L’America ingolfa il mondo. Il n.2 di Limes Parte seconda

Non invidio gli storici e le storiche che saranno chiamate a interpretare, secondo una logica accettabile, quanto sta accadendo al pianeta in questi ultimi mesi, in particolare dopo l’attacco congiunto Israele-Usa all’Iran e al Libano e le reazioni che ha provocato. Per capire di più della superpotenza e della crisi che sta attraversando continuiamo l’esame del numero di marzo di Limes iniziando dalla terza parte: Frantumazione sociale. Una lettura doverosa delle ragioni della crisi della società americana, che dà la parola al variegato arcipelago di gruppi, riviste, think tank e intellettuali che circondano il Presidente degli Usa. Le popolazioni e i governanti europei paiono imbambolati di fronte alle imprese di Trump e del suo entourage. È indispensabile invece conoscere le idee di chi circonda il tycoon per comprenderne, da un lato, l’effettivo pericolo e dall’altro i germi di una possibile autodistruzione del suo Impero. 
Qualcosa di nuovo potrà interessare gli appassionati di filosofia e filosofia politica in particolare in due contributi: Edward Burke, Padre tradito dai conservatori di Giacomo Maria Arrigo e Da neocon a Maga, Strauss e la fondazione della modernità americana di Agnese Rossi. 

Il network straussiano negli Usa e in Canada Carta di Laura Canali 2026 

Ma lasciamo agli e alle specialiste queste tematiche complesse e cominciamo dal saggio provocatorio della giornalista inglese e opinionista Mary Harrington. Di area e formazione conservatrice, la firma tagliente di questo articolo pubblicato su First Things (agosto-settembre 2025) è nota per le sue critiche al femminismo e alle femministe, contenute nel libro Feminism against progress. Una posizione, quella del femminismo reazionario, venduta come innovatrice e fatta propria da alcune giornaliste italiane di destra, non ultima Annalisa Terranova. Conoscere come la pensa il nemico è uno dei principi guida della geopolitica e recentemente il libro di Rosi Braidotti, Jennifer Guerra e Giorgia Serughetti Giù le mani dal femminismo prova a metterci in guardia da certe pericolose affermazioni che si stanno diffondendo anche in Europa. 
Dopo aver descritto qui il declino cognitivo dovuto all’uso dei social, che colpirebbe in misura maggiore i figli e le figlie delle classi meno abbienti, nel saggio ripubblicato da Limes con il titolo La rivoluzione digitale e il ritorno del Re Harrington sostiene una tesi per noi europei ed europee incomprensibile: l’era tipografica è alla fine e con essa le premesse cognitive che permettono la democrazia di massa, immaginata dal pensiero liberal come l’allargamento graduale del progresso e delle sue conquiste a strati sempre maggiori della popolazione. Ai suoi esordi la trasformazione digitale era stata interpretata come un passo fondamentale nel cammino rivoluzionario della modernità (ricordiamo tra le tante l’opera divulgativa The Game di Alessandro Baricco n.d.r.), che avrebbe consentito a un numero enorme di persone una vera partecipazione all’elaborazione del pensiero e alle decisioni politiche. Il Movimento 5 Stelle ai suoi albori e il suo fondatore Beppe Grillo vi intravvedevano l’inizio di un cambiamento epocale. Secondo Harrington il digitale non rappresenta una rivoluzione ma un Putsch. Oggi la comunicazione digitale influenza chi la usa, ma con segno inverso rispetto alla invenzione della stampa, rendendoci tutte e tutti, salvo una minoranza destinata col tempo a ridursi sempre più, incapaci di pensiero critico. Scrive Harrington: «Un rapporto pubblicato da Financial Times segnala che, in tutto il mondo, la capacità di ragionamento verbale e numerico sta crollando, insieme alla soglia di attenzione, dopo aver raggiunto il picco negli anni Dieci di questo secolo. L’articolo descrive una società post-alfabetizzata, dove alla lettura intenzionale si sostituisce il passaggio continuo da uno stimolo all’altro e uno scrolling incessante…». 
Qual è la profezia di Harrington? Per combattere la dittatura dell’algoritmo occorre un potere molto simile a quello monarchico. 
Non ci troviamo in un film di fantascienza. Molte delle persone che sostengono Trump sono profondamente convinte di quello che scrive Harrington, che invito a leggere con attenzione. 

La partita di Hormuz – Carta di Laura Canali 2026

Sempre su questo filone è interessante approfondire la figura di Curtis Yarvin, il filosofo della Silicon Valley, uno degli ideologi del trumpismo, nel saggio di Alessandro Mulieri Curtis Yarvin o della monarchia assoluta. 
Yarvin nasce come pensatore digitale, molto critico con l’accademia e amico di quel Peter Thiel venuto in Italia a parlarci di Anticristo e di Marc Andreessen, uno dei più noti imprenditori della Silicon Valley. Nel 2007 fonda un blog, Unqualified Reservations dove inizia a diffondere le idee, che piacciono tanto alla destra americana, del cosiddetto “illuminismo oscuro”. Il bersaglio di Yarvin è “la Cattedrale”, nome con cui il blogger identifica le istituzioni e gli organi di stampa a difesa del progressismo liberal e woke. Secondo Yarvin gli Usa dovrebbero trasformarsi, come riporta l’autore del saggio, in una monarchia assoluta modellata su una start-up, con un monarca che agisce come l’amministratore delegato di un’azienda.  
Sfogliando la sezione Frantumazione sociale si scopre che sette statunitensi su dieci non credono più al sogno americano, tanti e tante giovani statunitensi non riescono più a sentirsi in sintonia con il leader israeliano dopo il 7 ottobre; la generazione Zeta è depressa, demotivata, passa molto tempo tra videogiochi e social, non ha contatti e relazioni personali, esce poco di casa ed è composta da donne liberal e giovani uomini conservatori, la società è divisa tra gruppi contrapposti di diverso orientamento politico che non si parlano e si considerano nemici. Giovani nichilisti alla fine del secolo americano di Joe Amato è un articolo veramente preoccupante. Non basta: le Università più progressiste sono sottoposte al controllo del Governo, come ricorda Edoardo Paini in Disciplinare l’Università. 
Chiudiamo, come abbiamo iniziato, segnalando il punto di vista di un’altra intellettuale di destra, Direttrice dell’Illiberalism Studies Program della George Washington University: Marlene Laruelle, intervistata da Federico Petroni nell’ultimo approfondimento del volume, L’illiberalismo è un prodotto del neoliberismo. Un testo difficile da riassumere, ma consigliabile a chi voglia capire fino in fondo perché ormai il bersaglio dei Maga siano proprio l’ordine liberale insieme al diritto internazionale e al sistema delle istituzioni internazionali. 
Molti europei ed europee sperano che il declino del consenso di Trump porti alla sua graduale eliminazione dalla scena. Questo volume dimostra che la turbolenza interna e mondiale che sta caratterizzando il secondo mandato di Trump non possono essere liquidate come processi passeggeri. Come ricorda Riccardo Boria nella sua bella rubrica posta alla fine di ogni volume di Limes La storia in carte «i leader non calano da Marte ma sono il prodotto di una società, non il contrario». 
In attesa di leggere nei prossimi numeri qualche contributo dei partecipanti alle numerose manifestazioni di protesta No Kings che si sono svolte in America in questi ultimi tempi, ci congediamo da questo volume che, come scritto nella parte prima, rappresenta un vero bagno di realtà. 

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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