Effetto spettatore

Kew Gardens, Queens, New York, 13 marzo 1964. Sono le 3:15 del mattino e Catherine Susan Genovese sta tornando a casa dopo il turno all’Ev’s 11th Hour Sports Bar. Mary Ann Zielonko, la sua compagna, è a letto che dorme.  
Kitty parcheggia la macchina e si avvia verso il portone del loro appartamento. Durante quei trenta metri di tragitto, la ventottenne viene avvicinata da Winston Moseley. Inizia la caccia alla donna. Lei cerca di divincolarsi e comincia a correre; l’uomo la raggiunge e le sferra due coltellate dietro la schiena. 
Kitty giace sofferente sul ciglio della strada, circondata dal buio del primo mattino. Le urla di dolore si propagano nel quartiere, raggiungendo l’orecchio assopito di un vicino dormiente: «Lascia stare quella donna!», gli occhi e il monito dell’uomo sono rivolti alla figura indistinta di Moseley. Tutto il vicinato comincia a gridare. 
Impaurito, l’aggressore sale sulla sua auto, preme l’acceleratore e sfreccia nell’oscurità.  
Kitty, nonostante il sangue che sgorga copioso dalle lacerazioni, riesce a trascinarsi fino alla zona retrostante del suo condominio. Da lì, convinta di essere al sicuro, chiama la polizia. Le parole sono confuse, la giovane, nello stato agonizzante in cui si trova, riesce a malapena a parlare.  

Nel frattempo, Moseley si è rimesso sulle sue tracce: deve portare a termine ciò che ha iniziato. La cerca nell’area del parcheggio, alla stazione ferroviaria, lungo le strade del quartiere… vaga freneticamente finché non riesce a trovarla, accasciata nell’androne. Prende il coltello e ricomincia a infierire sul corpo della donna che prova a difendersi invano. Quando la vittima è ormai in fin di vita, Moseley la violenta, le ruba i soldi che ha con sé e fugge via. 
Kitty morirà poco dopo dentro l’ambulanza che la stava portando all’ospedale. 
Nei trenta minuti di aggressione, nessuno/a degli abitanti del quartiere offre il proprio aiuto alla donna. Affacciate/i alle loro finestre, tutti assistono in silenzio all’assassino di Catherine Susan Genovese.  
Le ricerche che seguono la vicenda dimostrano che un intervento tempestivo avrebbe potuto salvare la vita della giovane Kitty. 
Due settimane dopo l’omicidio, il 27 marzo 1964, il Ney York Times pubblica un articolo dal titolo 37 who saw murder didn’t call the police (37 — persone — che hanno visto l’assassinio non hanno chiamato la polizia). 

La vicenda cattura l’attenzione degli psicologi statunitensi Bibb Latané e John Darley che, insieme, avviano una serie di esperimenti per osservare il tempo di attivazione e di intervento di un soggetto o di un gruppo di individui di fronte a una situazione di emergenza. Le ricerche dimostrarono quello che venne poi definito come effetto spettatore.  
Noto anche come apatia dello spettatore o effetto testimone (bystander effect), l’espressione viene impiegata per indicare la reazione inibitoria che la presenza di altre persone ha sugli individui che assistono a una situazione di urgenza.  
Nel modello di intervento teorizzato dai due psicologi, l’eventuale passaggio all’azione sarebbe determinato da cinque variabili: la rilevazione dell’evento, la sua interpretazione come una situazione emergenziale che richiede aiuto, l’accettazione della responsabilità di intervento, il vaglio e la selezione delle modalità di assistenza più idonee alla circostanza e, infine, la scelta di fornire aiuto (Nickerson, Livingston, Aloe, Feeley; 2014).  
Per quanto concerne il grado di responsabilità percepito, Latané e Darley sostenevano che esso fosse influenzato da tre elementi principali: la relazione intercorrente tra la/lo spettatore e la vittima; il giudizio di merito nei suoi confronti e le competenze che la/il testimone ritiene di possedere e di poter impiegare per un intervento efficace.  
Il modello sviluppato da due psicologi sociali, nel tempo, è stato adottato e applicato in contesti quali la prevenzione della violenza sessuale (Burn, S. M., “A situational model of sexual assault prevention through bystander intervention”, Sex roles, 60, 779-792, 2009). 

