Facendo seguito alla prima parte di questo articolo sulla spiritualità femminile nell’arte figurativa, che si rifà al mio intervento alla terza edizione del Convegno “Arte, Mistica, Comunità”, è d’obbligo innanzi tutto ricordare l’ideatrice del convegno, storica dell’arte e curatrice, Veronica Caciolli; Igor Baglioni, direttore del Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”; e Milena Gammaitoni, docente di Sociologia Generale, presso l’Università di Roma Tre, che l’hanno coordinato.
Continuo quindi la panoramica sul linguaggio femminile dello spirito procedendo in ordine cronologico. Nella prima parte, partendo dalle statuette di Venere dell’età paleolitica, ero arrivata all’arte barocca. In questa seconda parte esamino l’argomento nell’arte moderna e contemporanea.
Elizabeth Eleanor (Lizzie) Siddal, ha fatto parte del movimento dei Preraffaelliti, nel quale entrarono anche tante donne, inizialmente come modelle, poi come artiste, sviluppando tra loro una bella sorellanza. È lei l’Ofelia dipinta da John Everett Millais, per la quale posò in pieno inverno per mesi in una vasca da bagno colma d’acqua, beccandosi una polmonite. L’opera di Millais la rese famosa e diversi artisti vollero lavorare con lei, primo fra tutti Dante Gabriel Rossetti di cui Elizabeth divenne l’unica modella e moglie. La relazione tra i due permise alla ragazza di imparare a dipingere, tanto che John Ruskin, critico e fautore del movimento, poté affermare che «l’allieva aveva superato il maestro nella composizione, nell’originalità e intensità dei suoi lavori». La donna vista dai Preraffaelliti è una figura eterea, ispiratrice, mediatrice fra visibile e invisibile; spesso dai capelli rossi, lunghi e fluenti, pelle chiara, colli allungati, lineamenti marcati e sguardi malinconici o sognanti, abiti medievaleggianti, si presenta in una dualità fondamentale: è simbolo di tragedia, ma anche di purezza, incarna l’innocenza, come la Beatrice di Dante, ma anche la forza distruttiva e sensuale, come Proserpina, figura fatale, misteriosa. Donne angeliche, dalla bellezza diafana e misteriosa, intrise di un casto medievalismo, oppure donne fatali, seducenti, sensuali, attraenti.

Se Elisabeth Siddal, nell’immaginario preraffaellita, rappresentava il lato pulito della bellezza femminile, Jane Burden ne esaltava quello più carnale e provocante. È lei la Proserpina dipinta da Rossetti: straordinariamente bella, incarnava un ideale fatto di rozzezza selvaggia e bellezza anticlassica. Ritraendo le loro modelle e compagne, i Preraffaelliti anelavano a un mondo ideale, a un vagheggiato primitivismo e a un leggendario passato, dove non mancava una buona dose di sensualità e lussuria. «Sognai le Potenze affini, che il cuore trova belle: Verità con temute labbra; occhi levati al cielo, la Speranza; e Fama che accende, con ali sonore, le ceneri del Passato in segnali di fuoco, ad atterrire il volo di Oblio; e Gioventù» (Dante Gabriel Rossetti).

Nelle opere di Frida Kahlo il dolore, la fertilità mancata, la trasformazione del corpo diventano una forma di spiritualità personale, una ricerca interiore, un dialogo continuo tra corpo, anima e natura. Per lei il dolore non è solo una condizione fisica, ma un’esperienza esistenziale e quasi mistica.
Cresciuta in un contesto culturale messicano ricco di contaminazioni tra cattolicesimo e tradizioni indigene, Frida assorbe entrambi i mondi: la spiritualità precolombiana legata alla terra, alla morte e alla rinascita, e quella cristiana, carica di dolore e redenzione. Frida sentiva una profonda unione con la natura, che rappresentava per lei non solo bellezza ma anche vita, fertilità e rigenerazione. Nei suoi autoritratti spesso si ritrae circondata da animali, piante e simboli solari. E l’amore, in particolare per Diego Rivera, è una forma di energia trascendente, rappresenta per lei una potenza creatrice, a volte distruttiva, ma sempre sacra.
La sua spiritualità non si rifà a una religione convenzionale, ma è una spiritualità dell’esperienza, radicata nel corpo, nella natura e nel dolore, che trova espressione visiva in un simbolismo mistico e profondamente personale.

