Marietta Blau, una scienziata sempre in fuga

Marietta Blau nacque a Vienna il 29 aprile 1894, in una famiglia ebrea benestante, terza figlia e unica femmina di Markus e Florentine Blau. Il padre, noto avvocato oltre che editore musicale, era un uomo molto colto che aveva grandemente a cuore l’istruzione dei suoi figli. Le università austriache si erano aperte alle donne solo nel 1897 e Marietta, dopo aver frequentato un ginnasio femminile, entrò all’Università di Vienna nel novembre 1914, laureandosi nel 1919 con una tesi sull’assorbimento delle radiazioni gamma divergenti.
Dopo la laurea, Blau lavorò per due anni come ricercatrice per un produttore di tubi a raggi X a Berlino, e poi all’Università di Francoforte sul Meno, dove teneva i corsi di radiologia per studenti di medicina e cominciò a specializzarsi sull’uso delle emulsioni fotografiche nello studio dei fenomeni radioattivi. Nel 1923 dovette rientrare a Vienna per assistere la madre ammalata.
Fin dall’inizio del XX secolo l’Austria, con le sue miniere di uranio in Boemia, era diventata un centro per la ricerca sulla radioattività e a Vienna, per i successivi 15 anni, Marietta continuò a lavorare presso il Radium Institute. Qui ritrovò i suoi maestri Franz Serafin Exner e Stefan Meyer. Intorno a loro, che avevano sempre incoraggiato le studenti, si era formato un gruppo di ricerca nei campi della radiazione e della fisica nucleare, di cui facevano parte un numero di donne inusuale per quel tempo — fra le quali Lise Meitner — anche sulla scia del clamore suscitato dai due Nobel vinti da Maria Skłodowska.

In tutti gli anni trascorsi a Vienna, Marietta condusse le sue ricerche senza mai ottenere un posto di lavoro retribuito a tempo indeterminato. Svariate volte tentò di ottenere un incarico fisso come ricercatrice e alla fine, con grande amarezza, si sentì rispondere: «Ebrea e donna: questo è davvero un po’ troppo per avere delle chance». E così, per potersi mantenere, oltre a ricevere il sostegno della sua famiglia, faceva quello che poteva: insegnava, riceveva sovvenzioni, accettava lavori a breve termine in altri istituti e collaborava con alcune aziende, fra le quali i due colossi nel campo della fotografia, la tedesca Agfa e la britannica Ilford, che erano interessate alle tecniche che lei aveva messo a punto per il trattamento delle emulsioni.
Nonostante le difficoltà economiche, furono anni molto fecondi, durante i quali gettò le basi del metodo di rilevazione delle particelle elementari attraverso le immagini fotografiche. A quei tempi i metodi di rivelazione si basavano su materiali che producevano luce di scintillazione al passaggio di particelle cariche. I lampi di luce prodotti dalle particelle venivano osservati a occhio nudo, e riportati su carta, ma si trattava di una procedura soggetta a errori e soprattutto non riproducibile.
Le immagini su pellicola promettevano di essere precise e riproducibili, ma le prime emulsioni erano ancora inaffidabili. Marietta riuscì a ottimizzare le tecniche di imaging: per mettere a punto il metodo, ottenne dalla Ilford le emulsioni necessarie e sperimentò ogni parametro: granulometria, ritenzione delle immagini latenti, condizioni di sviluppo ecc., al fine di migliorare la visibilità delle tracce lasciate da particelle alfa e protoni veloci.
Utilizzando le lastre fotografiche, nel 1925 fu la prima a rivelare protoni di bassa energia e nel 1935, poco dopo la scoperta del neutrone, riuscì a tracciare protoni urtati da neutroni. Si trattava di risultati di fondamentale importanza, che aveva ottenuto con la collaborazione, dal 1932 al 1938, di una delle sue allieve, Hertha Wambacher.

Ben presto Blau e Wambacher si resero conto che col metodo delle lastre fotografiche, che permettevano lunghi tempi di esposizione, sarebbe stato possibile fotografare particelle di provenienza extraterrestre, i cosiddetti raggi cosmici, troppo rare per essere rivelate in altro modo e così, nel 1937 le due ricercatrici portarono le loro lastre fotografiche sul monte Hafelekar a 2300 m di altitudine e le esposero alla radiazione cosmica. Dopo un’esposizione durata ben 5 mesi, le due fisiche scoprirono delle tracce caratteristiche, a forma di stelle, che chiamarono “stelle di disintegrazione” e interpretarono come le immagini delle reazioni nucleari che avvenivano quando le particelle cosmiche ad alta energia urtavano contro il nucleo di un atomo facente parte dell’emulsione. Era una scoperta molto importante, per la quale Marietta e la sua allieva ricevettero il premio Lieben dell’Accademia Austriaca delle Scienze.

