La riscoperta di una storia distopica al femminile

Cinque anni prima dell’uscita del celebrato romanzo Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, un’altra Margaret, di cognome O’Donnell, aveva pubblicato L’alveare, ora riscoperto, tradotto ed edito in tutto il mondo (Mondadori, 2025, traduzione di Federica Aceto). Era il 1980 e O’Donnell non era propriamente una scrittrice, ma una attivista irlandese nata nel 1932, che morirà nel 2019. Nell’isola condivise alcune battaglie femministe, specialmente quella a favore della libera contraccezione. Di lei purtroppo non si sa quasi niente, ma con questo unico libro è stata in grado di creare con la sua fantasia una storia distopica tutta al femminile che riesce ancora a colpire nel segno e a creare un inevitabile parallelo con l’opera successiva di Atwood, che forse ora non ci apparirà più così originale. Pubblicato in Irlanda senza essere notato, il romanzo scomparve presto dalle librerie, ma tornò a circolare in rete nel 2023 grazie a un post dedicato ai libri fuori catalogo che chi ama la fantascienza avrebbe dovuto leggere. La Valancourt Books, una piccola casa editrice americana, riuscì ad averne una copia attraverso un prestito interbibliotecario e decise di ristamparlo. L’autrice era però introvabile e solo attraverso un post su X il 29 giugno 2023 vennero rintracciati i suoi eredi. Così il romanzo arriva fino a noi nel 2025 e la sua meritata fama si diffonde.

Anche in questo caso siamo in un generico futuro, mentre è stata instaurata in un piccolo Paese una dittatura dove si praticano perquisizioni a sorpresa, sequestri, torture, condanne a morte e si utilizzano polizia segreta, campi di lavoro e prigioni disumane; da circa trent’anni a capo vi è Gorston, ormai anziano e malato, che si è insediato con il beneplacito della Chiesa e con i voti degli uomini e delle mogli casalinghe perché l’economia era in crisi e la colpa di tutto veniva attribuita alle donne occupate nelle più varie mansioni, accusate di sottrarre il lavoro agli uomini.
Molte adulte al tempo vennero “rieducate” e staccate dalla famiglia e dalle loro occupazioni, mentre da allora all’età di dieci anni avviene per le bambine una selezione: quelle meno dotate sono destinate al matrimonio appena diciottenni e a partorire ogni due anni; a loro sono concessi vari diritti, fra cui una certa libertà di azione, abiti dai colori brillanti e i loro capelli naturali. Tutte le altre, quelle capaci e intelligenti, vengono opportunamente indottrinate, anche con il ricorso alle percosse, e costrette a non emergere troppo, a tenere la testa china, a subire passivamente, a non guardare in volto gli interlocutori (solo maschi, è ovvio), a non frequentare mai uomini e luoghi a loro riservati, a non guidare le auto. Devono tingersi i capelli di grigio e tenerli avvolti in una stretta crocchia, hanno abiti grigi, calze pesanti grigie, scarpe nere con il tacco basso e vivono in squallidi ostelli. In compenso sono lavoratrici addette a compiti subordinati, in cui in teoria non serve pensare. Invece molte sono nettamente più brillanti dei loro superiori, che sostituiscono in tutto e per tutto, e in segreto si ricavano spazi propri: chi ricama in modo meraviglioso, chi ha un cervello allenato alla matematica, chi legge Leonardo da Vinci, come la protagonista Hillard.
Intanto tramano nell’ombra per organizzare una insurrezione senza armi, pianificata nei minimi dettagli da anni, e riescono in modo audace e rischioso a pubblicare e diffondere un giornale clandestino. In questa triste realtà che desta lo stupore di uno straniero come Carl Tolland, ingaggiato per realizzare fantastici murales, c’è comunque chi vorrebbe deporre il fragile dittatore, da sempre seguito come un’ombra dal suo vecchio medico personale. In contrasto con la vacuità di svariati ministri, fra cui Blake, ha un ruolo di primo piano Steiner, il capo della polizia segreta, uomo abile e acuto, spietato e al tempo stesso affascinante, appassionato curatore di un meraviglioso giardino di rose. D’altra parte non possiamo dimenticare che alcuni leader nazisti erano amanti delle arti e degli animali, e lo stesso Hitler era vegetariano, nemico della caccia e assai legato alla cagna Blondi.