L’abbraccio dell’universo ha una straordinaria ricchezza di simboli, legati soprattutto alla mitologia e alla cultura messicana. Il tema principale dell’opera riguarda la maternità, presentata in un contesto pieno di elementi e riferimenti alla mitologia azteca e messicana: vita e morte, notte e giorno, sole e luna, uomo e donna, insieme con le dee creatrici della Terra e della Vita. Frida tiene in braccio Diego Rivera, volendo esprimere la complessità del rapporto amoroso in cui la donna svolge anche il ruolo della madre nei confronti del suo compagno, e dietro di lei si staglia la dea Madre della terra azteca, scolpita nella pietra e, ancora, dietro alla statua, la Madre Universale, che a sua volta tutto abbraccia e contiene. In primo piano, sulla sinistra, il cane rappresenta il guardiano del mondo dei morti, sul cui dorso i morti vengono trasportati nel mondo degli inferi.
L’arte contemporanea femminile offre una visione più sfaccettata e potente della donna, utilizzando la spiritualità non in senso dogmatico, ma come un modo per esplorare la profondità dell’esperienza umana femminile e ridefinirne il ruolo. È soprattutto il corpo femminile a essere visto come strumento di ricerca di spiritualità.

Vita breva ma intensa quella di Ketty La Rocca, che è salita alla ribalta internazionale come esponente di primo piano della Poesia visiva, una corrente artistica che sperimenta la simultanea presenza di scrittura e immagini su una superficie. I suoi primi lavori sono dei collages di denuncia contro lo sfruttamento dell’immagine femminile operato da un atteggiamento sessista; pioniera nell’uso di videotape, installazioni e performance, si è poi accostata alla Body Art, concentrandosi sul linguaggio del corpo. Tra le sue opere più note c’è Le mie parole e tu?, dove protagonista è il linguaggio delle mani che oltre al volto, sono la parte più comunicativa del corpo umano, capaci di esprimere sentimenti, una specie di prolungamento fisico della parola e tutto intorno una serie di “you”, come una supplica al suo interlocutore.

In Gina Pane, una performance artist, l’autolesionismo è un atto di indagine del proprio corpo attraverso il dolore, in ultima analisi un atto di amore, nonché un estremo tentativo di introspezione e di spiritualità. In Azione Sentimentale l’artista, vestita di bianco, con un bouquet di rose in mano, con le spine staccate dai fiori si procurava delle ferite con cui si macchiava di sangue. Ferirsi e sopportare il dolore, condividendolo nelle sue performance, era un modo di donarsi al pubblico, un atto di amore con cui farsi carico del dolore altrui. L’azione rappresenta un sacrificio che la donna è costretta a subire attraverso l’imposizione dei ruoli sociali di moglie e madre imposti dalla morale cristiana. Il sangue sulle vesti dell’artista sono le macchie di dolore che esse portano con sé, i sacrifici imposti per rispettare le aspettative della società.

Le figure materne e totemiche di Louise Bourgeois esprimono una spiritualità legata alla memoria, alla cura, all’inconscio. Per Bourgeois la spiritualità non era legata a una religione istituzionale, ma piuttosto a un processo di esplorazione interiore e di guarigione psicologica. La sua arte funzionava come una sorta di pratica catartica e quasi rituale per confrontarsi con i traumi dell’infanzia, in particolare il tradimento paterno, dovuto alla relazione del padre con la sua governante, e il rapporto conflittuale con la madre. Questa dimensione quasi sciamanica del fare arte era per lei una forma di sopravvivenza spirituale. Le sue famose sculture di ragni, come Maman, rappresentano la madre come simbolo spirituale di creazione, riparazione e protezione, la madre tessitrice che ripara gli strappi della vita.

