Per il terzo anno consecutivo il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (Civ) dell’Inps ha redatto il Rendiconto di genere, un quadro articolato e aggiornato sulla condizione delle donne in Italia che punta a indagare le sfide e le opportunità che segnano i loro percorsi professionali e personali.

I dati — ottenuti, come di consueto, avvalendosi di un approccio multidisciplinare, quantitativo e qualitativo, e del prezioso contributo di fonti istituzionali autorevoli quali l’Istituto Nazionale di Statistica, l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, AlmaLaurea, AlmaDiploma, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ed Eurostat — sono stati presentati il 24 febbraio presso il Palazzo Wedekind di Roma (piazza Colonna 366), alla presenza delle rappresentati di primo piano del Civ e delle figure autorevoli di Magda Bianco, capo dipartimento Tutela della Clientela ed educazione finanziaria della Banca d’Italia, Rossana Dettori, presidente Comitato Pari Opportunità del Cnel, Chiara Gribaudo, vice presidente Commissione Lavoro della Camera dei deputati, Tiziana Nisini, vice presidente della Camera dei deputati, Valentina Picca Bianchi, presidente Comitato Impresa Donna Mimit e Azzurra Rinaldi, direttrice della School of Gender Econimics – Unitelma Sapienza, i cui contributi sono stati coordinati dalla giornalista Rai Patrizia Senatore.
La panoramica offerta dall’analisi dei dati 2025, facendo eco a quanto emerso lo scorso anno, restituisce l’immagine di un Paese che arranca, ancora distante dal conseguimento dell’Obiettivo 5 “Raggiungere l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di tutte le donne e ragazze” dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile — il nostro Paese occupa oggi il 79° posto di una graduatoria di 146 Paesi Membri, registrando una regressione di 16 posizioni rispetto all’anno 2022 —, e che continua a frapporre barriere — spesso sotto forma di inazioni o interventi inefficaci che ne ostacolano la rimozione — allo sviluppo e al miglioramento della condizione di vita delle donne che, di fatto, si trovano a doversi orientare in labirinti di cristallo strutturati e strutturali, dove ogni passo per l’autodeterminazione e la libertà sembra realizzabile solo a patto del sacrificio, della rinuncia o del compromesso.
Il quadro sociodemografico italiano comprende una popolazione di poco meno di 60 milioni di abitanti, di cui le donne, con una presenza pari al 51,5% — circa 2 punti percentuali in più rispetto alla popolazione maschile —, rappresentano il genere prevalente. Il dato, in linea con la tendenza europea che si attesta intorno al 52% per le donne e al 48% circa per gli uomini, si rinviene costante in tutte le Regioni della penisola e risulta dalla maggiore speranza di vita delle donne (+4 anni), fattore che, insieme, contribuisce a determinare la progressiva riduzione del saldo naturale che, dal 1960 al 2024, ha registrato una decrescita pari a 553.056 nuove nascite.
Diversamente da quanto rilevato per l’annualità precedente, quando la maggioranza femminile veniva parzialmente compensata da un aumento dell’immigrazione maschile (+22% rispetto a quella del genere opposto) e da una crescita dell’emigrazione delle donne, superiore a quella degli uomini del 15.1%, i dati relativi al 2024 mostrano una crescita a prevalenza maschile sia per quanto attiene ai flussi migratori in uscita che a quelli in entrata, sebbene per quest’ultimi la differenza di genere sia più contenuta e si registri per le donne una presenza più equilibrata nelle diverse classi di età.
Nessun cambiamento si rileva, invece, nel settore dell’istruzione, dove persiste la segregazione formativa di genere: i ragazzi costituiscono la quota prevalente degli iscritti agli Istituti Tecnici e Professionali (rispettivamente il 68% e il 56%), mentre le ragazze predominano nei Licei, rappresentando il 61% del totale. Una dinamica che si riflette anche in relazione al conseguimento del diploma, con l’unica eccezione degli Istituti Professionali dove, in controtendenza rispetto al trend degli/delle iscritte alle differenti tipologie di scuole secondarie di secondo grado, sono le donne a diplomarsi con maggior frequenza, anche per via del più elevato tasso di abbandono scolastico tra i maschi. Lo stesso schema si replica anche nei percorsi di laurea — con la percentuale di laureate che si attesta al 59,4% del totale — e in quelli post-laurea, ivi inclusi quelli afferenti alle discipline Stem, dove si registrano percentuali di laureate comprese tra il 43% (Laurea magistrale) e il 62% (Laurea magistrale a ciclo unico).