La stella di disintegrazione osservata nelle emulsioni esposte ai raggi cosmici

Intanto però il clima a Vienna diventava sempre più difficile per le persone ebree. Molti esponenti del gruppo di ricerca al Radium Institute avevano simpatie naziste, a cominciare da Hertha Wambacher, che aveva una relazione extraconiugale con Georg Stetter, anche lui membro dello stesso gruppo, un fervente nazista. Stetter intimò a Marietta di modificare l’ordine delle firme nell’articolo di presentazione della scoperta delle stelle di disintegrazione, inserendo il nome di Wambacher per primo, ma lei rifiutò.

Nel tentativo di allentare un po’ la tensione, Ellen Gleditsch, una chimica norvegese in visita in quel periodo al Radium Institute, invitò Blau ad andare a Oslo a trascorrere un semestre presso il suo istituto. Il 12 marzo 1938, mentre Marietta era nel treno che la portava in Norvegia, osservava tristemente le truppe tedesche che si spostavano verso l’Austria per invaderla e si rendeva conto che il suo era un viaggio verso l’esilio. Non sarebbe potuta rientrare in patria neanche per portare in salvo sua madre e recuperare le proprie cose. Intanto, un mese prima che lei partisse per la Norvegia, Albert Einstein aveva scritto una lettera ad alcuni colleghi messicani: «Mi prendo la libertà di portare alla vostra attenzione un caso che mi sta a cuore: la dottoressa Marietta Blau, dal talento eccezionale ed esperta nel campo della radioattività. Per ragioni politiche ben note sarà costretta a lasciare il suo Paese prima o poi. Se riusciste a portarla a Città del Messico fareste un ottimo servizio allo sviluppo della scienza».
Pochi mesi dopo aver lasciato Vienna, Marietta riuscì a ricongiungersi con la madre a Londra e insieme partirono per Città del Messico, dove lei fu assunta come docente alla Escuela Superior de Ingenieria Mecanica y Electrica. Il trasferimento in Messico, dove rimase fino al 1944, salvò lei e sua madre dall’Olocausto, ma interruppe quasi completamente la sua attività di ricerca, a causa della carenza di risorse con cui dovette fare i conti.
Nel maggio del 1944 si trasferì a New York, dove cominciò a lavorare per la Canadian Radium and Uranium Corporation, una compagnia privata. Intanto, a Vienna, gli appunti con i resoconti degli studi da lei condotti erano rimasti nelle mani dei suoi ex colleghi, che se ne appropriarono, in qualche caso li completarono e li pubblicarono a proprio nome e senza citarla.

Finalmente, nel maggio del 1948, 10 anni dopo la sua fuga dal nazismo, riuscì a ritornare alla ricerca, prima alla Columbia University e due anni dopo presso il Brookhaven National Laboratory, a Long Island, dove si trovava il “Cosmotrone”, un acceleratore che le permise di ricominciare a fare esperimenti sulle particelle mediante l’uso del suo metodo fotografico e dare così un significativo contributo alle ricerche sulle interazioni dei pioni ad alta energia.
Nel 1950 il grande fisico Erwin Schrödinger candidò lei e Wambacher per il Premio Nobel per la fisica. Nella sua presentazione sottolineava l’importanza che il metodo fotografico da loro messo a punto aveva avuto per l’esplorazione dei raggi cosmici e che erano state loro le prime a capire che le stelle erano dovute alla disintegrazione atomica indotta dai raggi cosmici. Il Premio venne conferito invece al britannico Cecil Frank Powell. La motivazione era: «per lo sviluppo del metodo fotografico per lo studio dei processi nucleari e per le scoperte sui mesoni effettuate con questo metodo». Powell si era fortemente ispirato ai lavori di Blau e Wambacher, tuttavia nel suo discorso durante la premiazione non ricordò il loro contributo ai suoi lavori.

