«La lotta della donna burkinabè si congiunge… a quella per la riabilitazione totale del nostro continente» (Thomas Sankara).
L’Africa non è un paese, scrive Dipo Faloyin che è ricorso a questa espressione per il titolo di un suo libro volto alla scoperta dell’autentica identità del “continente antico”, celata da troppo tempo dietro gli stereotipi occidentali.

Pensare di tracciare un quadro coerente e omogeneo del cammino delle donne africane per il raggiungimento dei diritti, in particolare per l’ottenimento del diritto di voto in età contemporanea, è un modo come un altro per rimanere nello stereotipo. Quando inizierebbe per l’Africa l’età contemporanea? Sotto l’egida di quali idee? Di quali principi ispiratori? Esiste un 1789 africano? Esiste o si è permesso che esistesse una coscienza comune africana? Ed è detto che debba esistere, partendo sempre dal fazioso punto di vista di una presunta “coscienza comune occidentale”? Gli “Africani” hanno avuto l’opportunità di erigere imperi, ridefinire confini, maturare la necessità e la stesura di ordinamenti comuni nazionali e sovranazionali?
Prima di tutto, appunto, l’Africa non è un “paese”: 54 stati indipendenti, riconosciuti dalle Nazioni Unite; 55 secondo l’Unione Africana che accoglie anche la Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (Sahara Occidentale). A ogni modo, oltre 50 realtà che non possono vantare una “storia comune” di confronto/scontro da cui sono scaturiti e hanno avuto il tempo di sedimentare ideali e legislazioni comuni, dichiarazioni universali dei diritti, maschili e/o femminili, poco importa, storie di un Paese che sono diventate storie di altri. La regia della storia africana, almeno degli ultimi 500 anni, è stata affidata a “responsabili esterni” che, nel migliore dei casi, hanno messo in piedi “amministrazioni fiduciarie”.
In secondo luogo, questi stati non sono “stati-nazione”: tale modello è l’ultima disastrosa eredità di quell’amministrazione fiduciaria, quando non di dominio a viso scoperto, che l’Africa post coloniale paga come immotivato debito pur di sedere ai tavoli dei consessi internazionali, accanto ai rappresentanti dei Paesi del “quarto più civile del mondo”.
Sulla base di tali premesse, per circoscrivere il campo e per trovare, al tempo stesso, un principio unificatore, il 1789 africano potrebbe essere rappresentato dalla Conferenza di Accra, in Ghana, inaugurata l’8 dicembre 1958 che vide i maggiori leader del movimento panafricanista darsi appuntamento per una settimana, per la prima volta in Africa, nel Paese di Kwame Nkrumah, indipendente dal Regno Unito dal 6 marzo 1957. Oltre a quelli degli otto stati già indipendenti (Egitto, Ghana, Liberia, Sudan, Marocco, Etiopia, Tunisia, Libia), ad Accra si riunirono i leader del Paesi sulla via dell’indipendenza e quelli dei Paesi che l’avrebbero raggiunta più tardi; tra i maggiori leader presenti: Patrice Lumumba per il Congo, Hasting Banda per il Malawi e Kenneth Kaunda per lo Zambia, tutti accomunati dal grande sogno di dare vita agli Stati Uniti d’Africa. I numi tutelari dell’ideologia panafricanista non potevano che essere William Edward Burghardt Du Bois e George Padmore, consigliere, quest’ultimo, del presidente Nkrumah.

