Quando si parla di Resistenza italiana subito nella nostra mente appare l’immagine di un gruppo di partigiani che combatte per la liberazione del proprio Paese dal nazifascismo; non a caso gli archivi storici e i manuali scolastici sono pieni di foto come l’immagine appena descritta. Ma nella realtà chi erano i partigiani? La Storia racconta sempre di uomini che per amore della patria hanno lasciato le loro famiglie e sono scesi in campo a combattere contro il nemico nazifascista e solo grazie alle loro azioni e al loro impegno sociale e politico è stato possibile fondare la nostra Repubblica. A tal proposito chiariamo una cosa: quanto detto infatti è solo una parte della verità perché, accanto a questi uomini in guerra, c’erano anche le donne. Le studiose Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone nel loro saggio In guerra senz’armi. Storie di donne, 1949-1945, pubblicato da Laterza nel 1995, hanno definito le donne le uniche «volontarie a pieno titolo nella Resistenza» in quanto non sono state mai sottoposte né al reclutamento, né obbligate alla fuga o al nascondimento. Anche la studiosa Marina Addis Saba ha dedicato loro un saggio dal titolo Partigiane. Tutte le donne della Resistenza, edito da Mursia nel 1998, in cui racconta di come spesso le partigiane indossavano i loro abiti migliori per dare l’idea di assoluta normalità per compiere invece azioni rischiosissime e necessarie come, ad esempio, portare cibo e vestiti ai partigiani; rivolgersi a preti, suore, ricchi commercianti per raccogliere il denaro necessario alla lotta; nascondere in soffitta o in cantina gli sbandati o chi aveva bisogno di aiuto. Loro non offrono alla Resistenza solo un contributo, ma partecipano attivamente e sono impegnate in ognuno dei compiti previsti dalla lotta di liberazione: nello scontro armato, nel lavoro di informazione, approvvigionamento e collegamento, nella stampa e propaganda, nel trasporto di armi e munizioni, nell’organizzazione sanitaria e ospedaliera, nel Soccorso rosso, nei Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà. Al di là dell’impegno nell’opposizione civile, le donne sono parimenti importanti nella lotta armata partigiana: non sono solo staffette ma anche combattenti armate nelle bande extra-urbane, membri dei Gap (Gruppi di Azione Patriottica), delle Sap (Squadre di azione patriottica) in città e nelle fabbriche, addette ai fondamentali servizi logistici, organizzatrici di manifestazioni contro la guerra, a favore dei detenuti e dei deportati o in onore dei partigiani caduti. Inoltre l’esperienza resistenziale, nel dopoguerra, è stata riconosciuta come essenziale e necessaria per le future lotte per l’emancipazione femminile.
Nella Storia della letteratura, per molti anni, nelle antologie le testimonianze degli scrittori hanno occupato uno spazio maggiore rispetto alle opere delle donne e ancora oggi a scuola tra i maggiori autori di quegli anni sono esaminati solo i testi di Calvino, Fenoglio, Venturi, Meneghello, Vittorini, Pavese e Caproni. A tal proposito nell’antologia Racconti della Resistenza del noto critico Gabriele Pedullà, pubblicata per la prima volta nel 2005 da Einaudi, le uniche due scrittrici analizzate sono Ada Gobetti e Renata Viganò per le quali, secondo opinione dell’autore, l’esperienza partigiana è stata «una seconda giovinezza letteraria» e senza di essa forse non sarebbero mai approdate alla narrativa. Naturalmente Gobetti e Viganò non sono state le uniche due degne di essere nominate in un corpus letterario tutto al maschile; la nostra letteratura infatti è ricca di contributi femminili e la mia tesi, che ho scelto di intitolare Contributi letterari femminili sulla Resistenza italiana, ha cercato di dimostrare tutto ciò: le scrittrici con le loro opere sono state testimoni di questo evento storico al pari degli scrittori; esse hanno sentito come proprio il bisogno di raccontare ciò che avevano vissuto, hanno sentito la necessità di farsi testimoni della storia e attraverso i loro racconti sono riuscite anche a rivendicare l’impegno politico e culturale che negli anni successivi alla Liberazione non è stato subito riconosciuto. Tra tutte le testimonianze, quella che trovo particolarmente puntuale e avvincente e che voglio riportare per esteso anche qui appartiene a Ilio Barontini, partigiano e costituente che, nell’opera collettiva Epopea partigiana (SPER, 1947), scrisse in un articolo intitolato Staffette: «A fianco degli uomini, nel movimento clandestino e nella lotta partigiana, pronte, infaticabili, necessarie, vi sono sempre state le donne. Erano quelle che soffrivano di più, che tremavano, non solo per sé stesse, ma per i figli, i mariti, i padri, i fratelli, i fidanzati. […] Queste donne sono tante, la più parte sconosciute e dimenticate, oscure “operaie di quel grande mestiere”, studentesse e professoresse, o congiunte di studenti e professionisti, ma il maggior numero veniva dal popolo, dalla massa, dalle fabbriche, dai campi, dagli ospedali, dove c’era il più grande fermento, dove si agitava un mondo di forze contenute ma potenti, dove si creava, nel buio, nell’orrore, nell’oppressione, il tessuto duro della resistenza italiana. E poi ancora riguardo le loro attività: [le donne] impararono a percorrere chilometri e chilometri in bicicletta, a piedi, in corriera, sui camion, portando armi, stampa, materiali pericolosi nelle sporte da massaia, nelle borsette da passeggio, per tutte le strade, sotto i bombardamenti e i mitragliamenti, col continuo pericolo d’essere prese dai nazifascisti, di cadere in una retata, di inceppare in una rappresaglia. E impararono come si spara col mitra, con la rivoltella, come si nasconde un patriota inseguito o una radio trasmittente, come si sopporta la fame se mancano i rifornimenti, come si vive nel freddo se non si può accendere il fuoco, come si curano i feriti, come si chiudono gli occhi a i morti. Impararono tutto questo, e non si stancarono, non si persero d’animo».
