Richiama ancora una volta un classico di Stanley Kubrick il titolo dell’editoriale dell’ultimo numero di Limes del 2024: Ci incontreremo ancora, We’ll Meet Again, «la melodia consolatoria» scelta dal regista de Il dottor Stranamore «quale sigillo del suo capolavoro»,che chiude in bellezza l’anno bisestile appena passato. Uno degli editoriali più riusciti e stimolanti.
Pubblicato prima dell’insediamento del 47esimo Presidente degli Usa, Musk o Trump, America al bivio, registra fedelmente che l’America come la conoscevamo non esiste più. E lo fa nelle sue tre parti.

Nella prima, Stelle rosse, ricompare John Florio, pseudonimo sotto cui pare si celi il Direttore Lucio Caracciolo, con un’analisi talmente ben fatta da consigliare non solo a chi si occupa di geopolitica ma a ogni persona che voglia capire la direzione che sta prendendo l’America di Trump. Ecco alcuni passaggi di La fine dell’America globale, in cui l’autore può scrivere molto più liberamente: «La trionfale rielezione del tycoon, che dalla polvere della sconfitta è asceso di nuovo alle stelle della presidenza, ha svelato che la concezione racchiusa nello slogan “America First” non rappresentava affatto una forma di devianza politica; essa incarnava al contrario il crescente sentire americano, come dimostra l’inequivocabile mandato elettorale che a distanza di otto anni (2016) ha sancito il ritorno di Trump alla Casa Bianca […] Trump è infatti solo l’interprete, non già il creatore né tantomeno la causa delle tendenze politiche in atto: come sapeva Tolstoj, i leader non fanno la storia, piuttosto ne sono prodotti (e talvolta anche travolti) […]». La centralità dell’America nell’ordine mondiale è finita come si è infranto il sogno di modellare il pianeta sui principi americani. Continua John Florio: «Come tradisce la genesi stessa delle Nazioni Unite, riflesso dell’approccio wilsoniano al mondo. La cui originale effigie — disegnata nel 1945 dalla sezione grafica dell’Ufficio dei servizi strategici (Oss, la prima agenzia di intelligence Usa) —raffigurava non a caso la centralità dell’America nel nuovo ordine mondiale […]». L’ordine internazionale liberale, di cui gli Usa si ergevano divulgatori e propagatori, fondato sulla supremazia militare, era la meta da raggiungere, a maggior ragione dopo la fine della Guerra Fredda. Missione destinata a scontrarsi con altre visioni del mondo e perseguita con molti errori in politica estera e in politica economica interna, puntualmente ripercorsi dall’analisi di John Florio, che così continua: «Nell’elezione di Trump si riflette perciò la consapevolezza della necessità di un radicale cambiamento della posizione dell’America nei confronti di sé stessa e del resto del mondo. Nella consapevolezza, maturata nell’amarezza della disillusione e dalla sofferenza collettiva (pathei mathos! conoscere attraverso il dolore), che un autentico ordine mondiale non può essere realizzato da una sola potenza, ma può essere attinto solo tornando a praticare la dimenticata arte della diplomazia. Unico strumento capace di accordare (e riaccordare) il sistema internazionale, di attingere precari equilibri, di ridurre l’instabilità e il disordine globale. Arte che presuppone l’esistenza (e il riconoscimento della legittimità) di altre realtà politiche, ambizioni e aspirazioni. Lavorando non già per impedirne l’espressione, ma per temperarne le asperità: per ridurre l’attrito a cui il loro perseguimento spesso conduce, per gestire il conflitto di interessi che è intrinseco alla convivenza degli uomini nella polis, caratteristica costitutiva (e non accidentale) della politica. Evitando che tali conflitti assumano forme destabilizzanti per la vita internazionale, e non già correndo spensieratamente ad alimentarli (vedi alla voce Ucraina)».

In questa parte altri saggi ci aiutano a capire il perché del voto a Trump ma anche che, come scrive Petroni, «in America non è ancora mattina». Nell’occhio della rivolta è il titolo dell’approfondimento del Consigliere redazionale e coordinatore America di Limes, che mette in luce le grandi divisioni, a partire dalla way of life, presenti nella società civile della potenza egemone, ben rappresentate dalle Carte di Laura Canali. Interessante il Caso Granville, che è utile approfondire per comprendere il fenomeno dell’autosegregazione in corso tra il popolo americano, già messa in luce da Petroni in precedenti numeri di Limes. Fabrizio Maronta con Da Ronald a Donald, la parabola del secolo americano, argomenta in modo convincente contro le somiglianze tra i due Presidenti, Reagan e Trump, che molti giornalisti e giornaliste statunitensi sostengono da decenni sui media.

