Non c’è due senza Trump

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, le forze armate statunitensi hanno bombardato la città di Caracas e rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro Moros insieme alla moglie Cilia Flores. La coppia è stata deportata negli Stati Uniti con l’accusa di narcotraffico e sarà giudicata da un tribunale di New York.

Nicolás Maduro e Cilia Flores

Questo è il primo bizzarro interrogativo che la situazione pone: a che titolo un giudice statunitense può emettere sentenze per reati commessi altrove?

Tutto ciò accade dopo mesi di blocco navale, che costituisce l’ennesima violazione del diritto internazionale.

Dopo il sequestro di Maduro, la vicepresidente Delcy Rodríguez ha preso ad interim le funzioni di capo dello Stato, chiarendo però che «l’unico presidente legittimo è Nicolás Maduro Moros», attualmente tenuto in ostaggio dalle truppe di Washington. Lo stato maggiore del chavismo è dunque rimasto intatto.

Delcy Rodríguez

Senza il minimo pudore, Donald Trump ha dichiarato che «gli Stati Uniti governeranno il Venezuela» fino a una non meglio specificata «transizione». Inoltre, Trump minaccia di azioni simili gli altri Paesi americani, in particolare Cuba, Colombia, Messico e Canada. Una delle scuse usate per giustificare l’invasione è la cocaina colombiana che transiterebbe nel Paese aggredito, stesso pretesto con cui nel 1989 gli Stati Uniti avevano invaso Panamá (strategico per i traffici commerciali, vista la presenza del Canale interoceanico).

L’altra spiegazione fornita dall’inquilino della Casa Bianca è che «non è ammissibile che il petrolio statunitense sia nelle mani dei rivali degli Stati Uniti». Il secondo interrogativo, dunque, è in base quale criterio le risorse di un altro Paese sovrano sarebbero da considerarsi statunitensi.

Per capire la situazione occorre fare un passo indietro nella storia venezuelana.

Hugo Rafael Chávez Frías, padre politico di Nicolás Maduro, era il carismatico comandante militare noto perché nel 1989 si era rifiutato di sparare sulla folla durante una protesta contro il caro vita.

Brasília-DF, 06/06/2011. Presidenta Dilma Rousseff durante Cerimônia oficial de chegada do presidente da Venezuela, Hugo Chávez. Foto: Roberto stuckert Filho/PR.

Eletto presidente della Repubblica nel 1998, Hugo Chávez ha varato una nuova Costituzione che definisce il Venezuela «República Bolivariana», in omaggio alla figura di Simón Bolívar, il libertador originario di Caracas che cacciò la Spagna da gran parte del Sud America. Seppur criticato per il suo forte personalismo, Chávez ha dato vita a importanti campagne di vaccinazioni e di lotta all’analfabetismo e alla mortalità infantile. In un sistema liberista, per redistribuire le ricchezze è necessario toglierne a chi ne ha di più. (Anni fa, una ricca signora venezuelana mi disse: «il mio Paese assomigliava a Las Vegas prima che arrivasse quel comunista di merda a dar da mangiare ai poveri ignoranti!»).

Il più rilevante operato del governo chavista è stata la nazionalizzazione dei pozzi petroliferi venezuelani, prima appartenenti a multinazionali legate agli Stati Uniti, i quali hanno reagito decretando un embargo che ha messo in ginocchio la popolazione locale. Esattamente come con il Cile di Allende, gli Stati Uniti hanno strangolato il Venezuela chavista riducendolo alla fame. In materia di politica internazionale, nel 2004 Chávez, insieme a Fidel Castro, ha istituito un accordo tra Stati, noto come Alianza Bolivariana de las Américas y del Caribe, con l’intento di togliere potere a Washington. È significativo il fatto che poco dopo la vittoria di Chávez e la nazionalizzazione del petrolio venezuelano gli Stati Uniti hanno iniziato le guerre in Medio Oriente, ricco della stessa materia prima. Ma bisogna anche ammettere che Chávez commise con il petrolio venezuelano lo stesso errore di Allende con il rame cileno: entrambi resero i rispettivi Paesi dipendenti da un’unica risorsa, il che permise facilmente alla controparte di prenderli per la gola abbassando i prezzi delle materie prime.

