Mauritania. La porta del deserto 

Quando la nomini incontri gli sguardi confusi di molti che non sanno dov’è. Poi una rapida ricerca su Maps risolve: è là, in Africa nord-occidentale, fra il Marocco e il Senegal. Intorno ci sarebbero anche il Sahara occidentale, patria contesa dei Sahrawi; e il Mali, dove da tempo si muovono le truppe di Daesh/Isis; e un segmento d’Algeria, che idealmente la collega al nostro Mediterraneo; tutti Paesi che, per ragioni diverse, la maggior parte di noi ha sentito almeno nominare. Ma soprattutto, a ovest c’è il Grande mare oceano, l’Atlantico volubile dalle onde capricciose, che bacia e tormenta questo vasto deserto, mentre spesso il vento dell’est restituisce all’acqua il pulviscolo dorato delle dune. 
Eccolo, dunque, questo scatolone di sabbia, grande oltre un milione di km2, più di tre volte l’Italia. Recita Wikipedia che è il 29° stato al mondo per superficie e, quasi fosse una condanna, che la consistenza delle acque dolci in questo immenso territorio è “trascurabile”.  

Che ci fa un’italiana in Mauritania? Verrebbe da dire “turista per caso”, ma non è solo la curiosità che mi ha spinto. Una fortunata combinazione mi ha permesso di aggregarmi a un piccolo gruppo organizzato da un francese amico di amici, che ha vissuto e lavorato in questo Paese e stava organizzando quello che per lui era un “viaggio della memoria” attraverso i luoghi del suo passato. Poco importava che non praticassi il francese da tempo, o che dovessi organizzarmi alla svelta: difficilmente ci sarebbe stata un’altra opportunità per visitare questo angolo di mondo dimenticato. Il “viaggio nella memoria” dell’amico francese sarebbe stato per me un viaggio di scoperta e, incidentalmente, anche la realizzazione di un vecchissimo progetto mai compiuto: ventenne, con un grande zaino sulle spalle, avevo sognato il mio primo percorso “in solitaria” fuori Europa, che avrebbe dovuto portarmi, in autostop e mezzi di fortuna, attraverso Marocco, Sahara occidentale e, appunto, Mauritania, per raggiungere l’Africa subsahariana, oggetto dei miei studi universitari. Erano però gli anni del conflitto fra Marocco e Algeria, mentre il fronte Polisario rivendicava l’indipendenza dalla Spagna e la creazione di uno stato sovrano del popolo Saharawi; perciò, una volta raggiunto il sud del Marocco, non mi era stato possibile proseguire.  
Questa volta, infine, avrei incontrato il grande Sahara. 
Come spesso accade quando si arriva in Paesi di quest’area è notte, e pare di essere inghiottiti dal buio denso dell’Africa, un buio profondo ed esteso, promettente di chissà quali sorprese. Poco prima dell’atterraggio, proprio questo stesso buio si apre improvviso sulle luci di Nouakchott. La capitale è vasta, ma dall’alto non sembra ancora toccata dalla modernità: è un’estensione luminosa del tutto piatta, senza quella verticalità che di solito contraddistingue le grandi città.  

Arrivo a Nouakchott 

Le formalità in aeroporto sono estenuanti: il visto si prenota in Italia, ma qui si passano controlli severi: vengono prese tutte le impronte digitali, si deve dichiarare dove si risiederà, cosa si viene a fare. Non certo un modo per incoraggiare il turismo, anche se poi scoprirò che la gente comune è ben contenta di vedere estranei nei mercati e per le strade.  

Mappa della Mauritania (Fonte: Wikipedia)

Il primo giorno è dedicato alla città e si parte con una visita culturale all’unico museo, il Museo nazionale della Mauritania, di dimensioni modeste rispetto a quelli europei, ma molto interessante, dai risvolti originali. Il salone a piano terra si apre con l’effigie del primo presidente, posta sulla sua grande scrivania: Mokhatar Ould Daddah fu eletto all’indipendenza del Paese, nel 1960, e fu deposto da un colpo di stato solo 18 anni dopo, nel 1978. Da allora in poi si sono succeduti altri otto presidenti, tutti uomini, sette dei quali militari, compreso l’attuale Mohamed Ould Ghazouani.  
La seconda immagine significativa nel museo allude al legame profondo e contraddittorio con la Francia, che qui ha governato per gran parte del XX secolo, fino al 1960. Si tratta di una riproduzione della Zattera della Medusa (1818-1819), il quadro di Théodore Géricault, conservato al Louvre, che rappresenta il naufragio della fregata francese Méduse, avvenuto nel 1816 proprio al largo delle coste mauritane. Il cannone che si trovava sulla nave è posto adesso accanto alla riproduzione, muto testimone dell’avvenimento. Nelle due uniche sale del museo si trovano collezioni archeologiche, prova concreta della presenza umana in loco quando ancora il Sahara non era desertificato, dai 300.000 ai 3000 anni fa; si tratta soprattutto di manufatti di pietra, reperiti durante le esplorazioni negli insediamenti preistorici oggi sepolti dalla sabbia; invece le collezioni etnografiche consistono soprattutto di tessuti e oggetti della vita quotidiana: ceramiche, monili, stoffe, zaini per il carico di dromedari, giochi e bambole, oggetti della cucina, quali ad esempio le calebasse, i rivestimenti delle grandI zucche africane usati come contenitori per cereali, e altri piccoli recipienti per piante alimentari o curative.   