Nel primo capitolo è stato necessario chiarire che molte scrittrici non lo erano per professione ma erano donne “semplici” che svolgevano altri mestieri e che, subito dopo la guerra o molti anni dopo, sono state spinte dal desiderio di raccontare ciò che avevano vissuto con lo scopo non solo di testimoniare l’esperienza della guerra civile ma anche di vedersi riconosciuto l’impegno nella lotta resistenziale al pari di quello degli uomini. Tutte queste autrici sono riconosciute dal punto di vista letterario come “scrittrici d’occasione”. In proposito sono stati esaminati tre casi: il primo è quello di Ines Pisoni che, nella premessa del suo libro Mi chiamerò Serena, pubblicato da Publiprint nel 1990, racconta di aver usato la scrittura come antidoto al male che l’ha devastata dopo la guerra e l’ha costretta a un lungo ricovero presso una casa di cura. Lei stessa spiega di aver scritto un diario partigiano e che proprio a partire da quei ricordi ha preso forma il suo lavoro dal quale i registi Roberto Parafante e Andrea Tombini hanno realizzato nel 2006 un film intitolato Montagna serena, una storia d’amore, di ideali e di lotta nell’Italia occupata dai nazifascisti. La seconda esperienza è quella di Carla Capponi, giovane studente di Giurisprudenza che dall’8 settembre del 1943 partecipa coraggiosamente alla Resistenza romana e dopo la guerra è riconosciuta combattente con il grado di Capitano e decorata con la Medaglia d’Oro al valore militare; le sue vicende sono riferite in un volume pubblicato da Il Saggiatore nel 2000 poco prima della morte dal titolo Cuore di donna. La terza “scrittrice d’occasione” è Laura Seghettini che nel 2006 pubblica con la casa editrice Carocci l’autobiografia Al vento del nord. Una donna nella lotta di liberazione. La sua opera è una delle poche testimonianza letterarie che racconta quella che fu l’altra faccia della Resistenza italiana, ovvero la parte composta da traditori e combattenti non per la liberazione del proprio Paese ma per interessi e tornaconti personali.
Un altro paragrafo importante del primo capitolo è quello in cui si affronta un tema che attraversa tutto il genere della letteratura resistenziale, ovvero il rapporto tra il paesaggio e autori/autrici; questo perché le opere che hanno come tema la Resistenza hanno come ambientazione i luoghi in cui la Resistenza si è effettivamente svolta: le Alpi, l’Appennino, le case contadine e gli accampamenti militari, gli spazi in cui si spostano e combattono i partigiani e infine le città occupate. Ad esempio: sia nel volume di Carla Capponi che in quello di Maria Teresa Regard, autrice di Autobiografia 1924-2000 (Franco Angeli editore, 2010), è descritto il bombardamento del quartiere di San Lorenzo, a Roma, che da città incantata si trasforma in spaventosa e piena di pericoli; allo stesso modo è raccontato l’attacco in Via Rasella che avrà come conseguenza la strage delle Fosse ardeatine e il carcere in Via Tasso dove venivano rinchiusi e torturati i partigiani. Gli ambienti simbolo della Resistenza sono però i paesi di montagna e le valli che faranno da sfondo al famoso romanzo di Renata Viganò L’Agnese va a morire e a Diario partigiano di Ada Gobetti.
Il secondo capitolo è un percorso tra i generi che hanno caratterizzato la produzione letteraria resistenziale. Fin dal momento della progettazione, ho immaginato questo capitolo come una piccola antologia di sole scritture femminili sulla Resistenza italiana. Nell’ambito delle scritture in prima persona, il genere privilegiato è quello autobiografico; il corpus letterario è composto infatti da un gran numero di memorie e diari; non mancano, tuttavia, romanzi di rilievo e racconti. Qui sono state prese in considerazione anche le interviste di Bianca Guidetti Serra, raccolte in un libro pubblicato nel 1977 da Einaudi, diviso in due volumi e intitolato Compagne. Testimonianza di partecipazione politica femminile e l’esperienza della rivista Mercurio diretta dalla scrittrice Alba De Céspedes, di cui due numeri, uno del dicembre del 1944 e un altro del dicembre del 1945, sono dedicati ai temi della guerra e della liberazione dell’Italia e che, pur in forma embrionale, rappresentano le prime forme di storiografia della Resistenza italiana.
Nel terzo e ultimo capitolo si è scelto di analizzare dal punto di vista critico-letterario tre romanzi celebri della lotta di Resistenza: L’Agnese va a morire di Renata Viganò, Dalla parte di lei di Alba de Céspedes e Tetto murato di Lalla Romano.
Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/370_Ruggiero.pdf
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Articolo di Anella Ruggiero

Dopo un breve periodo all’estero, in Irlanda, mi sono laureata in Lettere moderne presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi dal titolo Contributi letterari femminili sulla Resistenza italiana. Attualmente frequento il corso di Filologia moderna presso la stessa università. Mi piace molto viaggiare e leggere, soprattutto narrativa e libri di psicologia e amo stare a contatto con la natura e con gli animali.
