I nomi che abitano le nostre strade, le piazze e i luoghi della vita quotidiana raccontano una visione del mondo, selezionano memorie, rendono visibili alcune storie e ne oscurano molte altre: la toponomastica, infatti, non è mai neutra. È a partire da questa consapevolezza che nasce Piazza Idea. Le strade delle donne, un progetto educativo e culturale promosso nell’ambito dell’Avviso pubblico della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia per iniziative di divulgazione della storia e dell’etnografia regionale, con il contributo scientifico e metodologico dell’associazione Toponomastica femminile.
Il progetto si è configurato fin dall’inizio come un percorso corale e intergenerazionale, capace di mettere in dialogo scuole, associazioni, enti culturali e territoriali. Hanno partecipato l’Istituto Comprensivo di Spilimbergo, l’Iis Il Tagliamento, la Casa delle donne di Udine, Puntozero Società Cooperativa e Bekko Aps, in un intreccio di competenze che ha permesso di affrontare il tema della disparità di genere nella toponomastica con strumenti diversi ma convergenti.
Alunni e alunne sono state coinvolte in un lavoro di ricerca che ha unito l’analisi dei dati — percentuali di vie intitolate a figure maschili e femminili, tipologie di intitolazioni, assenza o presenza di nomi femminili locali — a una riflessione più ampia sui meccanismi di costruzione della memoria pubblica. La toponomastica è diventata così una lente attraverso cui leggere la storia, interrogare il presente e immaginare trasformazioni future.
Presso l’Auditorium della Casa dello studente di Spilimbergo si è creato uno spazio pubblico di riflessione, pensato come “piazza” simbolica in cui far convergere saperi, esperienze e domande. In un clima di ascolto partecipe, il confronto si è sviluppato attorno al senso profondo della toponomastica come strumento educativo e politico nel significato più alto del termine: quello che riguarda la polis, la comunità. Le relazioni hanno messo in luce come l’assenza delle donne nei nomi delle strade non sia una dimenticanza casuale, ma il risultato di processi storici e culturali che hanno a lungo escluso le donne dallo spazio pubblico e dal riconoscimento istituzionale.
L’intervento di Maria Pia Ercolini, presidente di Toponomastica femminile, ha offerto una cornice teorica solida, mostrando come il lavoro sui nomi dei luoghi possa diventare una pratica di educazione civica, capace di stimolare senso critico e partecipazione. La riflessione si è poi intrecciata con il contesto territoriale grazie al contributo di Bruna Proclemer, referente regionale, che ha evidenziato il divario ancora esistente tra presenze maschili e femminili nella toponomastica locale, collocandolo all’interno di una tendenza nazionale ampiamente documentata. L’intervento della sociologa Graziella Priulla ha ampliato lo sguardo sul linguaggio e sugli stereotipi di genere, sottolineando come la denominazione dei luoghi non sia solo una questione simbolica, ma abbia effetti concreti sulla rappresentazione sociale dei ruoli, delle competenze e dell’autorevolezza. Il convegno ha così favorito una presa di coscienza collettiva: nominare significa riconoscere, e riconoscere significa attribuire valore.
Accanto alla dimensione teorica, Piazza Idea ha dato grande spazio ai linguaggi espressivi. Particolarmente significativa è stata l’esperienza del Kamishibai, antico teatro d’immagini di origine giapponese, utilizzato come strumento narrativo e didattico. Attraverso il racconto per immagini, bambine e bambini hanno conosciuto figure femminili come Wangari Maathai, premio Nobel per la pace, traducendo biografie complesse in storie accessibili, emozionali e condivise.


