Ordito del femminile

«La donna ha sempre lavorato, in casa e fuori casa, come contadina, artigiana, commerciante. Ha piantato sementi, allevato animali, impastato creta per fare utensili, costruito case, conciato pelli, tessuto lane, intagliato legno, forgiato metalli, intrecciato paglie.
[…] Le donne hanno dovuto cercare impiego fuori dalla famiglia, incontrando numerose difficoltà: salari inferiori rispetto agli uomini e mancanze di tutele adeguate.
[…] In Italia, il lavoro femminile era un tema controverso: se da un lato si approvavano leggi per tutelare le lavoratrici, dall’altro il movimento femminile le considerava inefficaci.
[…] Nel Mezzogiorno la situazione era ancora più critica: sfruttamento, precarietà e disparità erano la norma. Le donne erano le prime a essere licenziate in tempo di crisi. Questo aggravava le disuguaglianze, economiche e sociali, dal momento che la popolazione era prevalentemente femminile.
[…] La maternità segnava quasi sempre l’uscita dal mondo del lavoro».
Se non fosse per la presenza del tempo verbale al passato, il resoconto sulla condizione lavorativa femminile di un tempo offerto dagli alunni e dalle alunne dell’Istituto d’istruzione superiore ‘Matteo Raeli’ di Noto potrebbe sembrare il rapporto sintetico, dal punto di vista delle donne, della situazione attuale del mercato del lavoro nel nostro Paese.
Nonostante il continuum storico indubbiamente avverso, vi è in esso una costante positiva ineluttabile sulla quale, più di tutte, è doveroso porre l’accento: le donne hanno sempre lavorato e, con il loro lavoro, hanno contribuito allo sviluppo dell’economia locale e nazionale, diventando protagoniste di un lento percorso di emancipazione.
È a questo contributo che gli/le studenti delle classi 3A e B del Liceo Scientifico e 5A e B del Liceo Classico hanno dedicato il progetto I lavori delle donne. Narrazioni del Val di Noto.
Il lavoro, presentato nell’ambito della sezione B2-Percorsi di vita e di lavoro del concorso indetto da Toponomastica femminile, Sulle vie della parità, la cui premiazione si è tenuta l’11 aprile presso l’Aula Volpi della facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre, è stato particolarmente apprezzato per aver raccontato «una storia, tenuta in ombra, fatta di gesti, abilità, fatiche quotidiane, socialità e imprenditorialità » che ha permesso di riscoprire il ruolo fondamentale svolto dalle donne nel contesto produttivo del territorio.
Nonostante l’assenza di proposte di intitolazione, requisito richiesto per la partecipazione al contest, la giuria, in considerazione del fatto che si tratta di un progetto frutto di un’attività di Pcto da completare, ha ritenuto opportuno premiare i ragazzi e le ragazze con un premio in itinere.

L’indagine storica e documentaria sui lavori delle donne nel territorio del Val di Noto si concentra su due lavori in prevalenza femminili: la coltivazione e lavorazione della mandorla e il cucito, arrivando fino alle lotte delle donne e al mercato moderno del Prêt-à-porter.

La mandorlicoltura siciliana, come testimoniano alcuni scritti dedicati, tra cui il Manuale della lavorazione del mandorlo in Sicilia di Giuseppe Bianca, ha un rapporto secolare con lo sviluppo economico della Regione. Per le donne, «la raccolta delle mandorle nel Val di noto, ha costituito un momento privilegiato per il ruolo attivo delle contadine» che, disposte a riga tra i filari delle piante, si dedicavano alla raccolta di questa frutta e dei malli vuoti, successivamente riposti nei cuveddhi, i tipici cesti di canna intrecciata.

Era poi compito dell’acqualora, la più giovane e robusta delle donne, fornire l’acqua a tutte/i cugghituri impiegati nella mandorliera. Per adempiere al suo lavoro, che la costringeva a fare avanti e indietro tra il posto di lavoro e la fonte d’acqua, la picciòtta doveva affrontare numerosi rischi e disagi: «Mamma nun mi mannari all’acqua sula, carusa sugnu e mmi mettu a iucari.
Lu ventu mâulau la tuvagliula, m-picciottu schettu mi l’app’appigghiari. Itru mi rissi: “Si ti ncàgghiu sula, tutti li santi ti fazzu chiamari”.
Iu ci rissi: “Nun tengu paura, picchì mè mamma mi veni a ppigghiari”»
(«Mamma non mi mandare da sola al fiume, son giovinetta e mi piace giocare.
Il vento portò via la mia tovaglietta, un giovanotto celibe me l’ha dovuta raccogliere.
Quello mi disse: “Se ti incontro sola, ti farò invocare tutti i santi”.
Io gli risposi: “Non ho paura, perché mia mamma mi viene in soccorso”»).
Erano sempre delle donne, le spicciaturi, a occuparsi della sbucciatura delle mandorle: munite di robusti ciottoli di fiume, i cuticci, se ne stavano sedute attorno a un grande tavolo rettangolare, completamente assorbite dal loro lavoro. D’altronde, la retribuzione dipendeva dal numero di mandorle che ognuna di loro era in grado di consegnare al termine della giornata. 

