Anja Niedringhaus 

Intorno alla metà dell’Ottocento si inizia a utilizzare la fotografia per documentare i conflitti. La realtà veicolata sarà quella colta dall’occhio umano. Scartando o mettendo nel mirino alcune immagini il/la fotografo/a offrirà il suo punto di vista incidendo sull’opinione pubblica.  
Anja Niedringhaus non amava essere definita fotografa di guerra, lei documentava di volta in volta la storia di un popolo guardando nel cuore delle persone. A raccontare Anja ci pensano le sue fotografie ma un cenno biografico è necessario per chiarire la personalità di questa donna che, come dice chi l’ha conosciuta, «trasmetteva Il suo entusiasmo e il suo buonumore anche nelle situazioni più difficili. Si offriva sempre volontaria per gli incarichi più impegnativi e li portava tenacemente a termine, senza eccezione. Credeva fino in fondo nell’importanza di essere testimone diretta degli eventi». 
Per lei sono importanti le storie delle persone comuni ignorate dalla Grande Storia pur essendone le vere protagoniste. Il suo occhio vigile è sempre pronto a catturare l’attimo in grado di trasmettere al mondo l’essenza degli eventi: questo il talento di Anja Niedringhaus.  

Sguardo mai banale su vite ignorate, su chi è colpito dalla guerra e non solo, con loro condivide la lotta e il coraggio, l’immagine che ne risulta svela sempre tutta l’umanità di chi fotografa e di chi è fotografato. I soldati stessi sono rappresentati come vittime di guerra. Nelle immagini più tragiche è impossibile non rilevare il suo bisogno di urlare che la vita trova sempre uno spazio anche dove viene brutalizzata e offesa. 

Anja Niedringhaus nasce il 12 ottobre 1965 a Höxter, in Germania. Nel 1981 quando ancora frequenta il liceo inizia a lavorare come libera fotografa per un quotidiano della sua città. Il primo incarico fu quello di raccontare il pensionamento di un’impiegata comunale a 30 chilometri di distanza. A 17 anni non aveva ancora la patente, ma quando la segretaria le chiese se poteva guidare, rispose di sì, prese le chiavi dell’auto aziendale e partì. Mentre studia all’università letteratura tedesca, filosofia e giornalismo a Gottinga collabora per diversi giornali e riviste. La svolta per la sua carriera si presenta nel 1989 quando scatta, per il giornale tedesco Göttinger Tageblatt, delle foto in occasione della caduta del muro di Berlino che le procureranno un incarico presso l’Agenzia Europea per la Stampa e la Fotografia a Francoforte per la quale lavorerà fino al 2001. Inizia con i Mondiali di calcio in Italia nel 1990. 

Ancora molto inesperta, su sua insistenza viene inviata a documentare la guerra in Jugoslavia nel 1991. In un’intervista dichiara: «Una guerra in mezzo all’Europa? Cosa ci faccio qui? E andai subito dal mio caporedattore e gli dissi: ‘Voglio andarci’. Lui pensò che fossi pazza. ‘Comunque, che esperienza hai?’ Non ne avevo, avevo solo 26 anni. Ma gli scrissi una lettera a macchina ogni giorno per sei settimane, finché alla fine non disse: ‘Allora vai’. Lui e i miei colleghi erano sicuri che avrei telefonato dopo due giorni per tornare. Quella volta rimasi cinque settimane. Poi trascorsi in totale cinque anni a Sarajevo».  
Crede che le fotografie possano avere il potere di porre fine alle guerre e in Jugoslavia si rende conto che non è così. A Sarajevo impara presto a sopravvivere in condizioni estreme. La guerra infierisce sulle persone civili e Anja è tra la gente, entra nelle loro vite con la sua macchina fotografica per raccontare il lato buio delle guerre, là dove si muore senza sapere perché. Nel 2001 fotografa i resti delle Torri Gemelle distrutte dagli attacchi terroristici dell’11 settembre a New York. Poi vola in Afghanistan dove si ferma tre mesi per testimoniare la caduta del regime talebano. Lo stesso anno pubblica il libro Fotografien (Museo d’Arte Moderna, Francoforte). 