Chávez è deceduto nel 2013 a Cuba, lasciando il potere in mano al suo vice Nicolás Maduro. Trovandosi a gestire un Paese in difficoltà economiche e diplomatiche e non avendo il carisma del suo predecessore, Maduro si è limitato a fare ricorso alla repressione. Nel Venezuela degli ultimi anni non esistono né il diritto al dissenso né la trasparenza durante le elezioni né la separazione dei poteri; vari dissidenti sono in carcere per motivi di opinione senza nemmeno un’accusa formale; molti osservatori internazionali contestano anche la veridicità delle ultime vittorie elettorali di Maduro; il Partido Socialista Unido de Venezuela ha perso la maggioranza alle elezioni parlamentari, ma il Tribunale Supremo di Giustizia, ancora chavista, boccia tutte le leggi votate dal Parlamento ostili al presidente.

Una deriva autoritaria simile si è vista anche nel Nicaragua di Daniel Ortega.

Bisogna però ricordare che la Costituzione Bolivariana scritta da Hugo Chávez dà all’opposizione la possibilità di indire un referendum popolare per destituire il presidente. Eppure le figure di spicco della destra venezuelana, come Juan Guaidó, Edmundo González Urrutia e María Corina Machado, invece di usare questa possibilità (che molto probabilmente sarebbe stata loro favorevole, proprio perché Maduro non gode del carisma di cui godeva Chávez), si sono limitate a boicottare le elezioni per delegittimarle e invocare l’intervento armato statunitense.

Da sinistra a destra: Juan Guaidó, Edmundo González Urrutia, María Corina Machado

Un’astuta mossa di Chávez fu quella di riempire tutti i gradi dell’esercito di propri sostenitori, figli di famiglie povere uscite dalla miseria grazie alle leggi del suo governo, proprio per evitare che le forze armate potessero essere usate per rovesciarlo, come accaduto in numerosi altri Paesi latinoamericani.

Consapevoli di questa politicizzazione dell’esercito, tuttora le aziende statunitensi hanno paura di insediarsi a Caracas in un clima di ostilità da parte delle milizie chaviste armate. Ecco perché Trump non ha smantellato l’intero sistema politico venezuelano. Nonostante l’arroganza del proprio presidente, gli Stati Uniti sono quindi costretti a trattare anziché imporsi.

Nel 2002 la destra venezuelana, appoggiata dagli Stati Uniti, aveva già tentato un golpe per destituire Chávez. Arrestato il presidente, un breve governo provvisorio aveva eliminato la parola «Bolivariana» dal nome della Repubblica e fatto uscire il Paese dall’Opec (l’oligopolio mondiale dei Paesi produttori di petrolio) per restituire alle multinazionali le materie prime espropriate dal governo. Ma l’esercito non collaborò con i golpisti e un’insurrezione popolare bloccò il golpe per rimettere Hugo Chávez al governo. Fra le figure protagoniste del golpe fallito vi era María Corina Machado: fu lei a firmare il decreto di scioglimento dell’Assemblea nazionale eletta e a far insediare un presidente ad interim al posto di Chávez, poi deposto dall’esercito e dal popolo, entrambi chavisti.

Nel 2004 si verificò un nuovo tentativo di destituire Chávez, stavolta con metodi legali: fu indetto il referendum contro il presidente, ma la maggioranza della popolazione sancì il no alla destituzione e la stessa Machado riconobbe che «i venezuelani sostengono Chávez», continuando però a screditare all’estero il legittimo governo del proprio Paese.

