Anno 1969. L’ospite della puntata di L’ora della verità, trasmissione televisiva condotta da Gianni Bisiach, è il giornalista Indro Montanelli. Seduto al centro dello studio, con fare baldanzoso — come di chi è convinto della prossimità del plauso comune — racconta compiaciuto: «Pare che avessi scelto bene. Era una bellissima ragazza bilena di dodici anni». Poi, rivolgendosi al pubblico, continua sorridendo: «Scusatemi, ma in Africa è un’altra cosa! Così l’avevo regolarmente sposata… nel senso che l’avevo comprata dal padre che mi ha accompagnato insieme alle mogli degli Askari — queste non è che seguivano la banda ma, ogni quindici giorni, raggiungevano la banda. Io non ho capito mai come facessero a trovarci in questo infinito dell’Abissinia ma arrivavano e arrivava anche questa mia moglie col cesto in testa dove mi portava la biancheria pulita». La telecamera cambia inquadratura e punta l’obiettivo sull’uditorio.
Nella seconda fila della galleria Elvira Banotti siede tra due giovani donne. La giornalista prende la parola e si rivolge a Montanelli: «Lei ha detto tranquillamente di aver avuto una sposa di dodici anni e a venticinque non si è peritato affatto di violentare una ragazza di dodici anni dicendo: “Ma in Africa queste cose si fanno”. Vorrei chiederle come intende i suoi rapporti con le donne date queste due affermazioni?». L’attitudine spavalda di Montanelli inizia a vacillare, il sorriso sul suo volto sparisce: «Signora, guardi, sulla violenza nessuna violenza perché le ragazze in Abissinia si sposavano a dodici anni». «Lo dice lei!». Banotti lo incalza: «Sul piano di consapevolezza dell’uomo, il rapporto con una bambina di dodici anni è un rapporto con una bambina di dodici anni! Se lo facesse in Europa riterrebbe di violentare una bambina, vero?». «Sì, in Europa sì!». «Ecco, appunto! Quale differenza crede che esista dal punto di vista biologico o psicologico?». Montanelli assume una postura restia e continua a perorare la sua causa: «A dodici anni sposano…». Elvira insiste: «Ma non è il matrimonio che lei intende a dodici anni in Africa. Guardi, io ho vissuto in Africa. Quindi il vostro era veramente un rapporto violento del colonialista che veniva lì e si impossessava di una ragazza di dodici anni senza, glielo garantisco, tenere assolutamente conto di questo tipo di rapporto sul piano umano. Eravate i vincitori, cioè i militari che hanno fatto le stesse cose, ovunque sono stati vincitori gli uomini si sono presentati come militari. La storia è piena di queste situazioni». Il Montanelli fiero e divertito di inizio intervista si fa sempre più piccolo: «Signora, non so, se lei vuole istruirmi?… Questo è un processo a posteriori». «No, no, affatto! Io ho soltanto voluto chiederle, per inciso, come lei intende i rapporti con le donne dopo le due interpretazioni».

