Un ghiacciaio di nome Chiaretta

Ci sono persone che attraversano il loro tempo come meteoriti, e, quando le incontri, ti chiedi come abbiano fatto a contenere tutta quella energia in un corpo solo. Maria Chiara Ramorino, per colleghi e amici Chiaretta, è una di queste. Ultranovantenne, con un fisico che accusa il peso degli anni ma uno sguardo che ti trafigge con l’ironia di chi ne ha vissute tante, è riuscita nell’impresa che pochissimi realizzano: farsi dedicare un ghiacciaio.

​Non un giardino pubblico, né una targa commemorativa. Un ghiacciaio. In Antartide.

Ramorino nel laboratorio dei radioisotopi della Sapienza. Anni 60. (Archivio Ramorino)

Nata a Torino nel 1931, Maria Chiara Ramorino è stata tra le prime donne laureate in fisica in Italia. Ma il dato biografico, per quanto significativo, non rende l’idea. Perché Chiaretta non si è limitata a collezionare un pezzo di carta: ha sbriciolato ogni convenzione su ciò che una donna potesse o non potesse fare, con quella disinvoltura che sembra caratteristica di chi non si accorge nemmeno di compiere gesti rivoluzionari.

Fisica laureata con il gruppo di Edoardo Amaldi, per non farsi mancare nulla, Chiaretta ha partecipato per l’Enea a tre spedizioni italiane in Antartide: la terza (1987-1988), la quinta (1989-1990) e la decima (1994-1995). Tre volte ha affrontato il pack, i lastroni di ghiaccio che galleggiano sul mare, il sole di mezzanotte che tinge le montagne di rosa. ​«Esserci andata è stata la cosa più bella della mia carriera professionale», ha raccontato. E quando lo dice, non ha quell’aria nostalgica di chi rimpiange i bei tempi. Ha lo sguardo di chi sa esattamente cosa ha fatto e perché valeva la pena.

​Prima di conquistare l’Antartide, Chiaretta aveva già conquistato praticamente tutto il resto. Sette volte campionessa italiana di tennis alle Universiadi. Campionessa di orienteering a più di settant’anni (ultima gara a 87 anni). Istruttrice di alpinismo. Partecipante a gare nazionali di sci di fondo. Un curriculum sportivo che farebbe impallidire chiunque, e che diventa ancora più impressionante se consideriamo l’epoca: gli anni Cinquanta e Sessanta, quando una donna che praticava sport agonistico era guardata con sospetto.

Chiaretta Ramorino in arrampicata

​Le sue scalate l’hanno portata sulle Dolomiti, sul Gran Sasso, tra le Ande e sull’Himalaya. C’è una coerenza profonda in questa biografia: montagne, ghiacciai, vette. Come se Chiaretta avesse passato la vita a cercare i luoghi dove la Terra mostra il suo lato più estremo e meno compromesso.

Per lei, la libertà è sempre stata tutto. E la libertà significava anche andare dove gli altri non andavano, fare ciò che gli altri consideravano impossibile, e farlo con quella leggerezza che fa sembrare facili le imprese più difficili.

Ma il contributo più duraturo di Chiaretta alla scienza non sta tanto nelle spedizioni, quanto nel lavoro certosino, durato dieci anni, che ha compiuto insieme al collega Roberto Cervellati: la compilazione del Composite Gazetteer of Antarctica. ​Un gazetteer, per chi non avesse familiarità con questo termine che sa di esplorazioni, è un dizionario geografico: un elenco sistematico di nomi di luoghi con le loro coordinate, descrizioni e — nel caso del lavoro di Chiaretta — traduzioni in diverse lingue. Può sembrare un compito burocratico, ma quando si parla di Antartide le cose si complicano.

In Antartide con Reinhold Messner e Arved Fuchs, 1990. (Archivio Ramorino)

L’Antartide è protetta dal 1961 da un trattato internazionale che impedisce a qualsiasi Stato di rivendicarne l’egemonia. È una terra destinata alla ricerca e alla condivisione. Ma ogni nazione che vi ha condotto esplorazioni ha battezzato montagne, vallate e ghiacciai con nomi propri, creando una babele geografica che rende difficile perfino capire di quale luogo si stia parlando.

​Ramorino e Cervellati hanno raccolto 38.000 nomi per 20.000 località, coinvolgendo 22 nazioni. Adesso sappiamo che il “lago Foca” è chiamato “Azarasi Irie” in giapponese e corrisponde a “Selvatnet” in norvegese. Quella che per i cileni è “Punta Marín” — dal nome del marinaio Guillermo Marín che aiutò i naufraghi della spedizione Shackleton nel 1916 — per gli argentini è la “Punta Azcuénega”, che prende il nome dal patriota dell’indipendenza argentina. E “Dome C”, la montagna a 3.200 metri nel Plateau Antartico, è chiamata “Dome Charlie” dagli americani, “Dome Circe” dai britannici (ispirandosi ai miti greci) e “Dome Concordia” da francesi e italiani, dal nome della base internazionale dei due Paesi costruita proprio lì.

