Immaginate di essere a Modena nell’inverno 1926. È molto freddo, l’alba non è ancora iniziata e una fitta nebbia avvolge la città. Vedreste con stupore centinaia di donne, infagottate in tutto ciò che può tenerle un po’ al caldo, avviarsi in fretta verso un grande edificio di mattoni rossi. Sono le “paltadori”, le operaie della Manifattura Tabacchi, che sorge di fronte alla stazione dei treni, nel centro storico della città, a due passi dal Duomo e dalla Ghirlandina, oggi patrimonio Unesco.

“Paltadora” è, in dialetto modenese, l’equivalente di “appaltatrice”, colei che è occupata nell’appalto, e identifica le operaie che lavoravano il tabacco. Fin dal Seicento la lavorazione del tabacco veniva, infatti, data in appalto a privati, e tale rimase fino al 1850, quando la fabbricazione di sigari e sigarette fu avocata dallo Stato e nacquero i Monopoli di Stato. Molti vecchi modenesi chiamano ancora la ex Manifattura Tabacchi con l’espressione “la pelta” e il tabaccaio “paltein”, usando la traduzione in dialetto modenese dei sostantivi derivanti dalla parola “appalto”.
Le donne, il 90% dei dipendenti della Manifattura, entrano in fretta nell’edificio, infilano il grembiule, si sistemano una cuffia sui capelli e si siedono a lunghi tavoli ammassati in grandi cameroni, poco illuminati e ancora meno aerati. Qui, dall’alba al tramonto, tenendo sulle ginocchia le foglie di tabacco umido fermentato, con le loro agili dita fabbricano sigari e, nell’ultimo periodo di lavorazione, sigarette.

Bisogna essere molto attente a non far cadere nulla nel tabacco, pena sanzioni molto pesanti. Lo ha sperimentato Amelia Bartolomasi che, entrata alla Manifattura Tabacchi di Modena nel 1892, a 16 anni, fu punita con 10 giorni di sospensione dalla paga per avere lasciato cadere accidentalmente un capello dentro un sigaro.
L’ingresso nel mondo del lavoro consentì alle donne modenesi di rendersi conto dei propri diritti come lavoratrici; si verificò quindi una politicizzazione più unica che rara in quel tempo per le donne. Le “paltadori” si avvicinarono al sindacato per combattere lo sfruttamento, in particolare la prassi (abituale allora come oggi) di riconoscere alle donne salari di molto inferiori a quelli degli operai maschi di pari mansione, nonostante esse fossero più abili ad arrotolare i sigari. Inoltre, poiché la lavorazione del tabacco avveniva a cottimo — modalità salariale che prevede una retribuzione commisurata alla quantità di prodotto lavorato — era indispensabile per le “paltadori” essere tutelate nella corretta applicazione di un contratto così iniquo e alienante per un lavoro che durava dall’alba al tramonto.
Numerosi sono gli esempi della forza contrattuale delle “paltadori”: fu anche grazie alle loro battaglie che nella fabbrica modenese furono installati migliori impianti di illuminazione, riscaldamento e areazione, vennero aperti l’infermeria e il refettorio e fu istituito un vero e proprio “asilo aziendale” ante litteram. Nonostante nel 1905 fosse stata approvata la legge che prevedeva l’assunzione di ragazze di età non inferiore ai 15 anni compiuti, la presenza fra le “paltadori” modenesi di bambine di 10 e 11 anni è documentata fino al 1913 dal ricco archivio rinvenuto durante la ristrutturazione dell’edificio.

