C’è una canzone, tristemente famosa, che mi viene subito in mente. Certo il contesto di riferimento è tutt’altro ma nella mia testa, che è solita procedere per metafore e traslazioni — lo stesso modus operandi che spero facciate proprio nella lettura di questo testo — il brano riaffiora ogni volta che penso all’articolo che sto per scrivere. E forse so il perché: in quelle righe, tra quelle parole, dove dolore e speranza si alternano a ritmo stretto, io scorgo l’impeto trasformativo della necessità e della resilienza, quello slancio che ti fa sperare che un domani sia già lì, che si possa fare e rifare — e quasi sempre fare meglio — e che la vita si faccia grande anche così: tra scosse inevitabili, distruzione e ricostruzione.
Che nel mondo editoriale uno scossone fosse inevitabile, ivi inteso come necessario, d’altronde, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana lo sapeva già nel 2019, quando svolse un’indagine sulle molestie sessuali nel mondo dei media. All’epoca, i risultati rivelarono che l’85% del campione totale — composto da 1132 donne dipendenti che lavoravano nei quotidiani, nelle tv e nelle agenzie di stampa (esclusi i periodici) — aveva subito molestie sessuali, soprattutto battute a sfondo sessuale, insulti e svalutazione, almeno una volta nel corso della vita professionale. In tre casi su quattro gli abusi venivano perpetrati nelle redazioni, alla presenza di altri colleghi o in una stanza chiusa; a compiere le molestie erano prevalentemente superiori over 45.
Quel terremoto, portando in superficie un fenomeno rimasto a lungo nelle profondità interne del sistema, servì a smuovere l’organizzazione. Nel gennaio di due anni dopo, con l’emendamento del Testo Unico dei doveri del giornalista, il Rispetto delle differenze di genere (art.5 bis) entrava a pieno titolo tra i doveri della deontologia giornalistica: «Nei casi di femminicidio, violenza, molestie, discriminazioni e fatti di cronaca, che coinvolgono aspetti legati all’orientamento e all’identità sessuale, il giornalista: a) presta attenzione a evitare stereotipi di genere, espressioni e immagini lesive della dignità della persona; b) si attiene a un linguaggio rispettoso, corretto e consapevole. Si attiene all’essenzialità della notizia e alla continenza. Presta attenzione a non alimentare la spettacolarizzazione della violenza. Non usa espressioni, termini e immagini che sminuiscano la gravità del fatto commesso; c) assicura, valutato l’interesse pubblico alla notizia, una narrazione rispettosa anche dei familiari delle persone coinvolte».
L’integrazione, insieme al più anziano Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione, contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini (Manifesto di Venezia, 2017), si poneva in continuità — dimostrandone la completa ricezione e assunzione nel settore specifico — con i principi stabiliti nel Codice delle Pari Opportunità del 2006, nella Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), ratificata dall’Italia con la legge 77 del 2013, e nella Convenzione Oil n. 190 del 2019, sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro.
La sensazione — o, forse, la speranza — che delle vite si stessero salvando, che si stessero poggiando le pietre per costruire un nuovo sistema editoriale, paritario, accessibile a tutte/i e privo dalla violenza, era manifesta, alimentata, nel corso degli anni, dalla nascita dell’Osservatorio Step-Ricerca e Formazione (2023), un progetto volto a indagare gli stereotipi e i pregiudizi che colpiscono la donna vittima di violenza in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nella stampa, e dall’adozione di un nuovo Codice etico e di comportamento nelle scuole di Giornalismo, nel tentativo di arginare quanto emerso in Voi con queste gonnelline mi provocate, l’inchiesta sulle molestie sessuali e sugli abusi di potere nei master di giornalismo italiani realizzata dal collettivo Espulse in collaborazione con IrpiMedia. Nel 2025, poi, Fnsi, Cpo Cnog, Usigrai e l’associazione Giulia Giornaliste presentavano il Vademecum contro molestie e intimidazioni in ambito giornalistico, «uno strumento operativo creato per supportare le vittime e contrastare le molestie nelle redazioni e nel lavoro sul campo».
Nel frattempo, anche dalla politica nazionale giungevano segnali di rinnovato interesse: nel 2021, le Commissioni di Giustizia e di Previdenza sociale del Senato della Repubblica adottarono il testo unificato dei disegni di legge nn. 655 (Valeria Fedeli, PD), 1597 (Valeria Valente, PD), 1628 (Maria Rizzotti, FI) e 2358 (Donatella Conzatti, IV), recante Disposizioni per la tutela della dignità e della libertà della persona contro le molestie e le molestie sessuali, con particolare riferimento ai luoghi di lavoro. Delega al Governo per il contrasto delle molestie sul lavoro e per il riordino degli organismi e dei comitati di parità e pari opportunità. Ahinoi, la fine anticipata della XVIII legislatura ha interrotto la prosecuzione dell’esame parlamentare del testo unificato e, sebbene siano stati tempestivamente presentati altri disegni di legge, ad oggi la prosecuzione dei lavori giuridici sembra essere in una situazione di stallo.