Da quel giorno Elvira Banotti sarà conosciuta come colei che ha smascherato, condannandole, le ipocrisie del giornalista Indro Montanelli. Ma Elvira non è stata solo questo.
Nata ad Asmara (Eritrea) il 17 luglio del 1939, Banotti cresce in una famiglia molto numerosa — è la secondogenita di sei figli — e di stampo prettamente patriarcale: le attenzioni dei suoi genitori, Alessandro Banotti ed Elena Vecchia, sono tutte rivolte verso i fratelli. Come dichiarerà nella sua autobiografia Una ragazza speciale, la madre, nonostante fosse una donna tendenzialmente progressista, non la sosterrà mai nel suo percorso di istruzione e di autonomia, tanto che lei stessa lo definirà come impossibile perché osteggiato non solo dalla famiglia ma anche dalla società in cui vivevano, dominata da «gigantografie maschili inaccettabili».
Nel 1959, diciotto anni dopo l’occupazione inglese e la conseguente fine della guerra, Elvira viene assunta presso il consolato italiano ad Asmara. Due anni più tardi si iscriverà alla facoltà di legge dell’Università Comboniana “Nigrizia” della città. Ad avvicinarla alla legge e a far sbocciare la sua passione per la materia, insieme all’esperienza lavorativa, sarà la sua personale condizione di esistenza. Come ha dichiarato, la sua discendenza mista — i genitori erano eritrei con cittadinanza italiana — faceva sì che fosse considerata sempre illegittima: nel 1941, nell’Africa Orientale, era infatti entrata in vigore una legge che impediva ai padri italiani di riconoscere i figli avuti da donne locali, senza possibilità di trasmissione della cittadinanza italiana.
Nel frattempo, nel 1960, viene trasferita al consolato di Addis Abeba. Qui si dedicherà anche alla moda, lavorando come disegnatrice di modelli e organizzatrice di sfilate. A Roma, dove si trasferisce insieme alla famiglia tra il 1962 e il 1963, Elvira troverà un impiego presso il Ministero degli Affari Esteri — per il quale si occupa della rassegna stampa — e inizierà a frequentare gli ambienti femministi della capitale, rifiutandone tuttavia il trattamento che al loro interno veniva riservato alle donne razzializzate, vittime di invisibilità da parte delle altre donne. In Italia, contrariamente alle sue aspettative, si rende conto che le donne sono meno affermate di quanto pensi: in occasione della conferenza del congresso socialista intitolata La condizione femminile, la giornalista si rivolse alle presenti chiedendo come mai non prendessero la parola, poi scese dal palco e le si avvicinò una spettatrice che le disse: «E pensare che noi siamo andati in Africa pensando di liberarvi e, invece, eccoti qua a liberare tu noi!» (Elvira Banotti, Una ragazza speciale. In appendice Manifesto di rivolta femminile, Ortica editrice, 2011). Nel 1970 partecipa alla stesura del Manifesto di rivolta femminile insieme a Carla Lonzi e Carla Accardi.

Se, inizialmente, la giornalista condivide l’idea per cui l’autocoscienza è il fondamento della libertà delle donne, successivamente, ne prenderà le distanze, ritenendola uno strumento maschilista, «strascico della filosofia di Hegel, un pensiero gettato fuori dalla finestra e poi rientrato dalla porta». Dopo essersi allontanata dal gruppo di Rivolta femminile, Banotti focalizzerà la sua attenzione sul pensiero dell’apprendimento interpersonale e sulla sessualità delle donne «come elemento centrale del processo di consapevolezza femminile» (Nadeesha Uyangoda, 25 dicembre 2023, “Nadeesha Uyangoda racconta Elvira Banotti”, episodio 14, in Giornaliste, Fondazione Circolo dei Lettori e Storielibere.fm). Successivamente, insieme ad altre femministe, istituisce il Tribunale 8 marzo per processare la Chiesa Cattolica colpevole, a suo dire, di aver ideato la «teologia dello stupro». Nel 1971 viene pubblicata la sua opera più importante: La sfida femminile: maternità e aborto, un’inchiesta sociologica che, attraverso interviste e testimonianze, indaga le problematiche sociali, psicologiche ed etiche legate alla maternità e all’interruzione volontaria di gravidanza, ben prima che la legge 194 fosse approvata.

Negli anni successivi si dedica alla lotta contro la prostituzione, la possibile riapertura delle case chiuse e la pornografia trasmessa dalle emittenti televisive private. Dirà, a tal proposito: «Gli spot pornografici istigano alla violenza sulle donne, presentano lo stupro come un gioco erotico gradito al sesso femminile». Figura controversa, durante gli ultimi anni della sua vita, l’attivista si scagliò contro i diritti Lgbtqia+ — da lei definito “totalitarismo gay” — e «la persecuzione per neonati stranieri», ovvero contro la riforma della legge sulla cittadinanza. Ciononostante, si deve a Elvira Banotti il merito di aver introdotto, prima ancora che diventasse una prassi, la pratica dell’intersezionalità all’interno del movimento e del dibattito femminista, ovvero di aver aggiunto all’attenzione sul genere e sul sesso quello sull’etnia.
La giornalista morirà a Lavinio, frazione di Anzio, il 2 marzo del 2014.
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