Le lotte sindacali però non risolsero tutti i problemi relativi all’ambiente di lavoro e in particolare ai pericoli derivanti dal continuo contatto con la nicotina e con le polveri circolanti nei cameroni, sature anche delle sostanze chimiche utilizzate per preparare il tabacco. Si guardi ad esempio la vita lavorativa di Alice Setti, nata nel 1882 ed entrata in Manifattura nel 1898. Fra il 1900 e il 1917, anno in cui fu pensionata anticipatamente per malattia, restò assente dal lavoro per 1.280 giorni, pari a circa 3 anni e sei mesi, prevalentemente per ragioni di salute. La buona salute era un requisito indispensabile per entrare in Manifattura, ma spesso, vista la superficialità delle visite mediche preliminari all’assunzione, non venivano rilevati eventuali sintomi di malattie o debolezza, dovuti alle precarie condizioni igieniche delle abitazioni e della vita del tempo. La maggior parte delle sigaraie però si ammalava a causa delle condizioni di lavoro (insalubrità dell’aria, manipolazione quotidiana di tabacco umido fermentato, sedentarietà, scarsa igiene, malnutrizione, sovraffollamento) che causavano soprattutto malattie delle vie respiratorie e dell’apparato genitale. Anche Amelia Bartolomasi morì giovane per malattia, dopo aver lavorato 13 anni alla “pelta”: aveva solo 29 anni.
Le “paltadori” furono un esempio di emancipazione femminile, perché, contribuendo con il loro salario all’economia famigliare, assunsero un ruolo più attivo all’interno della famiglia patriarcale. Questo ruolo si riflesse in una attiva partecipazione alle vicende sociali e politiche, e non solo nelle lotte sindacali interne alla fabbrica, in un’epoca in cui non veniva ancora riconosciuto il diritto di voto alle donne.
Note in città come “rivoluzionarie” e antifasciste, difficilmente riconducibili allo stereotipo delle donne del tempo “tutte casa e chiesa”, furono sempre attentamente sorvegliate dalla Polizia, in particolare durante il regime fascista. Esemplare il caso di Giuseppina Vaccari, in servizio presso la Manifattura Tabacchi di Modena dal 1893 al 1923: fino al 1908 non ebbe alcun problema disciplinare. Il 17 settembre 1908 numerose sigaraie, fra cui la Vaccari, arrivarono al lavoro con mezz’ora di ritardo a causa del blocco di un passaggio a livello. Il direttore non volle sentire ragioni e, nonostante la testimonianza del capostazione, decise di sospendere le ritardatarie per un giorno. Determinate a non accettare il sopruso, le sigaraie, capeggiate da Giuseppina Vaccari, indirizzarono una petizione al Prefetto. Identificata dalla direzione della Manifattura come organizzatrice della protesta, Giuseppina Vaccari fu sospesa per 10 giorni dal lavoro e le sue compagne, che scioperarono per solidarietà, furono sospese per 4 giorni. Lo sciopero di altri due giorni indetto dagli operai della Manifattura contro il comportamento del Direttore non ebbe alcun esito e alla fine fu la stessa Giuseppina Vaccari a consigliare ai suoi compagni di riprendere il lavoro. In seguito, Giuseppina Vaccari continuò a partecipare a tutti i grandi scioperi organizzati dalla categoria: nel 1914 partecipò ad uno sciopero di 46 giorni consecutivi e nel 1920 a 29 giorni di agitazioni. Il giornale fascista di Modena, «La Valanga», nel gennaio 1922 la definì “la principessa del sol dell’avvenire”.
Altre protagoniste delle lotte delle “paltadori” furono Aldegonda Bazzani, Valentina Maletti e Celesta Rossi.
Aldegonda Bazzani, assunta nel 1897, fu licenziata nel 1916, dopo ben 19 anni di servizio, per «condotta immorale che ha causato pubblico scandalo», formula dietro la quale si nascondeva quasi sempre il tentativo di piegare alle rigide norme della fabbrica le sigaraie particolarmente insofferenti alle regole, quando non apertamente ribelli.
Il 31 luglio e 1° agosto 1922 fu indetto dall’Alleanza del Lavoro (organizzazioni sindacali e partiti di sinistra) uno sciopero legalitario contro la crescente violenza fascista. Nel secondo dei due giorni di sciopero si astennero dal lavoro gli operai dell’Officina del Gas, delle Officine Meccaniche Italiane, della fabbrica di concimi chimici Montecatini, dei Mulini Turri e gran parte delle maestranze della Manifattura Tabacchi, che vennero punite con la sospensione dall’impiego e dallo stipendio «per un periodo di tempo pari a quello in cui si ebbero ad astenere dal lavoro». Valentina Maletti, anch’essa dipendente della Manifattura Tabacchi, sorpresa a fare propaganda per lo sciopero, oltre ad essere punita come gli altri dipendenti della Manifattura, fu anche denunciata alle autorità di pubblica sicurezza. Non c’è però traccia di sviluppi processuali a suo carico.
Celesta Rossi, assunta nel 1884, fu giudicata un tipo turbolento e pericoloso. Nel 1899, per essersi resa colpevole di «eccitamento a provocare tentativi di disordini» fu sospesa dal lavoro per 6 mesi. Fra il 1899 e il 1923 collezionò altri 39 giorni di sospensione per indisciplina e insubordinazione, punizione che quasi sempre sottintendeva che la sigaraia in questione non accettava passivamente i soprusi quotidiani che erano all’ordine del giorno nelle fabbriche del tempo.
Le “paltadori” parteciparono attivamente anche alla Resistenza modenese. Scioperi e proteste (contro gli eccidi, contro la fame, contro la guerra, contro i bombardamenti) in cui le “tabacchine” furono parte attiva sono documentati nell’agosto 1943, nell’aprile 1944, nel marzo e nell’aprile 1945.
La lavorazione del tabacco aveva assunto importanza strategica nell’economia modenese a partire dal Settecento, quando dal primo piccolo stabilimento la fabbrica fu spostata in un ampio edificio, già sede di un soppresso monastero cappuccino. Un secondo trasferimento si ebbe nel 1850, con il passaggio allo Stato e lo spostamento nell’ex convento di San Marco, che rimase sede della Manifattura fino alla chiusura delle attività nel 2002.