Oggi, una parte della popolazione caraqueña si sente liberata da una dittatura mentre l’altra parte si sente vittima di un attacco straniero: a Miami si festeggia la fine del governo di Maduro mentre a Caracas la folla reclama la liberazione del presidente-ostaggio, non molto amato ma pur sempre legittimo. Entrambe le posizioni hanno le loro ragioni. Pur criticando la politica di Maduro (critiche su cui concorda anche chi ha sostenuto Chávez in passato), come si può accettare che uno Stato intervenga militarmente negli affari interni di un altro Paese sovrano? Trump ha appena dimostrato che Maduro non era un buon presidente ma che le alternative sono peggiori del problema. Paradossalmente, si può dire che il golpe statunitense abbia restituito a Maduro la legittimità di cui non godeva più da anni.

Il presidente cileno uscente Gabriel Boric, che in passato ha dichiarato di «condannare la frode elettorale della dittatura venezuelana che ha sostituito la diplomazia con gli insulti e le scenate», esprime ora «massima preoccupazione ed energica condanna alle azioni militari che gli Stati Uniti hanno compiuto in Venezuela». «Questo è un precedente estremamente pericoloso», continua Boric, invocando l’intervento dell’Onu e insistendo sul fatto che «il rispetto della sovranità […] costituisce una linea che non deve essere oltrepassata in nessuna circostanza ed è un pilastro essenziale del diritto internazionale: […] oggi è il Venezuela, domani potrebbe essere chiunque altro».

Gabriel Boric

Le reazioni degli Stati europei, la cui Storia è intrisa di colonialismo, dimostrano reticenza nel criticare i ricorrenti atti imperialisti statunitensi.

Il ministro degli esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha in un primo momento criticato la «violazione del diritto internazionale» da parte di Trump, ma è stato smentito dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron, il quale ha invece affermato che «non si può non gioire per la fine di una dittatura», per poi contraddirsi di nuovo e condannare «la legge del più forte che sostituisce il dialogo». La Francia, rientrata nella Nato nel 2009, si è allontanata dalle posizioni antiamericane con cui oltre vent’anni fa si opponeva alla Seconda guerra del Golfo.

Il primo ministro britannico, Keir Starmer, si è limitato a criticare l’autoritarismo di Maduro, senza però accennare agli atti di Trump, illegali anche secondo la stessa legge statunitense.

È da notare come l’Europa usi costantemente due pesi e due misure: condanna Putin ma non ha nulla da eccepire quando a ridurre a brandelli il diritto internazionale è Israele, usa le critiche a Maduro per giustificare le azioni di Washington ma finge di non vedere che lo stesso autoritarismo è stato usato da Zelensky, tace davanti a quanto accaduto al Venezuela ma si prepara a difendere la Groenlandia (formalmente regione autonoma del Regno di Danimarca) da un probabile attacco dalla stessa provenienza.

Il presidente brasiliano Luis Inácio Lula Da Silva, che ultimamente si è espresso senza timore su vari temi di politica internazionale, stavolta ha redatto un comunicato piuttosto blando. Lula mette in chiaro che «il bombardamento in territorio venezuelano e la cattura del presidente oltrepassano una linea inaccettabile» e dichiara che «il Brasile condanna queste azioni». Ma non nomina l’autore dei bombardamenti e omette di precisare che queste “azioni” sono un elemento ricorrente della storia statunitense.

Luis Inácio Lula Da Silva

Nel 1823 il presidente James Monroe emanò la celebre dottrina che porta il proprio nome e che inizialmente intendeva liberare il continente dal colonialismo europeo: «L’America agli americani». L’ultimo atto di liberazione dall’Europa avvenne nel 1898 con la Guerra ispano-americana in cui, con l’aiuto degli Stati Uniti, Cuba e le Filippine ottennero l’indipendenza dalla Spagna. Ma l’isola caraibica, anziché diventare effettivamente indipendente, divenne una colonia statunitense: fino alla Rivoluzione del 1959, Cuba è stata soprannominata “il bordello d’America” per il turismo sessuale e usata per la produzione di canna da zucchero a basso costo. Due anni dopo la Rivoluzione, la destra cubana, fuggita a Miami e appoggiata dai servizi segreti statunitensi, tentò di riconquistare l’isola attaccandola presso Playa Girón (nota in Italia come Baia dei Porci), ma il tentativo fallì. Nel corso dei decenni, la Dottrina Monroe ha cambiato di significato: da slogan antieuropeo che era inizialmente, ha acquisito il senso di «l’America (tutta) agli americani (gli Stati Uniti)», aprendo e legittimando formalmente il diritto di difendere gli interessi statunitensi a discapito di qualunque istanza locale, tanto che quella statunitense in America Latina è stata soprannominata “politica del cortile di casa”.

