sia troppo semplice. Certe volte ci si aspetta che uno abbia un pensiero complicato e rivoluzionario quando invece una piccola osservazione inaspettata vale molto di più. Siate curiose e non guardate troppo indietro. In ogni dato momento, prendiamo la decisione che ci sembra migliore in quell’attimo, se poi non si rivela positiva non ci si deve abbattere e recriminarsi, ma ci si deve rialzare e usare l’esperienza accumulata per fare meglio».
Nel 2009-2010, Staffilani è stata membro del Radcliffe Institute for Advanced Study. Nel 2012 è diventata una delle prime fellow dell‘American Mathematical Society. Nel 2014 è stata ammessa all‘American Academy of Arts and Sciences. Nel 2021 è stata eletta alla National Academy of Sciences.
Per saperne di più:
- Quello Che Si Far per Amore? Della Matematica, Siam, Society for Industrial and Applied Mathematics
- Gigliola Staffilani, MaddMaths, Matematica Divulgazione Didattica
- Gigliola: Da Boston dico grazie al prof del liceo, Corriere Della Sera
In copertina: Gigliola Staffilani a lezione.
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Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 è dirigente scolastica. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.