Marietta Blau fu candidata al Premio Nobel per altre tre volte: nel 1955 da Hans Thirring e nel 1956 e 1957 ancora da Schrödinger, ma in nessuno dei casi la sua candidatura fu accettata. In particolare, nelle motivazioni addotte dall’Accademia per rifiutarle il premio nel ’50, fu data particolare enfasi al fatto che per molti anni non aveva prodotto molta ricerca. La stessa obiezione era stata fatta per Lise Meitner, l’altra grande Nobel mancata nella fisica di quegli anni, anche lei ebrea, anche lei costretta ad abbandonare forzatamente la ricerca per sfuggire alla persecuzione durante il Nazismo.
Nel 1955 Blau ottenne un incarico come docente all’Università di Miami in Florida. È ricordata anche per essere stata un’ottima insegnante: molto efficace, teneva corsi di elettromagnetismo e fisica nucleare. Fu soprattutto una maestra per coloro che collaboravano con lei in laboratorio e da lei imparavano le tecniche di misura della ionizzazione, dello scattering multiplo e delle relazioni range-energia. Aveva l’abitudine di reclutare studenti, ma anche casalinghe, da adibire alla scansione delle pellicole di emulsione e alle più dotate consentiva di effettuare misurazioni di precisione.

A Miami ottenne anche una borsa di studio dell’United States Air Force per allestire un laboratorio attrezzato per i suoi esperimenti. Negli anni successivi pubblicò diversi lavori sugli antiprotoni, i mesoni π e i mesoni K. Intanto cominciava a essere afflitta da problemi di salute, soprattutto al cuore e agli occhi. Decise di tornare in Europa per curarsi: aveva bisogno di una operazione di cataratta e negli Stati Uniti non poteva permettersela, ma attese di completare il suo lavoro a Miami. Desiderava completare un contributo che aveva promesso alla fisica Chien-Shiung Wu e a suo marito, Luke C. L. Yuan, da inserire nel loro testo Methods of Experimental Physics.
Nel 1960 Marietta tornò a Vienna per curarsi. Non fu accolta particolarmente bene, come successe in molti casi a coloro che erano dovuti scappare durante il regime nazista. In effetti fino a tutti gli anni ’60 l’Austria non fece seri sforzi per reintegrare ricercatori e ricercatrici emarginate durante l’occupazione tedesca nel mondo accademico.
Parte del personale docente era compromessa col regime e il tradizionale antisemitismo di quel paese non era certo sconfitto. Così Blau al suo ritorno non ebbe nessun riconoscimento dell’ingiustizia subita per la sua emigrazione forzata. Niente le fu restituito, né dal punto di vista finanziario né da quello morale, ma soprattutto, finché fu in vita, non ebbe nessun riconoscimento dell’espropriazione del suo lavoro.
Tuttavia Marietta non abbandonò mai la ricerca: ottenne di dirigere un gruppo di ricerca presso l’Institute for Radium Research, come sempre a titolo gratuito, oltre a qualche incarico come consulente. La sua situazione finanziaria era davvero precaria, ma lei rifiutò un vitalizio offerto da Ilford e Agfa, che intendevano contraccambiare il suo contributo allo sviluppo di emulsioni fotografiche.

Nel 1962 le fu assegnato il premio Erwin Schrödinger dall’Accademia Austriaca delle Scienze, ma non l’ammissione alla stessa accademia come componente effettiva. Gravemente ammalata, anche a causa della continua esposizione alla radioattività, Marietta Blau morì nel 1970 nel reparto di terapia intensiva di un ospedale di Vienna, dove, come persona da contattare, aveva indicato il custode del suo condominio.
Nessuna rivista scientifica ha pubblicato un necrologio dopo la sua morte. Solo negli ultimi anni, in Austria come in Germania, le cose sono cambiate: una nuova generazione, nata dopo la fine del Nazismo, avvalendosi di nuove fonti disponibili, ha iniziato ad affrontare la Storia di quel periodo. Questo fatto, insieme all’interesse per gli studi sulle donne e di genere, ha fatto sì che si stabilisse la verità sulla vita di questa grande fisica.
Nel 2004, una lapide commemorativa in suo onore è stata installata all’ingresso della scuola Rahlgasse, dove lei aveva conseguito la maturità nel 1914. Sempre nel 2004, le è stata intitolata un’aula dell’università di Vienna, così come una strada nel 22° distretto.

Sala ”Marietta Blau Saal”, Universitá di Vienna

In copertina: Blau (a sinistra) e Wambacher, al Radium Institute, ca. 1925.

***

Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 è dirigente scolastica. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.

Lascia un commento