Il vantaggio scolastico, inteso come maggiore capitale culturale e di competenze, non si traduce tuttavia in equivalenti opportunità lavorative: benché più istruite e qualificate, le donne continuano a essere svantaggiate e squalificate dal mercato del lavoro retribuito. Sebbene, infatti, il tasso di occupazione femminile sia leggermente aumentato, il gender gap resta elevato, con solo il 53,3% di donne occupate rispetto al 71,1% degli uomini, e tende ad allargarsi progressivamente con l’età, raggiungendo il picco tra i 35 e i 64 anni. Ma è solo una delle tante complesse, invisibili e tortuose barriere che ostacolano la progressione delle donne nel mercato del lavoro. Anche quando occupate, d’altronde, le lavoratrici presentano condizioni contrattuali meno favorevoli, con percentuali nettamente inferiori sia per i contratti a tempo indeterminato che per quelli a termine, in cui il delta a favore degli uomini è rispettivamente del 26,6% e del 12,8%, con un gap tra le due tipologie contrattuali parzialmente ridotto (13,8%) per via della maggiore presenza delle occupate in attività discontinue. L’evidente sbilanciamento di genere a favore degli uomini si rinviene altresì in riferimento alle posizioni di livello dirigenziale e quadro: a fronte del 78,2% dei colleghi maschi, solo il 21,8% delle donne occupano ruoli di vertice e tra i quadri la quota femminile si ferma al 33,1%. In tendenza opposta, le lavoratrici prevalgono tra gli occupati con contratti a orario ridotto, rappresentando il 67,2% del totale part-time, involontario per il 13,7% delle donne contro il 4,6% degli uomini.
Accanto alla persistente segregazione verticale e orizzontale — che concentra la grande maggioranza delle lavoratrici nel settore pubblico e nei lavori domestici — continua a sussistere anche il divario retributivo di genere: su 18 settori analizzati, in 17 le retribuzioni medie giornaliere femminili sono inferiori a quelle maschili; in 9 la distanza supera i 20 punti percentuali, raggiungendo il picco più elevato nelle attività immobiliari dove la differenza si attesta al 40,2%. Ne deriva, inevitabilmente, una penalizzazione per le donne anche per quanto riguarda le tipologie di prestazioni e gli importi delle pensioni. Una volta uscite dal mercato del lavoro, «le donne percepiscono assegni costantemente inferiori in tutte le gestioni. Il divario è particolarmente critico nelle pensioni di vecchiaia, dove le lavoratrici del settore privato ricevono mediamente il 46,2% in meno rispetto ai colleghi uomini, e nei trattamenti dei parasubordinati, dove l’importo medio totale femminile è inferiore di quasi la metà rispetto a quello maschile».
Ma in questo intricato labirinto di cristallo giocano un ruolo di primo piano anche le significative disparità di genere che si riscontrano nella suddivisione dei compiti di cura, nelle responsabilità familiari e nell’accesso ai servizi per la prima infanzia. Nel triennio considerato (2022-2024) le richieste per il congedo parentale sono state avanzate prevalentemente dalle lavoratrici; in particolare, nel 2024, hanno beneficiato del congedo 289.230 donne a fronte di 124.140 uomini. «Sebbene si sia registrato un incremento dei posti disponibili negli asili nido, ad oggi l’offerta soddisfa solo una parte limitata delle richieste. […] Al momento dell’analisi solo l’Umbria, l’Emilia-Romagna e la Valle d’Aosta hanno superato o sono prossime all’obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini 0-2 anni». La condivisione — termine più appropriato rispetto a quello di conciliazione, perché indicativo dell’importanza che anche i padri abbiano la possibilità di svolgere il loro ruolo, partecipando attivamente alla crescita del/della figlia — sembra essere ancora un miraggio, un obiettivo mancato anche per colpa della Camera che, proprio durante la presentazione del Rendiconto, bocciava la proposta di un congedo genitoriale paritario, ritenuto dai/dalle contrarie eccessivamente oneroso.
Alla luce di quanto emerso, potremmo fare un discorso puramente economico e riportare il dato ormai noto secondo cui, se tutte le donne in età da lavoro fossero occupate, entro il 2050 il Pil nazionale avrebbe una crescita tra gli 8 e i 12 punti percentuali. Potremmo, ma in ballo c’è molto di più che la crescita del Paese o delle finanze pubbliche; la questione riguarda la libertà femminile, ovvero la possibilità di scegliere, professionalmente e personalmente parlando. Per farlo, però, non è sufficiente essere altamente dotate e competenti — come di fatto siamo —, ma è necessario che ci vengano forniti gli strumenti e le occasioni per distruggere i muri del labirinto di cristallo che ci circonda, a casa e nel lavoro. Buttando giù queste barriere scoverete delle gemme preziose, più della pietra usata a metafora della nostra marginalizzazione imposta.
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