Ma quando tutto tace, ecco che arriva una nuova scossa: con l’inchiesta Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani, il collettivo Espulse, in collaborazione con IrpiMedia, torna a far tremare le redazioni.
Scritto dalle giornaliste Alessia Bisini, Francesca Candioli, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi — con il sostegno della Fnsi, dell’Ordine nazionale dei giornalisti e dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e del Trentino — il dossier nasce da 100 interviste a giornaliste, assunte e freelance, di agenzie di stampa, testate online e cartacee, radio e televisioni italiane e si basa su un questionario distribuito a livello nazionale.
«Del campione esaminato, tutte le giornaliste hanno testimoniato di avere subito molestie sessuali — violenza sessuale, tentata violenza sessuale come baci forzati e mani addosso, molestie verbali, ricatti sessuali — o discriminazioni di genere», con un picco degli abusi (61%) nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni. Nell’85% delle dichiarazioni, gli abuser sono uomini in posizioni di leadership: caporedattori (26%), caposervizio (3%), redattori (11%), editori (2%) e direttori; questi ultimi, in particolare, risultano essere gli artefici delle molestie in quattro casi su dieci (43%).
La serialità, quale elemento ricorrente in tutte le testimonianze raccolte, concorre ad aggravare ulteriormente gli effetti che le molestie, gli abusi di potere e le discriminazioni sul luogo di lavoro possono avere sulla salute mentale delle donne, con un aumento dei tentativi di suicidio e di tentato suicidio, e con un’incidenza anche a livello economico, sia individuale, che aziendale e sociale: «Le molestie e le discriminazioni causano, infatti, interruzioni di carriera, periodi di disoccupazione e perdita di reddito, costringendo chi le subisce a lasciare il lavoro per evitare maltrattamenti». Tra le cause che determinano e, allo stesso tempo, aggravano questa situazione riveste un ruolo di primo piano la «companionship» maschile, cioè il supporto che gli uomini si danno l’uno con l’altro, non solo rimanendo in silenzio di fronte all’abuso perpetrato dagli altri — e spesso partecipandovi — ma anche facendo avanzare nei posti di lavoro altri colleghi, con una preponderanza di questa dinamica soprattutto negli ambienti a forte componente maschile, quale si connota il mondo del giornalismo. «Su 35 quotidiani italiani, solo due hanno alla guida una direttrice (Nunzia Vallini al Giornale di Brescia e Agnese Pini, che dirige i quotidiani del gruppo Monrif), mentre tutti i telegiornali nazionali sono diretti da uomini. Unica eccezione sono le agenzie di stampa, dove le direttrici sono 4 su 10».
La segregazione verticale al femminile — che colpisce in particolar modo le croniste che fanno attività sindacale e che si battono per l’adozione di un linguaggio corretto — si riverbera, inevitabilmente, sulle retribuzioni medie delle donne e sui loro trattamenti pensionistici: il divario di genere tra giornaliste e giornalisti si attesta al 16%; in media le pensioni degli uomini raggiungono i 71mila euro, quelle delle donne 48mila euro.
Ciò presupposto, emerge chiaramente la necessità di aumentare la presenza femminile nel settore in generale, e nelle posizioni di leadership in particolare, per agevolare la rimozione del divario economico di genere, del sessismo che alligna la professione e delle discriminazioni, e quali strumenti che, per via della maggiore sensibilità che una dirigente o una collega di pari grado potrebbe avere nei confronti del problema, possano contribuire a far emergere il sommerso, incoraggiando le sopravvissute a denunciare, sostenendole sia sul piano professionale che su quello personale.
Se i dati ci permettono di cogliere l’ampiezza di un fenomeno, se è vero che costituiscono l’evidenza che fa mettere in moto il processo politico e legislativo atto a regolare e arginare il fenomeno in questione, la speranza è che il terremoto scatenato da questa nuova inchiesta faccia tremare e scuota non solo le redazioni ma anche le istituzioni che hanno il potere di legiferare in materia.
Dove sarò domani? Tendimi le mani, tendimi le mani… Tendeteci le mani!
Qui il link per leggere la versione completa dell’inchiesta.
In copertina: gaslighting, «forma di manipolazione psicologica, a volte protratta a lungo, che consiste nell’indurre una o più persone a mettere in dubbio perfino la validità dei propri pensieri e della propria percezione della realtà, con conseguente perdita di autostima e di stabilità mentale» (Treccani).
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