I contributi successivi ampliarono e arricchirono ulteriormente la ricerca in merito. A riguardo, venne dimostrato che l’umore del/della testimone esercita una certa influenza sulla sua decisione di intervento. Si è visto, infatti, che chi è di buon umore tende ad aiutare maggiormente perché sostenuto dal sentimento di fiducia che nutre nei confronti delle proprie capacità. Inoltre, con un classico effetto boomerang, aiutare qualcuno e ottenere un riscontro positivo, ovvero riuscendo a fornire un aiuto concreto che permetta all’altro di stare meglio, accresce maggiormente il nostro buon umore.  
A orientare questa spiegazione furono due diversi approcci teorici.  
Nel primo caso, si fa riferimento al cosiddetto modello dell’attivazione dell’emozione o dell’infusione dell’affetto (Affects priming model). Sviluppato dallo psicologo sociale Joseph Paul Forgas nei primi anni Novanta, questo modello mostra il modo in cui l’umore condiziona la capacità delle persone di elaborare le informazioni e di prendere decisioni. Nel momento in cui ci troviamo in uno stato di benessere, le informazioni positive cumulate nella nostra memoria diventano accessibili più facilmente. Per esempio: se in una condizione di buon umore qualcuno dovesse svenire davanti ai miei occhi e fossi in grado di aiutarlo, qualora in futuro dovesse presentarsi una circostanza simile, ricorderò l’accaduto con più facilità e, in virtù del ricordo positivo della mia performance pregressa, sarò più intenzionata ad agire. 
Il secondo approccio di riferimento è invece quello dell’emozione come informazione (affect as information model). Si tratta di un processo decisionale in cui le emozioni, i sentimenti costituiscono informazioni utili a comprendere il contesto. Se sono di buon umore percepisco la situazione come positiva e sono più propenso/a a prestare il mio aiuto.  

In queste dinamiche, il processo di socializzazione svolge un ruolo fondamentale nel plasmare la nostra vita emotiva in quanto influisce sul modo in cui impariamo a riconoscere, interpretare ed esprimere le emozioni, nonché sulla nostra modalità di reazione alle emozioni altrui.  
Infatti, sebbene siano un meccanismo innato e universale, impariamo a riconosce e a verbalizzare le emozioni grazie alle relazioni con gli altri. Durante il processo di socializzazione, le persone imparano le norme culturali e sociali riguardanti le emozioni, ovvero quali sono accettate o considerate appropriate in determinate situazioni e contesti. Queste norme emozionali vengono apprese attraverso l’osservazione dei modelli comportamentali degli adulti, la ricezione di feedback positivi o negativi alle proprie espressioni emotive e mediante l’integrazione con il contesto culturale circostante.  
Tutti questi fattori influenzano la nostra capacità emotiva ed empatica. Una relazione con l’altro sempre meno diretta, perché, per esempio, intermediata da dispositivi tecnologici, può portare a una lenta erosione della nostra abilità di empatizzare con il resto del mondo. Ma si tratta, naturalmente, solo di una delle tante variabili a cui possiamo imputare la contemporanea deriva umana, in cui il rispetto e la capacità di immedesimazioni nell’altro sembrano aver perso valore e, di conseguenza, la propria forza di coesione sociale. 

Playa Rica di Bello, Antioquia, Colombia, 7 aprile 2025. Sara Millerey González Borja, come un pesce agonizzante sulla battigia, dimena il suo corpo martoriato lottando contro la corrente della quebrada La García. Intorno a lei, centinaia di persone assistono alla scena senza fare nulla. I telefonini nelle loro mani sembrano vetri trasparenti infrangibili e inamovibili. Loro guardano ma stanno fermi.  
Dopo due ore di agonia, di richieste di aiuto inascoltate, Sara viene soccorsa dai vigili del fuoco e portata in ospedale. Muore il giorno dopo, all’età di trentadue anni.  
I video della sua morte pervadono il web. Sui social media la gente si unisce in un grido di condanna…. Ma non basta per colmare il silenzio in cui Sara è stata lasciata morire, lì nel mondo reale. 

***

Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

Lascia un commento