Provocatorio e ricco di preziose informazioni è anche l’articolo di Alessandro Aresu, La Paypal Mafia diventa Deep State, in cui si spiegano le ragioni dell’alleanza di Trump con i giganti dell’Intelligenza artificiale. «Con l’espressione PayPal Mafia si identifica il gruppo di imprenditorie di investitori — scrive Aresu — che, a partire dall’esperienza che porta a PayPal alla fine degli anni Novanta, costituisce una rete di competenze e di potere sul piano tecnologico e finanziario. E sempre più anche su quello politico. Di questa rete, i principali esponenti sono chiaramente Peter Thiel (di Palantir n.d.r.) ed Elon Musk, ma al loro fianco c’è una corte infinita di dipendenti e collaboratori. Miliardo dopo miliardo, in mezzo a parole d’ordine più o meno improvvisate come big data, intelligenza aumentata, intelligenza artificiale, ciò che sta accadendo è che la PayPal Mafia sta diventando il deep State». Ma sul progetto Stargate pare che i giganti dell’Ai stiano già litigando (Aresu, Il fatto quotidiano, 26 gennaio 2024).

Due articoli si occupano di Musk, con opinioni differenti: Nella testa di Elon Musk di Giuseppe De Ruvo, che volge lo sguardo all’esistenza e ai traumi dovuti a un rapporto difficilissimo col padre, nonché al suo rifugio nella fantascienza e nel cosmismo russo, e Musk contro America First? di Chris Griswold, che mette in guardia dall’affidare il Doge (Dipartimento per l’efficienza governativa) all’uomo più ricco del mondo, sottolineando il suo passato di “tagliateste” e il suo disprezzo per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Sui rapporti con gli apparati nemici di Trump durante lo scorso mandato, si sofferma l’acuta analisi di Giuseppe Mariotto Sostituire lo Stato profondo, da leggere con grande attenzione. Sono tanti gli approfondimenti di questa sezione della rivista e non tutti possono essere richiamati.

Si segnala in particolare quello di Giovanni della Torre, Trumpismo, frutto avvelenato del neoliberismo sulla “sglobalizzazione” o “deglobalizzazione” e i suoi effetti, in chiave squisitamente economicistica, ricco di dati e informazioni. Come ricorda la sintesi introduttiva del pezzo, «falciando sinistre e corpi intermedi, ha eliminato la sovrastruttura politica dell’Occidente, ma non ne ha risolto i problemi sociali». Anzi, ha creato un mix letale, trasformando i manager da lavoratori salariati in rentiers, aggravando le disuguaglianze e i problemi demografici. «A ciò si aggiunga — secondo l’autore — la confezione di leader sintetici ad hoc come Tony Blair e Matteo Renzi, promossi per far fuori la sinistra tradizionale, compresa quella liberaldemocratica». Se sono venuti meno i corpi intermedi, non altrettanto è stato per le loro istanze, fatte proprie dalla destra che però, «ben felice di raccogliere quantomeno a parole l’eredità della sinistra in campo sociale ed economico, è portatrice di valori come sovranismo, nazionalismo, protezionismo, autoritarismo, razzismo, oscurantismo… Valori incompatibili con quelli del liberismo economico quali efficientismo, internazionalismo, mercatismo, meritocrazia, fiducia nel progresso scientifico e tecnologico, libertà di ricerca. La destra economica neoliberista, quindi, facendo fuori la sinistra liberaldemocratica, ha evocato il proprio nemico vero: la destra politica […] Si è trattato di uno dei casi più clamorosi di eterogenesi dei fini […] Oggi il mondo democratico si trova di fronte il vero nemico storico, frutto degenerato e imprevisto della globalizzazione: la destra politica estrema. Contro la quale urge ingaggiare una battaglia politica che non può fare a meno della sinistra liberaldemocratica e dei relativi corpi intermedi (sindacati e partiti progressisti). Uno degli obiettivi di questa battaglia dev’essere il ritorno alla globalizzazione, riformata quanto si vuole, ma necessaria. Perché, per tornare a Adam Smith, dove non passano le merci passano gli eserciti». Sarà bene ricordarlo a Trump e ai suoi accoliti.
(continua)
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