Nel 2002 si trasferisce a Ginevra come fotografa di staff per l’Associated Press per la quale lavora in Iraq, di nuovo in Afghanistan, nella Striscia di Gaza, in Israele, Kuwait e Turchia. Nel 2003 uno dei suoi scatti diventa la foto-simbolo della strage di Nassirya. A Fallujah, nel 2004, il 60% dei soldati dell’unità che aveva fotografato fu ucciso. «Se avessi saputo cosa avrei visto in quelle due settimane, non l’avrei fatto», ha dichiarato.  
Nel 2005 vince il Premio Pulitzer come fotogiornalista nella guerra in Iraq. A Kabul incontra la corrispondente capo dell’Associated Press, Kathy Gannon, una canadese di 60 anni, e le due diventano inseparabili. Il 23 ottobre 2005 riceve il premio Courage in Journalism Award dalla International Women’s Media Foundation. 
Oltre a fotografare conflitti e crisi politiche in tutto il mondo, Anja ha anche seguito i principali eventi sportivi mondiali, tra cui nove Olimpiadi.

Dal 2006 al 2007 insegna giornalismo ad Harvard. Nel 2007, riceve una borsa di studio del programma Nieman: la più antica al mondo assegnata a giornaliste/i affermate/i e promettenti per un anno accademico di studio presso quella stessa università. Affronta la cultura, la storia, la religione e le questioni di genere in Medio Oriente e il loro impatto sullo sviluppo della politica estera negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali consapevole che per raccontare la storia anche attraverso la macchina fotografica è necessario conoscerla.  
Nel 2010 stava camminando in un vicolo con dei soldati in Afghanistan quando l’uomo davanti a lei ha preso a calci un pollo. Anja ha immortalato l’accaduto, ma pochi secondi dopo è arrivato un colpo di mortaio: è rimasta gravemente ferita dalle schegge. 

Riceve per il suo lavoro altri premi tra cui il Pictures of the Year International, il Bop-Best of Photojournalism, il Clarion AwardsThe Atlanta Photojournalism Seminar, il Goldene Feder di Amburgo. Nel 2011 pubblica il libro At War (Hatje Cantz, Ostfildern) e ottiene il premio Abisag Tuellmann per la fotografia di reportage nel 2011.  
I suoi scatti sono esposti al Museo di Arte Moderna di Francoforte, alla Galleria di Berlino, a Londra, Houston, Vienna, in musei e gallerie negli Stati Uniti, Svizzera e Canada.  
La sua storia è raccontata nel film biografico di Roman Kuhn Die Bilderkriegerin – Anja Niedringhaus , la versione inglese è intitolata Anja: Life on the Frontline

Nel 2014 si trova ancora una volta in Afganistan per documentare le elezioni presidenziali. Il 4 aprile Anja e la sua amica e collega Kathy Gannon sono con un convoglio impegnato nella consegna delle schede elettorali sotto la protezione dell’esercito nazionale afghano e della polizia locale. A un posto di blocco alla periferia della città di Khost, mentre le due giornaliste sono in macchina in attesa di poter visitare l’ufficio del governatore del distretto di Tanai, si avvicina un militare che spara urlando «Allah u Akbar» (Dio è grande). Kathy Gannon è ferita. Anja muore all’età di 48 anni. 

Il presidente dell’Ap Gary Pruitt l’ha ricordata come «vivace, intrepida e impavida, con una risata rauca che non dimenticheremo mai. Questa è una professione per persone coraggiose e appassionate, impegnate nella missione di portare al mondo informazioni corrette, accurate e importanti». 

Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

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Articolo di Antonella Gargano

Da sempre viaggiatrice solitaria nei luoghi delle emozioni e dei sentimenti che non sa dire a voce alta. Eremita dello scrivere, ha Eremita dello scrivere, ha vissuto la vita di una sconosciuta e a sessant’anni ha cominciato a vivere la sua senza neanche volerlo. Il suo simbolo: il cactus. Segni particolari: nessuno. Osserva l’essere con sguardo disincantato e ironico. Le passioni non sono il suo mestiere.

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