Nostalgia nella neve in Val D’Ayas

Il 25 dicembre in val d’Ayas è caduta la neve. Il giorno dopo abbiamo calzato le nostre ciaspole rosse e siamo andati lungo il torrente Evançon, in un tripudio di bianco: bianchi gli abeti e i pini, bianchi i sassi più alti del fiume, bianchi i ricami sugli alberi e lungo la staccionata del cammino da Vollon a Extrepieraz. Il cielo era terso e senza una nuvola, una giornata bellissima e luminosa.
Il mio soprannome in famiglia è escargot, perché non sono quasi mai la prima del gruppo e mi mantengo sempre po’ distante. In questo modo posso lasciare vagare la mente e puntuali, come spesso accade camminando tra gli alberi, sono arrivati i ricordi, quelli di quando portammo mia madre a vedere la neve vera, non quella milanese, a Estoul, dopo una nevicata molto forte.
La mia famiglia d’origine è sempre stata marinara. Non era vacanza senza mare.
Per questo il giorno che mia madre, ormai vedova da molto tempo, si trovò di fronte alla vera neve in montagna fu un avvenimento eccezionale. Si stupiva meravigliata dell’altezza della neve sui tetti delle baite, dei ricami e del bianco ovunque volgesse lo sguardo. Sprizzava una gioia contagiosa, come una bambina per la prima volta di fronte a qualcosa di nuovo e di bello.
Mia madre era uno spirito mozartiano, un’entusiasta della vita e un’inguaribile ottimista; pensando a lei lungo il torrente mi sorpresi a provare due sensazioni differenti: una grande nostalgia per non poterla avere più con me e un senso di profonda gratitudine per averla avuta. Realizzai che ciò che più di lei mi mancava erano la voce da ragazzina mantenuta anche oltre gli ottant’anni e il canto quando cucinava, cuciva o lavava i pavimenti. Marisa è stata la sorella maggiore che non ho mai avuto, quella che mi ha sempre ascoltata e si è sempre confrontata con me, prendendo il posto di quella bambina che aveva perso quando avevo otto anni, nata morta dopo una gravidanza difficilissima. Ho ancora in mente la nostra visita in ospedale, mamma nel letto che trovava anche il modo di sorriderci. Quanto erano stati bravi, lei e mio padre, a mantenere chiuso in loro il dolore, non facendo capire a mio fratello e a me quello che era successo, per non intristirci.
Al rientro il tempo era cambiato passando dal sole e dall’azzurro della mattina a un’atmosfera strana, irreale tra il bianco della terra innevata e quello delle nuvole, “tra il nulla e l’addio”; come dice Clint Eastwood in Million dollar baby. Altri pensieri mi passano per la testa. Marisa diceva di avere sempre parlato con me nella sua pancia. Benché fosse la persona più materna mai conosciuta, sorella maggiore di tre fratellini più piccoli e consigliera speciale per molte mie amiche in età adulta, il suo corpo non era fatto per avere creature. La pagò con interventi dolorosi e difficili. Sarà forse per quello che uno dei miei sogni ricorrenti è quello di scoprirmi incinta e di sentirmi in prigione? O saranno stati i libri di Simone De Beauvoir, in primis Il secondo sesso letto durante gli anni universitari?

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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