Incompiuta 

Proseguiamo la pubblicazione dei racconti finalisti della XII edizione del Concorso di Toponomastica femminile, Sulle vie della parità, dal tema quest’anno Le donne e le arti, presentandoli nell’ordine alfabetico dei cognomi delle autrici.
Elisa Rossi, alias Nim Rossi, è studente alla Sapienza di Roma, dove si occupa di Gender Studies. Sul suo racconto, Incompiuta, che prende le mosse dall’incipit di Antonio G. Bortoluzzi, la giuria si è espressa così: «Il racconto, aderente al tema e del tutto coerente con l’incipit, esprime in modo originale e intenso il problematico rapporto tra il fare artistico e la consapevolezza di sé. Prosa sintetica, secca e tesa; i pochi refusi non ne compromettono l’espressività».

Incompiuta
Elisa (Nim) Rossi

Aveva pensato per anni a come fare, e aveva osservato, provato e riprovato. Anche buttato via. Poi un giorno, che non era né bello né brutto, accadde qualcosa. E non era più lei da sola, ma lei con le sue mani, e a ben guardare erano quasi le stesse di quando era bambina:
paffute, morbide, con ancora i solchi sulle nocche, eppure forti, così forti da permetterle di arrampicarsi sugli alberi, di rompere gli incastri delle costruzioni di plastica del fratello maggiore, di proteggerla dai mostri coprendole gli occhi. Sì, mani forti, ma comunque solo mani di bambina.
Più si immergeva nella fotografia attaccata col nastro adesivo allo scaffale di ferro, più le sue mani, quelle ormai di adulta, riuscivano a ritrovare le proprie vecchie forme. Aveva provato così lungo, partendo dal naso, dagli occhi, poi dalla bocca aperta nel sorriso spontaneo. Mai aveva pensato di partire da un punto diverso, da quello più lontano, a malapena visibile nella fotografia di riferimento: la mano piccola e paffuta, che stringeva un pennarello. All’espressione allegra, così difficile da riprodurre, ci sarebbe arrivata con calma, ricomponendosi simmetricamente, a partire da quel punto di contatto tra mano e mano.
Ritrovare quella foto l’aveva scossa. Era convinta di essere nata e cresciuta con la fronte corrugata e gli angoli della bocca rivolti verso il basso. «Fallo un sorriso!» le dicevano per strada o al momento di scattare le foto per la scuola, ma lei niente, proprio non voleva. Perché mai doveva sorridere se non le andava?
Non sapeva di poter sorridere in quel modo, per questo quella fotografia l’aveva colpita tanto. Eppure allo stesso tempo quello era l’unico ritratto in cui si fosse mai riconosciuta davvero. «Eccomi, questa sono io», si era detta. Non “ero” ma “sono”. Quel sorriso era ancora presente, lì, da qualche parte dentro il suo corpo. Perciò era naturale che volesse riprodurlo, con la speranza che affiorasse di nuovo sul suo volto.
Aveva pensato per anni a come fare, a come estrarsi dalla foto, e adesso, dopo fallimenti su fallimenti, due mani di bambina prendevano forma davanti a lei, attaccate a un principio di braccio dalla pingue articolazione.
E se non si fosse riconosciuta in quella riproduzione?
Scrutò con rapidi sguardi oltre la fotografia, verso lo specchietto adesivo appiccicato sulle piastrelle grigie. I suoi occhi da adulta erano opachi sotto la luce ronzante della lampada al neon, e i capelli piatti, non più abboccolati e lucenti come quelli di una cherubina, svolazzavano pigri con il lento girare della ventola metallica. Era pallida e sudava, le tremavano le mani per il terrore di sbagliare proprio ora, o ancora peggio che venisse tutto perfetto, fino al volto, e che non fosse in grado di replicare il luccichio negli occhi.
Abbassò lo sguardo per allontanarsi dal proprio riflesso.
Quando aveva smesso di sorridere così? Ripensò a quanti giochi facesse da bambina, a quanto le piacesse creare pupazzetti bidimensionali da muovere sul piccolo schermo, nel mondo pixellato. “È un gioco da maschi” le avrebbero detto in futuro, e lei non avrebbe capito perché, visto che ci aveva sempre giocato. Sempre? Da quando? La prima volta era stato un ragazzo a darle in mano la console e mostrarle le immagini 8 bit. Era incantata dalla possibilità di creare qualcosa di suo. Sì, ma non abbastanza da non rendersi conto che stava accadendo qualcosa di strano, che quel ragazzo, che era stato tanto carino da farle provare quel gioco, l’aveva fatto non per lei ma per distrarla, per farla stare buona, per tenerla occupata mentre la toccava.
Lei non sapeva che fare. All’improvviso, quelle mani tanto forti che aveva, le mani che afferravano, stringevano, strappavano, spingevano, coloravano, imbrattavano, creavano… non la proteggevano più.
Le mani da adulta si posarono contratte sulla fredda scrivania di ferro. Contratta, era stata contratta da quel giorno, immobilizzata dalla paura, dall’impossibilità di reagire. Non poteva più sciogliersi in un sorriso come quello della foto. Si chiese se quel sorriso spontaneo che i suoi genitori avevano immortalato non fosse proprio l’ultimo.
Faceva caldo. Le colava ancora il sudore dalla fronte, eppure la materia si induriva in un attimo, contratta come lei, quindi la riscaldò fra i polpastrelli doloranti, e con un passo indietro osservò quello che aveva realizzato fino ad allora: le mani, i gomiti, e le morbide spalle, perfette. Non aveva più paura di non riconoscersi, non c’era questo pericolo. Ora temeva solo di rivedersi.
