Per raggiungere la partenza del sentiero che mi porterà al Monte Zerbion (mt2722) occorre imboccare da Verrès la strada regionale 45 della Val d’Ayas e deviare per il bel borgo montano di Antagnod, indi seguire le indicazioni che portano al grande posteggio di Barmasc (mt1900) dove, lasciata l’auto, imbocco il segnavia 105. I tempi di percorrenza sono variabili a seconda dell’allenamento. Le persone più preparate potranno salire in circa due ore mentre, “a passo normale” bisogna calcolare due ore e mezza o tre.
Questo d’estate perché oggi, 4 novembre, un po’ di neve imbianca già la parte alta dello Zerbion; quindi, le condizioni di salita sono molto diverse; così prevedo tempi più lunghi.
Lo Zerbion, per me e per la mia compagna di cammini, è un po’ la montagna di casa nel senso letterale del termine perché vediamo la sua cresta e la cima proprio dalle nostre finestre.
È un itinerario classico della Val d’Ayas in quanto dalla vetta si apre un panorama eccezionale su tutto l’arco alpino della Valle d’Aosta. Poi è un po’ la “nostra montagna” in quanto, frequentando assiduamente la val d’Ayas da oltre 20 anni e ormai risiedendoci stabilmente, ci andiamo in cima almeno due o tre volte l’anno e in tutte le stagioni. Memorabili tre salite in notturna con la luna piena e un cielo stellato da togliere il fiato.

Il sentiero 105 in pochi minuti mi porta al Pian delle Signore dove il magnifico bosco con i suoi colori autunnali è sovrastato dallo Zerbion.
La giornata è magnifica, cielo azzurro senza una nuvola e calma di vento. Già pregusto lo spettacolo del panorama. La prima parte dell’escursione sale verso i 2410 mt del Col Portola ed è quella più ripida, dove si percorre il maggior dislivello. Il sentiero nel bosco di larici è un soffice tappeto di aghi ed è un piacere camminare in questa moquette naturale.


Quasi fuori dal bosco trovo la prima neve, compatta perché sono in un tratto poco esposto al sole. Alle mie spalle si apre già la stupenda vista sul gruppo del Rosa con le sue innumerevoli vette oltre i 4mila metri. Riconosco a memoria Breithorn, Roccia Nera, Castore, Polluce, Lyskamm, Piramide Vincent, in fondo Punta Gnifetti, sulla cui cima c’è la Capanna Margherita, il Rifugio più alto d’Europa.

Quasi tutte queste cime le ho salite “nell’altra vita” e ho ancora dei ricordi indelebili delle sensazioni uniche provate. Ora però, iniziando il tratto più impervio che mi porta al Col Portola, comincio a trovare del ghiaccio. Quindi decido di calzare i ramponcini che si dimostreranno come sempre utilissimi; inutile rischiare una scivolata, memore anche di un brutto quarto d’ora passato alcuni anni fa proprio nella parte finale del ripido canale, molto più ghiacciato di oggi. Non avendo con me né ramponcini e neanche piccozza ma solo bastoncini, mi sono trovato in salita con le punte degli scarponi che a fatica tenevano sulla neve ghiacciata. Avrei potuto continuare a salire ma poi come sarebbe stata la discesa? Così ho optato per una onorevole ritirata. Inutile rischiare. In montagna bisogna saper rinunciare, questa è una regola che in molti casi evita tragedie. Ci sono tornato poi con attrezzatura giusta: ramponi da ghiaccio e piccozza, affrontando così in tutta sicurezza sia la salita che la discesa. Ma, tornando al presente, ora sono al Colle Portola e, dopo una breve sosta ristoratrice, riparto per affrontare gli ultimi 300 metri di dislivello percorrendo l’ampia dorsale che trovo già ben innevata ma senza grossi accumuli. Fortunatamente, poi, non c’è vento e non fa neanche freddo.

Seguo le tracce, soprattutto degli “abitanti” di queste terre alte: stambecchi e camosci. Tracce che, casualmente, seguono il sentiero estivo. Vedo già il tratto finale con la lunga e facile cresta che mi porterà in vetta, dove è posizionata la grande statua della Madonna. A tratti inizio a sprofondare nella neve ventata e la salita si fa meno agevole. Però già il panorama ripaga della fatica. Alle mie spalle appare Sua Maestà il Cervino, incredibilmente sgombro di nubi.

Inconfondibile la sua imponente piramide che si staglia nel cielo azzurro.

Affronto ora un traverso un po’ delicato, ma niente di difficile. La neve è poca e non c’è pericolo di provocare distacchi. Ormai la vetta è vicina, ancora pochi metri e vedo la statua sopra di me. In cima sono da solo, e mi godo il panorama eccezionale e il silenzio. A volte, nei fine settimana estivi di bel tempo, soprattutto in luglio e agosto, a stento si riesce a trovare un posto, tale è la folla in vetta. D’altra parte è una cima “iconica”, alla portata di ogni escursionista mediamente allenato/a. Lo sguardo spazia a 360 gradi e abbraccia tutto l’arco alpino valdostano. Svettano i 4 mila, dal Gran Paradiso al Monte Bianco, il Grand Combin (in territorio svizzero), la Dent d’Herens, il Cervino e tutto il gruppo del Monte Rosa. Per non parlare delle innumerevoli cime oltre i 3mila metri.



Nel frattempo mi raggiunge in cima un altro escursionista solitario. Anche lui è estasiato dal magnifico panorama e poi oggi non fa per niente freddo. Infatti non mi accorgo che è da circa un’ora che sono in vetta e non ho voglia di ritornare ma, mio malgrado, devo iniziare la discesa, che ora è più agevole in quanto un altro escursionista è salito e ha consolidato la traccia nella neve.
Nel versante strapiombante verso la Val d’Ayas noto degli stambecchi che brucano su delle piccole cenge a picco sul precipizio. Che magnifici animali!


Mi fermo per qualche minuto a osservarli, augurando loro di passare un buon inverno, sperando di incontrarci di nuovo in estate. In poco tempo sono al Col Portola, un po’ di attenzione ai tratti ghiacciati nella ripida discesa, fino a ritrovare i primi larici.
Tolgo i ramponcini, sempre indispensabili quando si affrontano queste escursioni. In breve tempo sono al Piano delle Signore e quindi al Piazzale di Barmasc. L’ultimo sguardo in alto, di congedo e di arrivederci. Quando arriverà la neve “vera” e abbondante, lo Zerbion ti dirà di non avvicinarti. I suoi ripidi canaloni saranno sconvolti da grosse slavine. Bisogna saper ascoltare le voci della Montagna e averne rispetto.
Caro Monte Zerbion, adesso che ti guardiamo dal nostro balcone, è bello vederti quando i primi raggi del sole accarezzano le tue creste, oppure quando il vento e le nuvole ti fanno “fumare”, come fossi un vulcano. A volte, invece, rimani nascosto per giorni, avvolto in un mantello denso di nubi, quasi geloso della bellezza che racchiudi.
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Articolo di Marco Peccenati

Montanaro di pianura, socio del Cai di Melegnano, con un passato da alpinista, ha alternato la passione per le lunghe distanze, a piedi, in bicicletta e sugli sci di fondo a quella per la montagna “non addomesticata”. Frequenta assiduamente le valli valdostane, che ama percorrere in tutte le stagioni. Come il pastore di stambecchi Louis Oreiller «dove l’orizzonte è piano non sa stare».