Marina Abramović è probabilmente l’artista performativa contemporanea più strettamente associata alla spiritualità, che costituisce il nucleo stesso della sua pratica artistica. Per Abramović la performance art non è solo espressione artistica ma un vero e proprio percorso spirituale di trasformazione. Questo approccio richiama pratiche meditative buddiste e contemplative. Abramović ha trascorso diversi periodi in monasteri tibetani e studiato meditazione, ha esplorato lo Sciamanesimo durante viaggi in Australia con gli aborigeni, incorporando l’idea dell’artista come canale di energie spirituali, e del corpo femminile come luogo di energia e veicolo per superare i limiti attraverso il dolore e la resistenza fisica. Nei rituali di purificazione, Abramović si è sottoposta al digiuno, all’immobilità prolungata, è saltata attraverso le fiamme, ha esplorato all’estremo i limiti fisici del proprio corpo autolesionandosi, si è distesa su una croce composta di blocchi di ghiaccio, con la testa avvolta in una sciarpa ha ballato per ore al ritmo di un tamburo africano.
Nella performance Rhythm 0, eseguita dall’artista nel 1974 presso la Galleria Studio Morra a Napoli, l’artista ha messo in gioco il proprio corpo, la propria integrità fisica e mentale, creando una situazione di grande vulnerabilità che ha spinto il pubblico a interagire con lei in modi che sono stati anche violenti e pericolosi. La performance è stata concepita come un esperimento sociale in cui il pubblico era invitato a interagire con l’artista usando una serie di 72 oggetti posti su un tavolo di fronte a lei. Tra questi oggetti c’erano alcuni innocui come piume e fiori, altri pericolosi come una pistola carica e un coltello affilato. Durante le prime ore della performance, Abramović rimase immobile, subendo passivamente gli abusi del pubblico. La performance si concluse dopo sei ore, quando un visitatore puntò la pistola carica contro l’artista.
Con Rhythm 0 Marina Abramović ha eliminato la distanza tra artista e pubblico, che è diventato parte integrante dell’opera.

The Artist is Present del 2010 è forse la sua opera più spiritualmente potente: seduta immobile al MoMA, guardava negli occhi i visitatori uno alla volta. Molti partecipanti hanno confessato di aver vissuto un’esperienza quasi mistica di connessione profonda, catarsi emotiva e trasformazione.

Shirin Neshat, iraniana, lasciò il suo paese poco prima che diventasse una repubblica islamica e si trasferì negli Stati Uniti per studiare arte. Quando tornò una decina di anni dopo, trovò un Paese completamente trasformato, e decise di documentarne con cicli fotografici il confronto con i suoi ricordi. Women of Allah è una serie attraverso cui indaga la complessità della dimensione femminile in Iran dopo la rivoluzione islamica. Le donne ritratte, vestite nel rispetto delle leggi iraniane, impugnano armi da fuoco, tipicamente associate alla mascolinità, e sono ricoperte, nelle poche porzioni di pelle lasciate scoperte, da citazioni di poesie femministe persiane. In un classico bianco e nero Neshat sottolinea così la dualità del loro ruolo: da un lato la sottomissione alle restrizioni religiose, dall’altro la partecipazione alla lotta armata. Lo sguardo di Neshat evita il giudizio, non vuole essere polemico, piuttosto riconosce la complessità di forze sociali e religiose che costruiscono l’identità delle donne musulmane.

La spiritualità femminile, in sintesi, si manifesta come un’espressione intima di connessione interiore, un’esplorazione del mistero dell’esistenza che trascende il visibile, che va oltre il dogmatico, una visione cosmica legata alla natura, alla fertilità, temi da sempre cari alla sensibilità femminile. In un’epoca come la nostra, dove domina il materialismo, queste artiste sottolineano la necessità di riscoprire una bellezza spirituale, affidando all’arte il compito di testimoniarla.
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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
