Imparare a resistere. Arte, emozioni e storie contro la violenza di genere nelle scuole delle Marche

C’è un filo di parole e immagini che attraversa tre laboratori nati nella stessa stagione, nella stessa regione, con lo stesso obiettivo: sensibilizzare ed educare al rispetto per prevenire la violenza di genere.

Si tratta di un obiettivo vivo, dinamico, qualcosa che esula dalla lezione in classe, qualcosa che si è fatto azione e non teoria, qualcosa da abitare, costruire, narrare insieme. È un filo fatto di storie lette in cerchio, fotogrammi di stop-motion, installazioni collettive che rimangono appese ai muri delle scuole come promesse. Un filo che l’Osservatorio di Genere APS ha saputo tessere nelle province del Piceno, attraverso il programma regionale Giovani Generazioni, finanziato dalla Regione Marche e affidato alla Cooperativa Sociale On the Road dal Comune di Ascoli Piceno, capofila dell’ATS 22.
Tre laboratori, tre linguaggi, a partire da un’unica, solida e consolidata convinzione: educare alla relazione rispettosa si può — e si deve — fare molto presto a partire dalla scuola primaria e, laddove possibile, anche prima per sensibilizzare e prevenire la violenza di genere.
Ed è proprio ciò che ha fatto Elena Carrano con il laboratorio E-Moveo – Da dentro a fuori con bambini e bambine di due classi prime dell’Istituto comprensivo “Falcone e Borsellino” di Offida.

Cinque incontri, dieci ore, un cerchio di sedie e la lettura ad alta voce come gesto educativo e, nel senso etimologico della parola, politico. Il nome del laboratorio non è casuale. E-moveo viene dal latino: muovere da, portare fuori, far sgorgare. È la stessa radice del francese émouvoir — mettere in moto — da cui deriva la parola emozione. Un’etimologia che dice già tutto di quello che il laboratorio si proponeva di realizzare: le emozioni non sono solo processi interni, cerebrali, privati. Sono movimenti che vanno da dentro verso fuori, risposte soggettive e variabili che cambiano con gli eventi e con le persone che incontriamo. Educarle non significa contenerle, ma imparare a riconoscerle nel momento in cui si mettono in moto — e a lasciarle arrivare, quando è il momento, agli altri e alle altre. Attraverso l’albo illustrato e la lettura ad alta voce a bambine e bambini, Elena Carrano non ha semplicemente trasmesso un testo, raccontato una storia. Ha accolto i bambini e le bambine tra le pagine di un albo che si è trasformato in uno spazio protetto all’interno del quale si può dare un nome e un posto a qualcosa — le emozioni — che altrimenti resterebbero indicibili. La ricerca pedagogica ci dice da tempo che la lettura condivisa sviluppa la capacità di riconoscere stati mentali propri e altrui — quella che oggi si chiama competenza emotiva — e che questo riconoscimento è uno dei più potenti presidi preventivi contro la violenza. Chi sa dare un nome alla propria rabbia, alla propria paura, al proprio bisogno di essere visto, ha già qualcosa con cui lavorare.
L’albo illustrato, in questo, ha una forza particolare: tiene insieme immagine e parola senza mai sigillare il senso in un’unica direzione. Invita all’inferenza, alla sospensione, alla domanda. I tre incontri laboratoriali di E-Moveo hanno accompagnato i bambini e le bambine attraverso tre soglie: le parole per dire le emozioni, l’identità e il riconoscimento reciproco, la casa come luogo affettivo — nido, rifugio, ma anche spazio che può trasformarsi e a volte fare paura. Sagome, disegni, rappresentazioni di sé e tante tantissime parole hanno accompagnato e riempito di senso e di significato ogni incontro. Tutto è poi confluito in uno scrapbooking collettivo, sintesi narrativa di un percorso che aveva molto più da dire di quanto le ore concedessero. Quello che E-Moveo ha dimostrato è che offrire spazi in cui il pensiero possa prendere forma senza essere già formato è una delle pratiche di cura più radicali che una scuola possa praticare.
Se E-Moveo ha lavorato con la parola e l’immaginazione, ArteControViolenza di Aurora Carassai ha messo al lavoro le mani. Il laboratorio — tenuto alla scuola primaria “Sandro Pertini” di Pagliare del Tronto — ha usato l’arte visiva come linguaggio non giudicante: uno spazio in cui temi come identità, immagine di sé e rifiuto della violenza possono essere affrontati senza che nessuno debba dichiarare una posizione prima di averla trovata. Il gesto precede la comprensione e spesso la produce.

Quando i bambini e le bambine di Pagliare del Tronto hanno realizzato il calco delle proprie mani con garze gessate, lavorando a coppie, non stavano soltanto creando un oggetto. Stavano sperimentando nel corpo la logica della cura reciproca: affidarsi all’altro, rispettarne i tempi, sostenerne la gestualità. È pedagogia della relazione nella sua forma più concreta — apprendimento incarnato, situato in un’esperienza che non si dimentica perché è passata attraverso la pelle, prima ancora che nella mente.