Prima della decolonizzazione, le esperienze di voto concesso alle donne in Africa non si configurano come veri e propri suffragi e, nella maggior parte dei casi, si attestano come concessioni alle donne bianche. Interessante si fa, invece, il discorso proprio prendendo come data di riferimento il 1958 della Conferenza di Accra. A quella data, le donne ghanesi votavano già e il fatto più interessante è che si era riconosciuto loro tale diritto, non a partire dall’anno prima, quando erano diventate cittadine di uno stato libero dall’influenza diretta del governo di Londra, ma già a partire dal 1953 quando, invece, proprio il governo di sua maestà britannica, che aveva negato tale diritto alle donne egiziane, lo aveva concesso a quelle ghanesi. E mentre la maggior parte degli stati del continente raggiungevano l’indipendenza dai governi europei nel 1960, a quella data, quando il Ghana diventava una repubblica, le sue donne potevano festeggiare la prima presenza femminile in parlamento.
Solo il 23 giugno 1956, sostenute da Gamal Abdel-Nasser, le donne egiziane, vittime di questo ambiguo atteggiamento della madrepatria nei confronti degli abitanti delle colonie, avevano potuto sentirsi “cittadine”, esercitando il loro diritto di voto attivo e passivo; nello stesso anno, si vedevano riconosciuto il medesimo diritto, le donne della minuscola colonia francese del Benin, sulla costa occidentale, che sarebbe diventato indipendente solo nel 1960, del Gabon, della Somalia e del Mali. L’Etiopia, come l’Egitto, ad Accra partecipava a disegnare il futuro di un’Africa libera avendo riconosciuto alle sue donne lo status di cittadine già a partire dal 1955, stesso anno in cui aveva provveduto a farlo anche l’Eritrea.
Forse proprio per le sue origini saldamente libertarie — lo stato sarebbe nato per iniziativa di un gruppo di schivai affrancati di ritorno dagli Stati Uniti — di tutti i Paesi già indipendenti che inviarono i loro rappresentanti ad Accra, il primato per il riconoscimento del diritto di voto alle donne spetta alla Liberia: William Tubman, esponente del partito unico liberiano True Whig Party, eletto presidente nel 1944 (carica che poi mantenne per cinque mandati per un totale di 27 anni), nel 1946 aveva deciso di estendere il diritto di voto a tutti i nativi, maschi e femmine, guadagnandosi per questo, così come per altri provvedimenti volti a ridurre la distanza economica e sociale tra americo-liberiani e autoctoni, il riconoscimento di “Artefice della Liberia moderna”. Per gli altri Paesi già indipendenti presenti nella capitale ghanese nel 1958, i diritti degli africani liberi non erano ancora considerati anche i diritti delle donne, per cui l’estensione del diritto di voto alle tunisine si ebbe solo nel 1959, alle marocchine nel 1963 e alle libiche e alle sudanesi nel 1964.
Tenuto conto dei dovuti casi particolari dal punto di vista della situazione politica — si pensi al Sudafrica del regime di apartheid, dove le donne bianche votavano già nel 1930 mentre quelle nere solo a partire dal 1994 — e distinguendo il riconoscimento dell’esercizio di tale diritto dalla possibilità e dalle modalità effettive di esercitarlo, è impossibile non notare che, se la storia dell’Africa contemporanea è quella che si dipana dal processo di decolonizzazione in poi, non esiste una battaglia delle donne per il riconoscimento del diritto di voto come siamo portati a pensarla per l’Europa: i Paesi africani che diventano via via indipendenti riconoscono una serie di diritti negati alle popolazioni autoctone, incluse le donne. Il diritto di voto non si configura come “diritto dei diritti” ma come “diritto fra i diritti” e le battaglie delle donne non sono volte a rettificare istituzioni e ordinamenti riservati agli uomini quanto a combattere per l’ottenimento dei diritti, accanto agli uomini.
La battaglia per i diritti delle donne in Africa non è altro che battaglia per tutti i diritti, nessuno escluso, anzi, quello di votare, spesso, non compare proprio nella lista, forse perché non prioritario o forse anche perché scontato quando tutti gli altri diritti saranno riconosciuti. Almeno nelle aspirazioni, il programma di “un’Africa moderna” non prevede l’esclusione delle donne, anzi, leader significativi del Continente hanno posto e pongono la questione femminile al centro della loro attenzione e della loro azione. «Per vincere una lotta che è comune alla donna e all’uomo occorre conoscere tutti i contorni della questione femminile, tanto a livello nazionale che universale, e capire che oggi la lotta della donna burkinabè si congiunge alla lotta universale di tutte le donne, e più in generale, a quella per la riabilitazione totale del nostro continente» dice Thomas Sankara, l’8 marzo 1987, in occasione della giornata internazionale della donna, consapevole che la parità di genere in Africa è qualcosa che va ben oltre il diritto di voto. Già solo cambiando il nome del suo Paese da Alto Volga a Burkina Faso, Sankara operò una scelta di campo ben precisa. La Terra dell’Integrità (Burkina sta per Integrità e Faso sta per Terra) è abitata dai burkinabè ossia da abitanti integri: il suffisso bè, in lingua peul, vuol dire abitante senza distinzione di genere, senza distinzione tra uomini e donne. Altri e prioritari temi, oltre ai diritti fondamentali che devono essere riconosciuti a tutti, sono, dunque, in cima alla lista della battaglia femminile per i diritti in Africa, quali la piaga della prostituzione e la pratica secolare dell’infibulazione, le persistenti strutture patriarcali e indici di istruzione femminile ancora decisamente bassi e disomogenei che hanno l’effetto di impedire — sebbene Ruanda, Senegal e Sudafrica si segnalino come i Paesi con la più alta percentuale di parlamentari donne al mondo — anche un’adeguata rappresentanza di genere dal punto di vista politico, nonostante la parità giuridica sia riconosciuta sulla carta.
In copertina: da https://www.nigrizia.it/notizia/poche-donne-parlamenti-africani-gender-gap.
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Articolo di Sara Carbone

Laureata in Storia e dottoranda presso l’Università degli Studi Roma Tre, è docente di Discipline letterarie. Traduttrice e mediatrice linguistica, è Consigliera dell’Associazione di Storia Contemporanea di Senigallia e componente del Centro studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo di Napoli. Collabora a diverse riviste, quali Il materiale contemporaneo; è autrice di saggi sul fenomeno migratorio.