Nel 1898, la Manifattura Tabacchi di Modena era diventata la più grande realtà industriale modenese, con quasi mille operai; nel 1921 arrivò addirittura a superare i 1.500 dipendenti.
Che quella delle “paltadori” sia stata una realtà molto significativa nella società modenese è testimoniato anche dal fatto che la sirena che segnava la fine del turno mattutino alla Manifattura indicava il mezzogiorno a tutta la città e veniva chiamata “al s-céfel dla pelta” (il fischio dell’appalto).
Una curiosità: presso la Manifattura Tabacchi di Modena lavorarono nello stesso periodo la madre del grande tenore Luciano Pavarotti e quella della celebre soprano Mirella Freni, che frequentarono insieme l’asilo interno della fabbrica e si dichiararono sempre fratelli di latte, mantenendo la loro amicizia per tutta la vita.

Alle “paltadori” e alle loro mani fra le foglie di tabacco è stata recentemente dedicata la piazzetta dove sorge ancora l’alta ciminiera della ex Manifattura Tabacchi, ristrutturata nella sua integrità.

Inizia oggi una serie di 12 articoli incentrati sulle storie delle donne della città di Modena e della sua provincia. “Ghirlandina” è, infatti, l’affettuoso nome con cui i modenesi chiamano la torre del Duomo di Modena (oggi ambedue patrimonio Unesco), poiché la sua cuspide ottagonale è contornata da un doppio giro di colonnine di marmo bianco, che formano due ghirlande. La Ghirlandina, con i suoi 86,12 metri di altezza, è il simbolo della modenesità ed è visibile pressoché da tutto il territorio della provincia.
Le notizie sulle donne modenesi che saranno pubblicate sono tratte dal volume della scrivente Dizionario biografico delle donne modenesi (Modena, Colombini editore, 2019), reperibile in tutte le biblioteche comunali di Modena e provincia e presso la Biblioteca Estense Universitaria, il Centro Documentazione Donna, l’Istituto Storico e nelle biblioteche della Fondazioni modenesi.
In copertina: l’uscita delle tabaccaie dalla Manifattura di Modena, in una cartolina degli anni 1920-1930.
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Articolo di Roberta Pinelli

Ho lavorato per 42 anni nella scuola pubblica, come docente e dirigente. Negli anni fra il 2019 e il 2024 sono stata Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Modena. Mi occupo da sempre di tematiche femminili e ho pubblicato un Dizionario biografico delle donne modenesi.