Il percorso si è aperto però con le storie: quelle di artiste che hanno trasformato il dolore in opera, da Artemisia Gentileschi a Frida Kahlo, fino ai progetti contemporanei di Elina Chauvet — Zapatos Rojos, le scarpe rosse disposte nelle piazze del mondo a rappresentare le donne uccise. Non un catalogo di sofferenza, ma un racconto di resistenza e trasfigurazione. Mostrare ai bambini e alle bambine che l’arte può essere risposta, che il simbolo può diventare voce collettiva, è già un’educazione alla cittadinanza attiva. Il terzo incontro ha portato alla creazione di un “Amuleto contro-violenza”, un oggetto in argilla che poteva essere dedicato a sé stessi o a una compagna, dopo un momento di ascolto e conoscenza reciproca. Il percorso si è chiuso con una grande installazione collettiva: una parete di mani e amuleti, segno visibile di un impegno condiviso a far sì che la scuola sia un ambiente in cui rispetto e collaborazione non siano eccezioni ma abitudini.

Il terzo laboratorio ha avuto il ritmo e la densità del cinema. I colori del riscatto, ideato e condotto da Francesco Filippi per la classe 5A dell’Istituto Comprensivo “Leopardi” di Grottammare, ha affrontato uno dei temi più difficili da portare in una scuola primaria: la violenza assistita, cioè quella vissuta indirettamente da bambine/i che crescono in famiglie in cui la violenza accade tra gli adulti.

Lo strumento scelto per questo laboratorio è il mediometraggio animato Mani Rosse, disponibile su RaiPlay, che racconta la storia di Ernesto e Luna, e del coraggio silenzioso di chi riconosce e non si gira dall’altra parte.

Dalla visione è nata la lettura del romanzo Shinku. Il colore della rabbia, del sangue e del riscatto, che riprende i personaggi e li porta più in profondità. Narrazione visiva e narrazione letteraria qui non si sostituiscono, si moltiplicano: l’immagine animata apre una porta emotiva, la parola scritta costruisce un corridoio in cui restare.
È un uso della narrativa che ha radici solide nella pedagogia: le storie, specialmente quelle che affrontano temi difficili attraverso personaggi con cui identificarsi, attivano quello che Bruner chiamava il pensiero narrativo, una modalità di elaborare l’esperienza che non procede per argomenti ma per risonanze, che non dimostra ma mostra, e proprio per questo raggiunge livelli di comprensione che il discorso diretto spesso non riesce a toccare.
La storia di Ernesto e Luna ha reso parlabile qualcosa che nella vita di alcune di quelle alunne e alunni potrebbe già essere presente, ma senza ancora un nome e senza ancora un interlocutore. Ma non finisce qui. Il gruppo classe ha scritto collettivamente la sceneggiatura con l’obiettivo di realizzare uno spot animato, scegliendo democraticamente il messaggio da portare fuori dalla classe: aiutare chi subisce violenza richiede coraggio, e il coraggio si allena. Il titolo scelto dai bambini e dalle bambine parla da solo: Alleniamo il coraggio. Lo spot è stato realizzato in stop-motion e completato dalla registrazione delle voci. L’ultimo incontro ha restituito l’animazione finita e aperto spazio alle risonanze: domande, pensieri, quello che era rimasto. Tutti i bambini e le bambine sono stati coinvolti attivamente nel laboratorio a dimostrazione di quanto il linguaggio narrativo e creativo possa essere inclusivo e accessibile.

Tre laboratori diversi per metodologia, fascia d’età e linguaggio, ma convergenti in una stessa idea di educazione: quella che considera la competenza emotiva e relazionale non accessoria, ma centrale.
Quello che accomuna i tre percorsi è anche una certa fiducia nell’incompiuto. Nessuno di questi laboratori pretende di risolvere. Le installazioni restano esposte, ma le domande restano aperte. Gli spot vengono proiettati, ma le emozioni continuano a circolare. Gli scrapbooking vengono assemblati, ma bambine e bambini portano a casa sagome che aspettano di essere completate. C’è una pedagogia della cura che non consegna risposte ma allena la capacità di stare dentro le domande, e questa, per chi lavora sulla prevenzione della violenza, è forse la competenza più importante di tutte. L’infanzia non ha bisogno di essere protetta dalla conoscenza delle emozioni e delle relazioni. Ha bisogno di strumenti per abitarle. Quando mancano quegli strumenti si lascia un vuoto che la violenza, quando arriva, trova già pronto. Parlare di emozioni, di corpi, di confini, di rispetto e di cura non è sovvertire l’ordine familiare, è costruire le fondamenta di una società più aperta e sensibile.

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Articolo di Silvia Casilio

Silvia Casilio, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università di Macerata e attualmente collabora con l’Università di Teramo. È autrice di saggi sull’Italia repubblicana e dal 2009 collabora con l’associazione culturale Osservatorio di genere.

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