Nella storia del XX secolo, la Dottrina Monroe è stata applicata in due forma diverse.

In molti casi i servizi segreti statunitensi hanno addestrato e finanziato gli eserciti dei Paesi latinoamericani affinché questi rovesciassero i rispettivi governi eletti che non facevano comodo a Washington: di solito la Casa Bianca ha fatto ricorso a questa strategia quando il Congresso negava il consenso per far intervenire direttamente l’esercito. È questo il caso del golpe contro Jácobo Arbenz (presidente democratico del Guatemala, destituito nel 1954), dell’attacco a Cuba (1961), dell’Operazione Condor (ovvero le dittature militari brasiliana, cilena, argentina, uruguayana, al potere rispettivamente dal 1964, dal 1973 e dal 1976), delle guerre “informali” condotte da Ronald Reagan in America Centrale (contro il Nicaragua sandinista di Daniel Ortega e in El Salvador, il cui atto più eclatante fu l’omicidio di Monsignor Oscar Romero) e del tentato golpe contro Chávez del 2002.

L’altra forma di imperialismo yankee si è manifestata con invasioni palesi da parte dei marines, cosa possibile solo previa approvazione del Congresso. È il caso dell’invasione della Repubblica Dominicana del 1965 e della colonia britannica Grenada del 1983 (effettuate in nome della guerra al comunismo ma rovesciando rispettivamente Juan Bosch e Maurice Bishop, che comunisti non erano) e di Panamá del 1989 (dove il controllo del Canale era fatto passare come lotta al narcotraffico e alla cocaina colombiana). Al di fuori dell’America Latina, i principali interventi dell’esercito voluti dal Parlamento sono le guerre per il petrolio portate avanti in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq e più tardi la Libia), non a caso iniziate poco dopo la nazionalizzazione del greggio venezuelano, e la partecipazione della Nato alla guerra in Iugoslavia.

L’attacco a Caracas della scorsa settimana è stato compiuto dai Marines, ma su ordine di Trump e senza l’autorizzazione del Congresso, il che è contrario non solo al diritto internazionale ma anche alla stessa legge federale statunitense, come sottolineato dalla Corte Suprema di Washington.

In ognuno dei casi citati, l’imperialismo era giustificato mediaticamente da principi morali come combattere il comunismo durante la guerra fredda, il terrorismo dopo il 2001 e il narcotraffico nel caso di Panamá (dove transiterebbe, secondo l’allora presidente George Bush, la cocaina prodotta in Colombia e diretta negli Stati Uniti). La violenza delle guerre di Reagan fu tale da causargli un’accusa per terrorismo presso l’Onu; le “missioni di pace” volute da Bush in Medio Oriente diedero vita in tutto il mondo alle più imponenti manifestazioni pacifiste di sempre: le aggressioni trumpiste non sono certo una novità. La differenza che osserviamo oggi è che Donald Trump si esprime in maniera sfacciata e clownesca e non cerca scuse per giustificare l’ingiustificabile: non si appiglia all’autoritarismo di Maduro — come fecero invece i suoi predecessori nell’invadere la Iugoslavia di Milosevič, l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Gheddafi — ma parla sfrontatamente del petrolio venezuelano, definendolo statunitense. Tolta la parrucca e il naso rosso, si può notare che, dietro gli spettacoli teatrali, gli sketch grotteschi e i numeri da circo, il presidente degli Stati Uniti segue le stesse strategie e persegue gli stessi interessi dei suoi predecessori.

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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