La narrazione della storia prosegue in coda all’articolo.
Questo approccio ha permesso di lavorare sulla memoria delle donne non solo come contenuto, ma come esperienza: raccontare una storia, illustrarla, metterla in scena significa farla propria, riconoscerla come parte del patrimonio comune. Le immagini prodotte non sono semplici supporti didattici, ma veri e propri atti di restituzione simbolica.
Attraverso giochi didattici come il Memory Street dedicato alle donne del Friuli-Venezia Giulia, ragazze e ragazzi hanno appreso in modo ludico e cooperativo, collegando nomi, volti, epoche e luoghi. L’obiettivo del laboratorio è stato quello di selezionare un gruppo di figure femminili esemplari — tra intellettuali, scienziate e lavoratrici — e sintetizzare le loro vite in tessere grafiche che permettano, attraverso il gioco, di fissarne i nomi e i volti nella memoria collettiva.
L’impegno verso questa narrazione storica inclusiva è stato curato con dedizione, trasformando i profili delle donne studiate in strumenti di conoscenza condivisa. Il mosaico di immagini che compone il Memory offre così una panoramica visiva straordinaria del contributo femminile: le illustrazioni, caratterizzate da un tratto pulito e da una palette cromatica delicata, restituiscono i volti di pioniere che hanno rotto gli schemi, come l’astrofisica Margherita Hack, Elsa Morante o Grazia Deledda. Accanto a loro, il progetto celebra le figure intellettuali di Irene da Spilimbergo, Caterina Percoto, Tina Modotti, creando un dialogo tra diverse epoche e ambiti del sapere.

Oltre alle personalità celebri, il lavoro grafico dedica ampio spazio alla dimensione collettiva e sociale, rendendo omaggio alle eccellenze femminili che hanno sostenuto l’economia del territorio friulano e hanno reso noto il nome della regione nel mondo. Tra queste, spiccano le sorelle Wanda e Marion Wulz, fotografe triestine capaci di sperimentazioni visive straordinarie, e la musicologa Ella von Schultz Adaiewsky, che scelse proprio questa regione come luogo d’elezione per i suoi studi. Non mancano tributi a figure di immenso spessore umano e artistico nate in queste terre, come l’artista friulana Lea D’Orlandi, e la medica e ambientalista udinese Laura Conti, pioniera dell’ecologia in Italia. Accanto a loro, il progetto rende omaggio a figure come Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia e instancabile testimone di libertà, ed Eva Pielli, l’ostetrica che per quasi cinquant’anni è stata un punto di riferimento vitale per le comunità della Valcellina. A corredo di questo lavoro artigianale e concettuale, sono stati predisposti i relativi diplomi, pensati per sancire il riconoscimento del percorso compiuto e il valore simbolico di ogni scoperta biografica. Il suddetto materiale si inserisce in una più ampia strategia multimediale di documentazione e diffusione attraverso i link che rimandano alle carte illustrate, già disponibili sul portale dedicato ai giovani.
Questo sistema di rimandi incrociati permette a chi legge di passare dalla narrazione scritta alla fruizione visiva del progetto, creando un ponte tra l’esperienza laboratoriale e la consultazione digitale.
Piazza Idea: Le strade delle donne si propone come un modello replicabile, capace di coniugare ricerca, educazione e partecipazione. La toponomastica femminile emerge qui non solo come ambito di studio, ma come pratica trasformativa, in grado di incidere sulle rappresentazioni collettive e di promuovere una cultura della parità.
Restituire alle donne un posto nella geografia simbolica delle nostre città significa riconoscere il loro contributo alla storia, alla scienza, all’arte, alla politica e alla vita quotidiana. Significa, soprattutto, offrire alle nuove generazioni strumenti critici per leggere il mondo e per immaginare spazi più giusti, inclusivi e consapevoli.
Segue narrazione del Kamishibai




Per un’eventuale replica della narrazione nella scuola dell’infanzia, si suggerisce di sostituire l’ultimo capoverso:
Con il trascorrere del tempo, i nuovi alberi diventarono foreste, i fiumi ripresero a scorrere, gli animali tornarono a circolare, gli uccelli fecero il nido e le donne ebbero di nuovo la legna per cucinare, la frutta da mangiare, i campi da coltivare. Oggi, milioni di alberi sono cresciuti dai semi di Wangari. Gente di tutto il mondo riconobbe l’importanza del suo lavoro e Wangari ricevette un premio famosissimo, il Premio Nobel per la Pace. Perché un albero è una ricchezza… e tanti alberi?
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Articolo di Desirèe Rizzo

Studente del corso di laurea magistrale in Editoria e Scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, dove coltiva la sua passione per la letteratura e la filosofia. Laureata in Beni Culturali all’Università di Roma Tor Vergata, è amante dell’arte e del cinema horror, e si dedica con entusiasmo alla scrittura, con l’obiettivo di affermarsi come autrice di narrativa.