Donna in gabbia,1975-2024, Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli Menna) per la Ventesima giornata del contemporaneo

Hillard avverte di indossare «la maschera che la società le aveva messo addosso» e si sente perennemente in una gabbia, come quando sale sull’autobus, costretta in piedi, in fondo, separata da una sorta di grata dalle madri con numerosa prole che la ignorano, perché è una “grigia”, e quindi trasparente, oppure la sbeffeggiano perché rappresenta la parte sconfitta della popolazione. Non conoscono la sua interiorità, la sua mente brillante, la battaglia continua nel suo animo, gli interrogativi che si pone, la libertà che sa apprezzare insieme alle compagne come lei o in un luogo segreto, immersa in una natura serena e rigogliosa: «l’acqua scintillante e le piccole gallinelle d’acqua che avanzavano indaffarate ondeggiando controcorrente, il delicato profumo di rosa canina e di caprifoglio, il senso di quiete dietro cui si nascondeva il brulicare di vita delle siepi». E qui, con mano sapiente, la scrittrice introduce il suo rapporto con il giovane pittore che ha saputo ricreare un mondo fantastico, pieno di gioia e di colori, in un luogo cupo e squallido come la nuova Sala del Popolo. Lui è un uomo, perciò Hillard all’inizio è diffidente; mai le era capitato di frequentarne uno, se non per motivi di lavoro, al seguito del suo imbelle capo Nesbitt, quando tuttavia era solo «una macchina efficiente» che prende appunti e prepara il caffè.
Un momento cruciale, a metà circa del romanzo, consiste nell’approssimarsi di un micidiale piano, detto “programma educativo”, per cui vengono prese delle “grigie” come cavie: «Sì, avevano intenzione di usare voi sei per l’addestramento. I tecnici ― tutti ― avrebbero dovuto fare pratica su di voi». Un piano aberrante di inseminazione forzata per rinvigorire la capacità intellettuale della popolazione che va diminuendo; Hillard e le compagne, con audacia senza pari, riescono a opporsi, con la complicità dell’unico uomo fuori dagli schemi, perché cresciuto all’estero, ovvero Carl, a cui l’autrice affida il compito di dimostrare che non conta «l’immagine», ma «l’essere umano». Il giovane, di lì a poco, si trova però a vivere un’esperienza sconvolgente, che mai si sarebbe aspettato in un night-club dove pensava di trascorrere una piacevole serata bevendo e ascoltando musica; l’Opera House è invece un locale dove si manifesta l’orrore e la sessualità repressa trova il suo abominevole sfogo.

Non intendiamo spiegare come si sviluppa il seguito e come si realizza il piano per abbattere il regime, senza spargimento di sangue e con un coinvolgimento quasi totale delle “grigie” e persino di donne coniugate; l’astuzia, la pianificazione curata nel dettaglio, l’organizzazione capillare hanno la meglio sulla forza e sul militarismo maschile. D’altra parte sono stati gli uomini a creare una società in cui le lavoratrici svolgono la maggior parte delle occupazioni, in tutti i settori: la sanità, i trasporti, le comunicazioni, i commerci, le banche; se si fermano loro, è il caos.
Finalmente, nella conclusione del romanzo, la protagonista si presenta con il suo nome: Sarah, quel nome che solo le amiche conoscevano e i superiori ignoravano, trattandola come una presenza fantasma. Le donne hanno dimostrato il loro valore e il loro coraggio che neppure anni di dittatura e di lavaggio del cervello sono riusciti ad annientare. Certo è che la transizione verso la democrazia sarà un processo complesso, graduale, non facile perché ci saranno opposizioni e resistenze; ma la strada è ormai tracciata.
Resta da comprendere un’ultima cosa: il titolo; di api e alveari nel testo non si parla, ma, volendo dare un’interpretazione metaforica, si potrebbe pensare che le “grigie” sono come le api che cooperano tutte con un unico fine e, nonostante abbiano una casa comune (l’alveare), ogni giorno volano per campi e giardini, come le donne che lavorano instancabili, con una visione capillare del loro territorio su cui sono perfettamente organizzate.

Come abbiamo cercato di dimostrare, il romanzo merita davvero l’attenzione appena ritrovata e si caratterizza per la qualità della prosa, lineare ed espressiva, che si sviluppa attraverso una trama coinvolgente, grazie anche a personaggi ben delineati che restano vivi nella mente di chi legge, a efficaci pause descrittive e a dialoghi ben articolati. Quello che stupisce in un’opera così anticipatrice e originale nella sua unicità è l’abilità della scrittrice, che è stata in grado di darci un quadro sociale tanto ricco e sfaccettato e di esplorare il conflitto fra oppressione e liberazione, senza lasciarci con un banale e consolatorio lieto fine. Sono passati quarantacinque anni dalla prima edizione e la vicenda narrata, pur essendo immaginaria, non è così lontana dal mondo reale ancora oggi, quando di fatto esistono governi totalitari e in molti Paesi i diritti delle donne sono messi in discussione. Ce lo ricordano ogni settimana le sagge parole di Miriam Mafai: «Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai».

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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