Il mercato

Da europei abituati alle visite museali desideriamo piuttosto il contatto con la quotidianità: eccoci dunque al mercato, caotico e colorato, dove per prima cosa è necessario cambiare i nostri euro in ouguiya, ed è il nostro accompagnatore locale a negoziare con uno dei molti cambiavalute improvvisati che siedono per strada. Finalmente ci immergiamo nel calore (è inverno, ci sono solo intorno ai 30 gradi…) negli odori, nei colori, nella confusione tipica dei bazar all’aperto. Nel vasto settore dell’abbigliamento molti banchi vendono i tradizionali abiti da uomo, gli splendidi daraa ricamati, azzurro intenso o bianchi, che qui tutti indossano e che conferiscono alle figure maschili un’eleganza particolare; e gli haouli, i taglemust mauritani, anch’essi prevalentemente blu o bianchi, i lunghi tessuti con cui gli uomini (ma lo faremo anche noi donne) si proteggono dal sole, ruotandoli più volte intorno alla testa. E poi sandali, ciabatte, magliette, cappellini, simili a quanto troviamo ormai sui mercati delle nostre città, probabilmente provenienti dalla Cina, che ha invaso il mondo intero con prodotti a buon mercato; infine un intero settore senegalese, il più variopinto e originale di tutti, che propone oltre ai capi di abbigliamento anche sculture in legno e piccoli souvenir. A noi donne, ma lo eviteremo data la difficoltà a drappeggiarlo sul corpo, vengono offerti coloratissimi mehlfa, i veli tradizionali che qui tutte indossano e che giacciono semplicemente accumulati a terra

Dappertutto i bambini scorrazzano curiosi e sorridenti. 

Le barche 

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il mercato del pesce, un altro mondo che ci accoglie innanzitutto con un intensissimo, aggressivo odore di pescato lavorato sul luogo — e con un nuovo controllo da parte dei militari. Siamo sulla riva dell’oceano, dove le barche aspettano il tramonto per partire: sono barche particolari, sottili, dalla linea allungata, dipinte a colori vivaci con una cura che rivela il rapporto simbiotico di chi deve loro la propria sopravvivenza; tutte hanno nomi esotici, più spesso scritti in arabo; leggo Boubacar Serynge, El Hyakhyadyeye. Le vediamo poi uscire al largo sullo sfondo di un suggestivo tramonto, lottando dapprima contro le onde impetuose dell’oceano — mentre rapidamente cade la notte.  

Il giorno seguente, finalmente, si parte verso il deserto. Le abitazioni si diradano, sostituite da tende quadrangolari. Si viaggia sull’asfalto fino ad Akjoujt, città mineraria caratterizzata dalle piccole colline di detriti di rame che la circondano. Fermarsi per qualche acquisto negli empori significa essere immediatamente circondati da bambini curiosi in cerca di cadeau, e adulti altrettanto curiosi che salutano cordialmente, ça va?  
Da qui parte la pista: siamo tre fuoristrada, ciascuno con autista esperto, più un cuoco che ci nutrirà con prodotti locali (e, come vedremo, anche con parecchio scatolame). Ci accompagna M., amico di vecchia data, che si rivelerà un prezioso aiuto per i contatti sociali. Il viaggio è lungo e il terreno movimentato: in questo primo tratto la sabbia è morbida e profonda, vengono sgonfiati gli pneumatici per una maggiore aderenza. La velocità è sempre elevata, proprio per non rischiare di bloccarsi. Verso sera raggiungiamo il primo bivacco nei pressi della Grande Dune d’Amatlisch, dove gli autisti montano rapidamente le tende per la notte e il cuoco prepara un delizioso cous cous.  

Il primo accampamento 

La notte, appunto, che cala in fretta e veste il cielo di un manto di stelle impressionante, attraversato dalla Via Lattea. Non ne conosco i nomi e all’inizio il bagliore della luna piena prevale, ma lo spettacolo è emozionante; ricordavo i cieli colmi di luci e la visione della Via Lattea dalle mie gite in montagna, e poi da brevi soggiorni in altri deserti, il Dasht-e Kavir nel cuore dell’Iran e il Sahara egiziano, ma questa volta dormirò all’aperto o sotto la tenda più a lungo, questo spettacolo straordinario mi accompagnerà ogni notte. 

La mattina seguente il primo incontro concreto è la sabbia: dorata e soffice, bellissima da vedere ma faticosissima da percorrere. Sulla Grande Dune d’Amatlisch si sprofonda a ogni passo, un po’ come sulla neve fresca e fradicia alla fine della stagione invernale. Con il procedere del viaggio sperimenteremo l’esistenza di altri tipi di sabbia: la consistenza cambia a causa del vento, che “pettina” le dune e ne modifica la disposizione, rendendo a volte la sabbia più compatta, attraversata da onde parallele.
Anche il colore varia, a seconda dei minerali che la compongono o ne emergono, alternando il “deserto bianco” a quello dorato, fino a zone, come quella di Ouadane, dove prevale la sfumatura ocra; fino a raggiungere colorazioni scure, dove sassi e rocce brune e taglienti rendono perfino la guida difficile. Ma di questo parleremo più avanti, addentrandoci sulle antiche piste carovaniere.    

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova, dottora in studi umanistici a Turku (FI), sono stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ho curato mostre e attività culturali. Ora insegno italiano alle persone migranti, collaboro con diverse riviste in Italia e all’estero e faccio parte di Dariah-Women Writers in History. Mi piace viaggiare, leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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