Perché le sue mani non erano state abbastanza forti? Perché non si era difesa, perché aveva lasciato che accadesse, e che quella serenità si consumasse, rimanendo un ricordo, una fotografia?
Quanto dolore si sarebbe risparmiata, quante cose avrebbe potuto diventare, quanto diversa sarebbe stata la sua vita, se solo si fosse protetta, se solo le avesse davvero usate, quelle mani. E invece ora si ritrovava in una cabina di latta a gocciolare sudore o forse lacrime, per la fatica e la consapevolezza di non poter rispondere a quelle domande, di non poter tornare indietro. E non era sua la colpa, e lo sapeva. E accadeva a tutte, o quasi, sapeva anche questo. Ma non poteva farci niente, un po’ odiava quelle mani paffute e impotenti, forse ancora più di quelle che l’avevano toccata.
Ora aveva il potere di usarle, di fare qualcosa. Se non poteva tornare indietro poteva almeno crearsi, trasporre quell’immagine bidimensionale e statica in una realtà tridimensionale, modellarsi così come avrebbe voluto essere e rimanere per sempre.
L’androide era quasi pronto. Il mento era perfetto, così come la curva delle guance sollevate nel sorriso. Mancava la vita, il rossore sulle guance e sulle labbra, e ancora quel barlume nelle pupille.
Sarebbe tornata al mondo, senza passaggi traumatici, senza pianto. Sarebbe nata ridendo, e così sarebbe cresciuta, rimanendo fedele alla propria natura, senza che quelle piccole mani dovessero avere bisogno di difendersi, senza dover rinunciare alla felicità e rimanere bloccata per tutta la vita a causa di quell’errore in partenza.
Ed ecco che con la luce gli occhi incappucciati dalle palpebre allegre divennero ancor più veri di quelli nella fotografia.
Come lo avrebbe spiegato al mondo? Già era difficile spiegare quel che faceva normalmente, che quel gioco elettronico, quella “roba da maschi”, come le dicevano dopo tutti quegli anni, era anche arte. Per il mondo lei era così: mai vera donna e mai vera artista perché troppo scienziata, mai grande scienziata e mai grande artista perché troppo donna.
Come poteva non essere arte e scienza, specialmente in questo caso? Non solo l’aveva progettata, costruita, modellata lei con le sue stesse mani, ma ci aveva messo dentro tutta sé stessa, quella parte nascosta che solo con l’arte si può estirpare dalle profondità dell’anima. Un’opera autobiografica, un autoritratto conflittuale. Come lo avrebbe spiegato?
Posò gli strumenti sul ripiano liscio e freddo. Di materia da plasmare ne era avanzata proprio la quantità giusta per creare quel pennarello rosso. Se lei, l’androide bambina, avesse voluto continuare a creare, se quelle mani avessero voluto mettersi in moto fin da subito, avrebbe potuto finire di colorare sé stessa, darsi ancora più vita. Per ora tendeva le mani vuote in avanti come nella fotografia, immobili. Gliele strinse.
«Non dovrai avere paura» le disse «perché sarai quello che non sono stata io».
E ora? Ora che la piccola sé era qui, pronta ad afferrare la vita, che senso aveva lei? Lei era un errore, uno scarto, il risultato sbagliato di un’operazione sbagliata, un bug nel sistema, qualcosa da eliminare. Che grande opera d’arte sarebbe stata: togliersi la vita per darsi un’altra occasione di vivere genuinamente, di esprimere a pieno il proprio potenziale.
«Arte» si ripeteva ad alta voce, «è arte, questa», come dovesse giustificarsi.
Ma poi si chiese quale fosse lo scopo dell’arte. Forse era comunicare? E a chi stava comunicando?
«A me», si disse, e la sua voce rimbombò più di prima nella scatola di latta. Lo scopo di quell’opera era solo quello di soddisfare una curiosità egoistica, vedere come sarebbe stata la sua vita senza quell’inciampo. Ma cosa si stava dicendo nell’assecondare quella curiosità? Che lei era meno, meno di quella versione sorridente. Si stava arrendendo a quel “fallo un sorriso”, stava dicendo che lei avrebbe voluto, in effetti, farlo quel sorriso, ma che non ne era più capace, che le mancava un pezzetto, che era incompiuta, difettosa.
A cosa serviva quest’arte?
Guardava l’androide tesa alla vita, ma ancora inattiva. Le guardava le mani, pronte ad afferrare, strappare, spingere, rompere, attaccare, difendere. Le strinse, ancora, in un tentativo consolatorio. Ora sembrava che fosse la bambina androide a tenere le sue. Grinzose, ossute, spigolose. Forti. Aveva tenuto il materiale e gli strumenti in mano per ore.
Cosa stava facendo a sé stessa? Non ne valeva la pena di vivere la sua vita, solo perché le sue mani ora erano vecchie e stanche?
Staccò la fotografia, spense la ventola e la lampada al neon, soffocando il ronzio.
Alla fine, la sua grande opera era stata solo un esercizio in un giorno né brutto né bello. E anche la sé bambina sarebbe rimasta in quella zona grigia, potenziale inespresso, opera incompiuta: né viva né morta, né scienza né arte, né realtà né fantasia.

***

Articolo di Loretta Junck

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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