Localizzazione del Ramorino Glacier, Antartide

​In segno di gratitudine per l’estrema utilità di questo lavoro nel 2006, gli Stati Uniti hanno dedicato a Chiara Ramorino un ghiacciaio lungo 8,4 chilometri che si trova nella parte occidentale della Terra di Ellsworth, alle coordinate 78°24′0″S 85°37′59.9″W. Non è il più grande dei ghiacciai antartici — il continente ne conta circa 400.000, alcuni grandi come regioni intere — ma è suo. Porta il suo nome nelle mappe ufficiali, nei database geografici, nei documenti scientifici.

​Quando glielo hanno comunicato, Chiaretta ha reagito con quel misto di orgoglio e autoironia che la caratterizza. Sotto la superficie dell’ironia c’è la consapevolezza di aver lasciato un segno indelebile — letteralmente scolpito nel ghiaccio.
Il Ramorino Glacier continua il suo viaggio millenario, indifferente al passare delle stagioni e degli anni, testimone silenzioso di un’epoca e di una donna straordinaria.

L’ho incontrata mentre facevo da guida alla mostra “Antartide” del Cnr, in uno di quei pomeriggi in cui il pubblico scarseggia e hai tempo di parlare davvero con i visitatori. È arrivata appoggiandosi al bastone, con quella fragilità fisica che contrasta con la vivacità dello sguardo. Mentre le spiegavo le foto delle basi di ricerca, le carote di ghiaccio, gli studi sul clima, lei annuiva con l’aria di chi quelle cose le conosce meglio di te, ma non te lo fa pesare.

Poi, con nonchalance, ha lasciato cadere la bomba: «Sa, io in Antartide ci sono stata. Più di una volta. E ho un ghiacciaio laggiù». L’ha detto come si direbbe «ho un orto dietro casa» o «ho una collezione di francobolli».

Gara di Orienteering, primi anni 2000

C’è qualcosa di coerente nella vita di Chiaretta. Lo sport e la ricerca scientifica condividono più di quanto sembri. Entrambi richiedono disciplina, metodo, capacità di sopportare la fatica e l’apparente inutilità degli allenamenti quotidiani. Entrambi premiano la costanza più del genio improvviso. E entrambi insegnano che i risultati arrivano quando smetti di cercarli e inizi a fare il lavoro, giorno dopo giorno.

In un’epoca che tende a separare gli ambiti dell’esistenza, Ramorino rappresenta una sintesi ormai rara. Non ha vissuto secondo compartimenti stagni, ma ha intrecciato le diverse passioni in un’unica trama coerente. La montagna era allenamento per il corpo e nutrimento per lo spirito. La fisica era rigore mentale e curiosità per il mondo. L’Antartide era l’incontro perfetto tra queste due anime: un ambiente estremo che richiedeva preparazione fisica e competenza scientifica in egual misura.

«Arrivare in anticipo sui tempi è alla base della ricerca», dice nel video che l’Enea le ha dedicato. Ma spesso non si ha la consapevolezza di essere dei pionieri, di arrivare dove nessuno aveva ancora immaginato di addentrarsi. Chiaretta probabilmente non lo sapeva mentre sfidava i ghiacci dell’Antartide negli anni Ottanta e Novanta. Lo faceva perché era il suo lavoro, perché era curiosa, perché poteva. Solo guardandosi indietro si rende conto di essere stata tra le primissime donne italiane a mettere piede sul continente bianco in veste di scienziata.

In un’epoca in cui tutto sembra effimero, in cui le notizie invecchiano in ore e i successi vengono misurati in like e visualizzazioni, c’è qualcosa di rassicurante nell’idea che un lavoro scientifico ben fatto possa lasciare tracce che durano decenni. O millenni, se consideriamo che il ghiaccio antartico può avere centinaia di migliaia di anni.

Il mondo tende a valorizzare il clamore, l’apparenza, il risultato immediato, Ramorino rappresenta un modello diverso: quello della competenza silenziosa, del lavoro accurato, della dedizione che non cerca applausi ma si accontenta della soddisfazione del dovere compiuto. E se poi arriva anche il riconoscimento — sotto forma di un ghiacciaio con il tuo nome — tanto meglio. La libertà — quella vera, non quella dei manifesti pubblicitari — si conquista facendo ciò che ti appassiona, senza chiedere permesso a nessuno.

Il cambiamento climatico sta trasformando l’Antartide. I ghiacciai si ritirano, le piattaforme di ghiaccio si frantumano, le temperature salgono anche in quello che dovrebbe essere il frigorifero del pianeta. Il Ramorino Glacier non è immune da questi processi. Come tutti i suoi simili, sta rispondendo al riscaldamento globale con modifiche nella sua massa, nel suo flusso, nella sua estensione.

C’è un’ironia amara in questo: proprio mentre celebriamo il contributo di Chiaretta alla conoscenza scientifica dell’Antartide, il continente bianco sta cambiando sotto i nostri occhi. I gazetteer dovranno essere aggiornati man mano che ghiacciai scompaiono o cambiano forma. Nuove mappe sostituiranno le vecchie. Ma il nome rimarrà, testimonianza di un’epoca e di una donna che ha dedicato parte della sua vita a catalogare un mondo di ghiaccio.

La giornalista Francesca Colesanti, le ha dedicato un libro biografico dal titolo La libertà è tutto. Chiaretta Ramorino, tante vite in una, pubblicato nel 2021.

Ramorino a novant’anni (Foto Stefano Ardito)

Intervistata per i suoi novant’anni, Ramorino ha detto: «A me sembra tutto molto esagerato… Non credevo di essere una persona speciale».

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Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.

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