Ad alcune spicciaturi era anche affidato il compito di rimescolare la frutta disposta ad asciugare al sole. Nei magazzini dei commercianti del settore, le scacciature si occupavano della schiacciatura delle mandorle; per farlo si avvalevano di uno strumento di ferro da maneggiare con cura: u spicciu, il seme, doveva restare integro.
Separati i semi dai gusci, le donne passaturi rinchitra, le selezionatrici di mandorle sgusciate, eliminavano i frammenti di frutto e, dopo aver fatto un’ulteriore cernita, si occupavano di riempire i sacchi destinati alla commercializzazione.

«Forse perché l’ago e il filo sono metafora della creazione di legami, […] questi strumenti sono sempre stati compagni di vita delle donne. È come se il cucito e il ricamo raccontassero una storia», fatta di arte, pazienza e amore… fatta di e da donne. Per loro, infatti, non si trattava solo di un lavoro: le ore passate a cucire insieme alle altre erano dolci momenti di socialità; durante la guerra, un unguento per l’anima. E se il conflitto spesso le costrinse ad abbandonare questa arte, per ricoprire le mansioni una volta destinate agli uomini al fronte, non appena giunse al termine, le donne vi fecero ritorno; nelle loro mani il filo ritrovò l’ago per cui era stato creato.

«Nella Sicilia Sud-Orientale, la custurera, la cucitrice, era una figura chiave nel settore tessile del lavoro a domicilio. Imparare l’arte del ricamo, della tessitura e del cucito era fondamentale per la preparazione della dote delle spose», il corredo, alla cui realizzazione si dedicavano intere generazioni di donne.
Per imparare questa arte le ragazze potevano rivolgersi alla mastra, la maestra che insegnava tutte le tecniche necessarie, o alle suore che, in conventi e monasteri, gestivano scuole di ricamo, di disegno e di pittura.
Lana, cotone, lino, ortica, ago, telaio, uncinetto, ferri: erano questi i tessuti e gli strumenti di cui le donne aveva bisogno per dare espressione al loro estro creativo.

Le ricerche che gli alunni e le alunne hanno condotto presso l’Archivio di Stato e la Biblioteca Comunale di Noto hanno permesso loro di entrare in contatto e di riscoprire la tradizione di sartoria locale. Tra le figure femminili presenti nei primi decenni del Novecento risaltano Grazia Recupero, Grazietta Tedeschi e Simonetta Minacci, imprenditrici che con le loro attività hanno contribuito all’economia e alla cultura della città. Ci sono poi le modiste come Pasqua di Pietro d’Avola che, nelle loro botteghe, realizzavano e vendevano le loro creazioni.

Ma questa storia non racconta solo di amore, arte ed estro; essa è, infatti, anche un racconto di morte e di lotte di rivendicazione per condizioni di lavoro più dignitose. Ci sono capitoli bui come quello datato 25 marzo 1911, il giorno in cui la sedicenne Gaetana Midolo e altre centoventicinque operaie persero la vita nell’incendio della fabbrica Triangle Waist di New York, e capitoli di fervente rivoluzione politica che ricordano le grandi lotte sindacali femminili contro i bassi salari e ritmi lavorativi estenuanti. Le loro battaglie e, in particolare, quelle delle ricamatrici di Santa Caterina Villarmosa, hanno portato all’approvazione della legge 177/1973 per la tutela del lavoro a domicilio; uno dei tanti primi passi che le nostre antenate hanno fatto affinché noi potessimo correre.

Per il loro lavoro, confluito in una video narrazione fatta di immagini, frammenti video, testi, documenti, interviste e racconti sui lavori delle donne nel Val di Noto, gli/le studenti hanno attinto a spazi (la Biblioteca Comunale di Noto, la Biblioteca Comunale e il Museo della Mandorla di Avola, l’Archivio di Stato sez. di Noto) e a persone (Rosa Savarino, prof.a ricercatrice presso Toponomastica femminile, la dott.a Ester Rizzo, giornalista, saggista e scrittrice della rivista dell’associazione, e il prof. Sebastiano Burgaretta). Ogni fase progettuale ha avuto i propri fondamentali luoghi e tempi.

E fra questi, ve ne è uno che è ancor più prezioso perché è insieme tempo di ieri, dell’oggi e del domani e spazio della memoria che si materializza attraverso la voce del vissuto di chi c’era, c’è e continuerà a esserci proprio grazie ai ragazzi e alle ragazze che si sono assunti il compito di tramandarne i ricordi. È questo il valore del narrato personale della signora Ester, giovane ricamatrice degli anni Cinquanta, che ha fatto della sua passione per il ricamo il suo lavoro.
Per quell’arte praticata in gioventù e poi abbandonata, Ester nutre ancora oggi un eterno sentimento d’amore, che resiste, come i più forti e tenaci, al tempo e allo spazio.
I suoi racconti, reperti preziosi di una storia di donne, reminiscenze memorabili dei giorni trascorsi a ricamare con le sue sorelle, sono il filo robusto che, insieme agli altri, compone l’ordito a cui stiamo lavorando sedute al nostro telaio. Il risultato sarà un’opera unica, un tessuto pregiato fatto da donne su cui sarà ricamata la genealogia del femminile.
Con questa stoffa cuciremo le vesti che ci proteggeranno dalle intemperie.

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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